Potere centrale svuotato a favore dei "cacicchi" locali

Tra le tante cose rivelate dal Covid, fuori dalla dimensione sanitaria, balza agli occhi il danno prodotto dall' "autonomismo epidiemiologico". Regioni che protestano perché non vogliono le zone rosse, altre tenacemente decise a rimanere attaccate al loro miracolistico status cromatico. Altre, ancora, incuranti del fatto di non comunicare dati proprio trasparenti, di non aver predisposto piani emergenziali, di aver ridotto a fantasmi le medicine territoriali o privatizzato il sistema delle residenze per anziani. Ci pareva di ricordare che viviamo in uno stato unitario. Evidentemente non è così. Siamo, non solo antropologicamente, molti paesi in uno solo.

Il localismo esasperato, che si manifesta nella tutela particolaristica di questo o quel gruppo sociale, nella tenacia, o nella protervia, di questo o quel "governatore" - parola costituzionalmente inesistente ma gravida di significato -, si impone senza pudore. A scapito dell'interesse generale, che è interesse nazionale. Anche in questi drammatici frangenti. Soprattutto, in queste difficili contingenze.

Lo spettacolo è desolante. Governatori che reclamano chiusure ma chiedono al governo di farlo in loro vece; governo centrale che, se anche volesse, preferisce non farlo. Nell'intento di lasciare il cerino in mano all'altro. Una volta superata la pandemia si dovrà pur affrontare la questione; discutere dei rapporti tra Stato e Regioni, della fallimentare riforma del titolo V, figlia di un frettoloso, e inutile, inseguimento al federalismo spinto di partiti che non si volevano nazionali e poi lo sono diventati. A destra come a sinistra, tutti hanno tenuto bordone a questo delirio. Non realizzando che si trattava non di una mera cessione di competenze residuali ma della piena funzionalità dello stato.

Con il risultato che ora non ci sono diritti uguali per tutti sul piano della tutela della salute. E che la scena politica è dominata da figure, i governatori che, efficienti o meno, si percepiscono come titolari di una legittimità superiore in quanto eletti direttamente dalla loro "comunità". Mentre i leader di governo restano debitori di una legittimazione ritenuta svalorizzata nel senso comune dal fatto di essere figlia di meccanismi parlamentari percepiti come distanti e obsoleti.

Uno svuotamento del potere centrale foriero di decomposizione statuale. Anche perché i partiti nazionali non esercitano più le loro storiche funzioni, incapaci di mettere argine non solo all'autonomismo esasperato ma persino ai propri riottosi ma popolari "cacicchi" in versione regionale. Auguri, allora, agli italiani! O meglio ai veneti, friulani, lombardi, campani, calabresi..., a un popolo disperso come collettività, frantumato in mille rivoli territorial-identitari-corporativi. Gli stessi che poi chiedono al governo nazionale di mettere mano alla cassa per non lasciare senza ristoro nessuno "italiano".

 

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