Decreto antiterrorismo, quei passaggi poco chiari su privacy e aggravanti web

La mancanza di un testo scritto per ora denota poca trasparenza e non consente di capire la reale portata delle misure annunciate dal governo dopo il Consiglio dei ministri. Ma ci sono due rischi in agguato: la censura della rete e l'intrusione nella vita privata dei cittadini

Prima di tutto, una questione di metodo. Non è accettabile, nell'era della trasparenza e con un governo che ne ha fatto un vessillo, essere costretti ad analizzare nuove misure su un tema cruciale per sicurezza e diritti civili come il contrasto del terrorismo sulla base dei soli annunci del ministro Angelino Alfano. Il testo? “Lo sta ancora assemblando Palazzo Chigi”, risponde il Viminale, e viene da chiedersi allora che cosa sia stato realmente approvato nelle scorse ore. Come ha scritto su Twitter il giurista ed esperto di Open Government, Ernesto Belisario, “sarebbe giusto che tutti gli atti del governo fossero pubblicati online prima dei Consigli dei Ministri”; o almeno, subito dopo.

Invece l'esecutivo approva le intenzioni, ma non ne fornisce i dettagli – e no, non bastano le poche slide pubblicate sul sito del ministero dell'Interno. Una prassi non certo inedita, legittima ma non per questo virtuosa, perché inficia la capacità di giudizio nel merito del provvedimento. Qualcosa tuttavia si può già dire sulla parte riguardante Internet delle norme per combattere la minaccia dello Stato Islamico. Alfano sostiene che saranno comminate pene più severe per chi commette i “reati di istigazione e apologia del terrorismo” via web; l'uso della rete per difendere e diffondere la propaganda di ISIS, in altre parole, diventa un'aggravante.

Significa che il governo ritiene che la “radicalizzazione” avvenga più facilmente su Internet che di persona; apparentemente ragionevole, ma per complicare il quadro basta ricordare che i fratelli Kouachi, gli attentatori di Charlie Hebdo, non sono diventati jihadisti online ma tramite le idee fondamentaliste assorbite da un predicatore nel 19esimo Arrondissement di Parigi e, per il più giovane, Chérif, in prigione. Andrebbe poi meglio compreso cosa questa convinzione del primato del web comporti per la seconda novità contenuta nello schema di decreto: la possibilità di “spegnere” più facilmente i siti pro-Jihad.

Un tema delicato, che riguarda i confini della libertà di espressione in rete e, più nello specifico, l'utilità a fini investigativi e di coscienza critica dell'opinione pubblica del materiale che il governo vorrebbe vedere rimosso all'istante. A quanto annuncia Alfano, è stata introdotta “la possibilità per l'Autorità Giudiziaria di ordinare agli Internet provider”, cioè coloro che forniscono i servizi di rete, “di inibire l'accesso ai siti utilizzati per commettere reati con finalità di terrorismo”. La novità? Che saranno quelli “compresi nell'elenco costantemente aggiornato dal Servizio Polizia Postale e delle Telecomunicazioni della Polizia di Stato”; nel caso i provider non dovessero ottemperare, sarà il giudice a “disporre l'interdizione dell'accesso ai relativi domini Internet”.

L'idea è simile a quella resa legge in Francia solo pochi giorni fa, con la differenza che oltralpe non si passa per la magistratura. Qui formalmente il passaggio c'è, ma se ne ignorano i contorni, i criteri e dunque le tutele nel caso si fosse titolari di un sito finito erroneamente nella lista nera; possibile dato che, come ha detto Alfano in conferenza stampa, basta essere “sospettati di appoggiare attività terroristiche”. Restano poi i dubbi di fondo sull'approccio.

Il titolare del Viminale ha ribadito più volte che si tratta di sacrificare un pezzo di privacy e libertà online per essere tutti più sicuri; il problema è che non serve, perché non funziona. Come ha scritto Felix Tréguer della no profit 'La Quadrature Du Net', “il blocco dei siti non è efficace, dato che viene facilmente aggirato”, e in più è “sproporzionato”, perché “c'è il rischio di rendere inaccessibili contenuti perfettamente leciti”. Cui si somma quello che la magistratura, oberata, non finisca per esercitare che un controllo sommario sulla effettiva bontà delle liste, disponendo blocchi senza troppi complimenti. Nell'attesa del testo, un ultimo dubbio: cosa significa esattamente “la semplificazione, nel rispetto del Codice della privacy, delle modalità con le quali le Forze di polizia effettuano trattamenti di dati personali?” Nell'era post-Datagate, meglio vederci chiaro.

Foto tratta da eburnienews

 

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