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Il futuro dell'alimentazione e dell'agricoltura? Parte dal basso

(Foto\\Coop - La buona terra)
(Foto\\Coop - La buona terra) 
Morgan Ody, agricultrice bretone, al convegno Coltiviamo il futuro organizzato da Coop, denuncia lo strapotere delle Multinazionali nella gestione delle risorse alimentari mondiali 
3 minuti di lettura

Morgan Ody, intervenuta insieme a molti altri illustri ospiti al convegno organizzato da Coop in anteprima rispetto al G20 dell'agricoltura non è una politica e non ha ruoli istituzionali dichiarati, eppure fa politica più di molti altri. Innanzitutto le presentazioni: Morgan coltiva ortaggi in una piccola fattoria in Bretagna, appartiene a Confederazione Paysanne (organizzazione di agricoltori francesi che appartiene a La Via Campesina) e sopra ogni cosa è una strenua sostenitrice dell'agricoltura sostenibile e soprattutto del fatto che la sostenibilità reale passa e parte da un solo fattore: l'uomo. Durante l'intervento all'incontro che si è tenuto a Firenze il 15 settembre 2021, ha ribadito il ruolo delle piccole produzioni locali nell'assicurare il nutrimento delle persone e ha posto l’accento sulla necessità di una produzione in armonia con la natura e di un'equa condivisione delle risorse e dei ricavi, difendendo l’innovazione popolare e contadina e la ricerca partecipata anche in agricoltura.

 

Voce complessa e interessante preceduta dagli interventi di Marco Pedroni (Presidente di Coop Italia e di Ancc-Coop-Associazione Nazionale Cooperative di Consumatori), Daniela Mori (Presidente del Consiglio di Sorveglianza di Unicoop Firenze) e Marcela Villarreal (Direttrice della Divisione Partnership dell'Organizzazione delle Nazioni Unite per l'alimentazione e l'agricoltura) e seguita dalle conclusioni di Marcello di Paola, docente e ricercatore all’Università Luiss di Roma e alla Loyola di Chicago, con diversi libri all’attivo sul cambiamento climatico e la sostenibilità. Giovane, ma soprattutto appassionata e tenace, all'interno del composito incontro dal nome Coltiviamo il futuro, la Ody è stata la voce fuori dal coro. La più ferocemente critica, la più decisa, la più estrema. Di profondo interesse se si è interessati a conoscere un altro punto di vista e a guardare la questione climatica e ambientale, con un occhio più pratico e concreto.

"Il cambiamento climatico, il crollo verticale della biodiversità, le pandemie", inizia in medias res il suo discorso, come avrebbe voluto Guy de Maupassant e sottolinea, senza troppi giri di parole, come tutte queste piccole grandi catastrofi creino "molteplici incertezze sulla capacità di produrre cibo sano in modo sostemibile per le persone in diverse regioni del mondo". Non solo in Occidente, quindi, sembra sottolineare, non solo in quelle terre che sono già di proprietà di quelle classi dirigenti che "hanno in passato sminuito gli effetti del cambiamento climatico, o addirittura sorvolato sulle responsabilità dell'uomo in questo ciclo vizioso". Una cattiva condotta che negli ultimi anni sembra essersi ridotta, con gli stessi manager e gli stessi politici che ora non solo non negano più la crisi, ma anzi puntano alla soluzione e "incensano loro stessi come gli unici capaci di arginare la valanga". 

Una buona notizia? No. O forse Ni. Dal punto di vista di Morgan Ody, quantomeno "questo netto cambio di posizione va analizzato", data anche la sua velocità e ne vanno capite le origini. "Da un lato - continua - certamente il problema è diventato talmente grande che non può essere più ignorato; dall'altro invece non si può negare che quelle stesse multinazionali abbiano potuto vedere" nel cambio di posizionamento nello scacchiere mondiale tra inquinatori a difensori del pianeta "una possibilità di accrescere il loro potere". E che per questo desiderino di controllare quelle risorse, poche, che ancora non erano nelle loro mani. "Si presentano come campioni (nel senso cavalleresco del termine) della salvaguardia del pianeta affinché sia legittimato e apparentemente etico il loro accaparrarsi tutta la terra disponibile. In soldoni il loro discorso sembra dire sempre: è solo grazie alla nostra tecnologia e al nostro essere smart che si può risolvere il problema e aiutare il mondo". Un atteggiamento che la coltivatrice francese attacca con grande durezza, affibbiandogli l'aggettivo messianico e definendolo "un assalto senza precedenti alle piccole comunità agricole di tutto il mondo". Un assalto che sta correndo veloce, con il piede pigiato sull'acceleratore, "a causa delle difficoltà portate dal Covid19". 

"Le comunità contadine producono oltre il 70% dell'alimentazione in più rispetto a quanto controllato dai grandi gruppi mondiali con il 30% in meno delle risorse. Questo fa sì che il nostro sia cibo sano, semplice, poco trasformato. Produciamo cibo in abbondanza e allo stesso tempo riusciamo a tenere al sicuro gli ecosistemi", con tutti i metodi di lavoro tradizionale, improntati al "risparmio energetico, al minore inquinamento e alla preservazione della biodiversità". E qui comincia a chiudersi, nel suo pensiero e nella realtà, il cerchio di quanto affrontato nel convegno Coltiviamo il futuro organizzato da Coop Italia: quali sono i modi e le vie da percorrere per salvare il pianeta e contrastare l'inquinamento. La chiave per la Ody è, parafrasandola ma non troppo, "ridare il potere al popolo". 

L'appuntamento è per il 23 settembre 2021 a New York, al summit organizzato dall'Onu sui Sistemi Alimentari, attualmente secondo quanto denuncia la Ody "interamente nelle mani delle multinazionali. L'incontro si terrà inoltre principalmente in videoconferenza" e quindi sarà quasi impossibile da seguire per tutti coloro che non provengono da "zone benestanti del mondo. E quindi da tutte quelle organizzazioni e movimenti sociali (in primis rappresentanti di di piccoli produttori, pescatori e popolazioni indigene) che hanno denunciato senza sosta questo processo interamente catturato dal GEF e dalle fondazioni “filantropiche” che rappresentano gli interessi dell'élite economica e finanziaria. Con poche sorprese, le soluzioni portate dal vertice ruotano tutte intorno alla digitalizzazione, alle biotecnologie e alla convergenza NBIC. Fondamentalmente accelerare l'industrializzazione dell'agricoltura per produrre di più". Ma forse non per produrre meglio.