L'intervista/ Galbraith: «La rottura per le pressioni del Fmi»

Il consigliere di Varoufakis: «Il governo non voleva colpire pensionati e poveri». Sul referendum: «Con i “sì” il Paese dovrà accettare le richieste dei creditori»

ROMA. Riuscirà il miracolo? Un accordo dell’ultimora? Nel mix tra tragedia e thriller della vicenda greca, James Galbraith, economista americano noto per le sue pubblicazioni ma ultimamente anche per essere buon amico e consigliere di Yanis Varoufakis, non si sbilancia in previsioni sul futuro del negoziato, riapertosi ieri a sorpresa con la mossa di Tsipras. Ma ha le idee ben chiare su quel che è successo finora: il governo greco era pronto ad accettare misure di austerità; ma voleva sceglierle, e non subirle. E a complicare le cose, fino alla rottura, è stato soprattutto l’atteggiamento del Fondo monetario internazionale.

Panico, crisi di liquidità, economia bloccata, mercati in agitazione. E improvvise speranze. Cosa può succedere nei prossimi giorni in Grecia? Si farà il referendum?

«Penso che il voto ci sarà, e sarà chiaro a tutti i greci che si tratta di un referendum legittimo. C’è molta ansia in Grecia in questo momento, apparentemente. Ma ci sono sufficienti scorte, e può darsi che nei prossimi giorni l’atmosfera si faccia più calma, invece di surriscaldarsi. Vedremo».

Quali sono gli scenari alternativi, se vince il sì o il no?

«In caso di vittoria dei sì il governo tornerà dai creditori e accetterà le loro proposte. Se vincono i no, torneranno ugualmente dai creditori, avendo messo in chiaro che non possono accettare quelle proposte. E cosa succederà, a quel punto, sarà deciso nelle altre capitali europee e nel Fondo monetario internazionale».

In genere si tende ad associare il rischio del default con quello dell’uscita dall’euro: le due cose vanno per forza insieme?

«Un default nei confronti del Fondo monetario internazionale non è sinonimo di uscita dall’eurozona. Certo, metterebbe ulteriormente in luce la pazzia della partecipazione del Fmi al salvataggio greco, in primo luogo, e le decisioni inette prese dai direttori del Fondo - da Dominique Strauss-Kahn in poi -, in alcuni casi rivestite delle proprie ambizioni politiche personali e certamente non indirizzate a fare il meglio nell’interesse della Grecia. E non c’è nessun meccanismo, nei trattati, che obblighi la Grecia a uscire dall’Unione europea».

Eppure, l’accordo era vicino, secondo molte ricostruzioni delle ore drammatiche della rottura dei negoziati.

«In verità, la parte greca aveva presentato offerte che andavano incontro alle richieste dei creditori sulla continuazione dell’austerity: avevano solo rifiutato di imporre i pesi più gravosi sulle spalle degli anziani e dei poveri. La Grecia si aspettava che sarebbero state accettate “misure equivalenti”, basandosi su esperienze passate in altri paesi e dimostrazioni recenti. Ma i creditori hanno insistito per andare molto vicini a una piena attuazione del Memorandum (quello siglato a suo tempo dalla Grecia con la trojka, NdR), e hanno indurito la loro posizione, a quanto parte sotto una pressione dell’ultimo minuto del Fmi. Né è stato mai discussa la ristrutturazione del debito. Dunque è volgarmente falso dire che c’era un quasi-accordo».

In caso di Grexit, pensa che la speculazione finanziaria si sposterà verso altri paesi, tra i quali l’Italia?

«L’ironia di questa situazione è nel fatto che la Banca centrale europea sta usando il suo enorme potere per stabilizzare Italia, Spagna e Portogallo mentre, allo stesso tempo, ha destabilizzato la Grecia. Questo è evidente a tutti, per questo mi aspetto che la prossima minaccia all’Eurozona non venga dalla speculazione finanziaria, ma da una ribellione politica».

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