Cultura digitale. Hiroshi Ishii: "I bit saranno i nuovi atomi"

Hiroshi Ishii

Nella visione del docente del MIT, a Milano per l'evento Meet the media guru, si prospetta un'interazione tra uomo e macchina in cui l'informazione digitale avrà una manifestazione fisica, tale da permetterci di interagire direttamente. La nostra intervista

MILANO. Hiroshi Ishii ama ripetere un motto: “Le tecnologie odierne saranno obsolete in un anno e le applicazioni rimpiazzate in dieci, ma una visione autentica può durare più di un secolo”. La sua, presentata dal docente di Media Arts e Sciences al MIT Media Lab a "Meet The Media Guru", a Milano, è – come nel film "Minority Report" – di rendere tangibile l'unità di misura dell'informazione digitale, i bit.

Professor Ishii, che significa?

"L'obiettivo è creare interfacce tra esseri umani, bit e ambiente che diano forma fisica all'informazione digitale, rendendo direttamente manipolabili e percepibili i bit e creando a questo modo nuovi strumenti per l'espressione artistica così come l'analisi scientifica".

A cosa sta lavorando, attualmente?
"A una nuova visione chiamata degli “atomi radicali”, che ci porta perfino oltre i “bit tangibili” assumendo la generazione ipotetica di materiali che possano cambiare forma e aspetto dinamicamente, diventando riconfigurabili come i pixel sullo schermo. Insomma, è una prospettiva dell'interazione tra uomo e macchina in cui tutta l'informazione digitale ha una manifestazione fisica, così da poterci interagire direttamente".

Quando comincerà ad avere effetti concreti sulle nostre vite?
"Sta già accadendo, nel campo del cosiddetto “Internet delle cose”. Ovvero, quando oggetti intelligenti, che contengono al loro interno un computer, comunicano tra loro e fanno cose meravigliose. Ma è molto difficile da realizzare, a meno che tutte quelle cose non siano progettate per lavorare di concerto verso un obiettivo. L'incorporazione fisica di funzioni digitali avvicina di molto la computazione alle nostre vite di ogni giorno, e la startup del Media Lab, Ambient Devices (che realizza strumenti per segnalare facilmente e in tempo reale l'effettivo consumo energetico di una abitazione, l'andamento di titoli azionari o la situazione del traffico, ndr), lo dimostra".

Eppure il mondo sembra procedere a passi spediti verso lo sviluppo di strumenti di realtà virtuale o “aumentata”, che sostituiscono il digitale al reale o sovrappongono il primo al secondo. Come si pone la sua ricerca rispetto a tendenze su cui i colossi web, da Facebook a Google, stanno operando investimenti milionari?
"Sono approcci opposti a quello dei “bit tangibili” e degli “atomi radicali”: la realtà “aumentata” sovrappone i pixel al mondo reale senza tangibilità, tatto, corporalità. E poi ciò che più importa è l'originalità della ricerca, ed è da questo punto di vista che il mio approccio è così distante da quello attualmente dominante.

Grazie a Edward Snowden abbiamo compreso quanto il mondo dei pixel sia in realtà un mondo fatto essenzialmente di sorveglianza. Come immagina il rapporto tra “Internet tangibile” e controllo?
"La privacy resta un grosso problema sia coi pixel sia se i bit diventano tangibili. Snowden ha cambiato il mondo, ma dopo lo scandalo NSA e così tante intrusioni informatiche niente è sicuro. La privacy è un'illusione, anche perché la stiamo vendendo in cambio delle comodità fornite da Google, Facebook, Twitter e tutti i servizi online. Ma niente è gratis".

Concorda con il presidente di Google, Eric Schmidt, quando sostiene che “Internet scomparirà”?
"“Scomparire” è solo una metafora. La rete sta diventando talmente ubiqua che nessuno sarà più conscio dell'esistenza e della disponibilità di Internet. È come l'ossigeno, o la gravità. Nessuno se ne rende conto: li diamo per scontati. Il Wi-Fi sta diventando lo stesso, e per comprenderlo basta pensare a quanto i clienti si infastidiscano se non è disponibile in una camera d'albergo. In poco tempo è diventato lo standard. Ma può essere anche rischioso".

In che senso?
"Non possiamo fidarci al 100% della tecnologia. Che si può rompere, e quando accade – se non siamo consci dell'esistenza di Internet intorno a noi – siamo fragili noi stessi. Potrebbe sembrare una visione pessimista, ma dobbiamo prepararci. E io sono un ingegnere, so che le cose non funzionano mai come vorremmo. Quindi una dose di pessimismo è essenziale. E nessuna utopia".

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