Sfida aperta allo zar punito per l’alleanza nel conflitto in Siria

La città di Dostoevskij simbolo della scalata del presidente. Si è alzato il livello dello scontro con gli estremisti islamici

I Demoni sono tornati nella città di Dostoevskij e benchè la prudenza induca a usare qualche condizionale la logica indica il terrorismo jihadista come probabile matrice. Succede nella San Pietroburgo di Putin e nel giorno in cui lo zar lì si trovava. Una sfida aperta al Cremlino, dunque, ormai salito nella gerarchia islamista dei peggiori nemici per l’attivismo in Siria e per aver cooptato, nell’alleanza anti-Stato islamico alternativa a quella degli Stati Uniti, il sultano Erdogan. Se molto divide Mosca dall’Occidente, c’è tuttavia una battaglia comune da combattere stando sullo stesso fronte.

L’aereo abbattuto nel Sinai, l’ambasciatore ammazzato ad Ankara da un killer che urlava «non dimenticatevi di Aleppo, non dimenticatevi della Siria», erano attacchi agli interessi russi fuori dai confini. Ora si alza il livello con il sangue che scorre nella metropoli in questa fase persino più rappresentativa di Mosca perché epicentro delle fortune di Putin, origine della sua irresistibile scalata: oltre che di bombe, si sa, il terrorismo si nutre di simboli.

Stime accreditate fanno ammontare a 2.500 il numero dei foreign fighters di passaporto russo e nativi delle regioni caucasiche dell’impero dove è forte la matrice musulmana estremista (Cecenia naturalmente, anche Daghestan, Inguscezia). E va aggiunta la Georgia che aveva fornito al sedicente califfo il comandante dell’esercito Abu Omar al Shishani, ammazzato nell’estate del 2016.

San Pietroburgo, la fuga dai vagoni colpiti: gli istanti successivi allo scoppio della bomba

È possibile che alcuni siano deceduti, altri siano in rotta a causa del rovesci dello Stato islamico in Medioriente. E un gruppo sia tornato a casa per esportare in patria la guerra santa. E comunque non ci sarebbe nemmeno bisogno dei reduci per riattivare le tentazioni stragiste del ribollente Caucaso, mai domato fino in fondo nonostante il pugno di ferro mostrato a più riprese dall’uomo forte del Cremlino. Ci sono aree che sfuggono al controllo del potere centrale e dove il ribellismo anti-ortodosso e pro-indipendentista gode di largo consenso tra la popolazione.

Vladimir Putin sa tutto questo. Quando si è impegnato (2015) con uomini e mezzi a fianco di Bashar Assad nella guerra siriana non ha fatto mistero di essere stato spinto dalle preoccupazioni per l’attrazione crescente esercitata dal Califfato su connazionali che si ostina a ritenere, contro il loro parere, irrimediabilmente russi. Temeva che i successi dello Stato islamico potessero far aumentare in modo esponenziale il proselitismo. Fenomeno da arginare con ogni mezzo, pena il ritrovarsi domani in casa un esercito ben equipaggiato e con una profonda esperienza maturata sui campo di battaglia. Sapeva anche, lo zar, che il prezzo da pagare avrebbe potuto essere quello degli attentati in Russia. Il lavoro di intelligence li aveva sventati, almeno nel recente passato. Ma non esiste sicurezza assoluta davanti a un nemico cui basta una bomba su un vagone della metropolitana per far saltare il fragile equilibrio di città comunque esposte alla mescolanza.

Putin si è impegnato in Medioriente anche per approfittare di un certo disimpegno americano e esercitare un’influenza importante per il presidio del Mediterraneo e dell’area del Golfo, cruciale per le fonti energetiche. Le sue mire egemoniche entrano in collisione con altri appetiti che contribuiscono a rendere ulteriormente instabile una regione già complessa di suo. Ma le grandi manovre geostrategiche del dopo, quando torneremo probabilmente a dividerci, non impedisce ora di immaginare davanti all’emergenza un fronte comune contro il terrorismo che ci minaccia tutti allo stesso modo. Così dobbiamo essere disposti, oggi a dirci pietroburghesi, come ieri fummo londinesi, berlinesi, nizzardi, parigini. E accettare Putin come un compagno di viaggio indispensabile e prezioso per affrontare la sfida più dura degli ultimi decenni. Perché, oltre alle tentazioni neo-isolazioniste del presidente degli Stati Uniti Donald Trump, sulla cartina geografica Siria e Iraq sono uno dei vertici di un triangolo rovesciato: gli altri due sono l’Europa e la Russia.

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