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Il mar Tirreno come i tropici, allarme per l’invasione del granchio blu

Una specie «aliena» e «pericolosa»: invade gli ecosistemi in cui vive ed è difficile da controllare. La sua presenza nei nostri mari è colpa delle alte temperature

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Sull'estate 2022 incombe il granchio blu. Si moltiplicano infatti le segnalazioni anche sulle coste del Tirreno, dopo l'Adriatico. Una specie «aliena», in queste acque, ma anche «pericolosa» come conferma a LaPresse il naturalista Corrado Battisti, funzionario che si occupa del Monumento naturale Palude di Torre Flavia a Nord di Ladispoli, Roma, dove è stata segnalata un'invasione di questi animali che «possono raggiungere anche i 20 centimetri». Inoltre, avendo delle chele possenti «possono fare anche male se maneggiate», soprattutto ai bambini. Si moltiplicano infatti i casi di turisti che questa estate stanno segnalando la presenza in mare del crostaceo, che ha "pizzicato” alcune persone.

«Il granchio blu gigante è una minaccia per l'ecosistema perché è un grande predatore, mangia di tutto, e non ha predatori naturali», spiega. «Originario delle coste atlantiche, dagli Stati Uniti al Sud America è probabile che sia arrivato nel Mediterraneo perché trasportato con l'acqua di zavorra delle navi. Oppure per scopi culinari, visto che è commestibile». Una specie «che invade gli ecosistemi in cui vive, difficile da controllare e che depone migliaia di uova». Finora in Italia era stato avvistato «lungo la costa adriatrica, dove hanno aperto alla pesca. Sull'altro versante, invece, è stato avvistato a Napoli, nel mar Ligure, a Civitavecchia. E ora anche a Ladispoli e Cerveteri», prosegue Battisti confermando che si tratta di una specie «aliena» per il Tirreno, almeno finora. A preoccupare soprattutto «il suo forte impatto ambientale - aggiunge - perché è molto vorace, mangia qualunque cosa: piccoli pesci, molluschi, crostacei ma anche vegetali acquatici. Recentemente i granchi blu hanno attaccato uno stabilimento di cozze. Quindi possono causare danni anche economici», aggiunge.

La colpa di questa «emigrazione» per Roberto Scacchi, presidente di Legambiente Lazio, deve essere rintracciata «soprattutto per l'aumento della temperatura delle nostre acque, che permette alle specie non autoctone di proliferare, riprodursi». «C'è una tropicalizzazione del nostro mare - ha spiegato - che sta cambiando anche la rete biologica. Le specie arrivano e si trovano bene», ha aggiunto il presidente sottolineando: «A oggi non è pericolosa per l'uomo però ovviamente ancora non conosciamo l'impatto complessivo. Nei prossimi mesi verificheremo se avrà effetti anche su alcuni risvolti economici, come per la pesca».

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