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Regno Unito: Archie è morto, il decesso due ore dopo che l’ospedale ha staccato i macchinari

Dopo una lunga battaglia legale, la madre Hollie Dance: «Un bambino così bello. Ha combattuto fino alla fine»

GIACOMO GALEAZZI
Aggiornato alle 3 minuti di lettura

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ROMA. Archie Battersbee è morto. Il Royal London Hospital oggi ha staccato i macchinari che tenevano in vita il ragazzino britannico in coma da aprile e cerebralmente morto. Due ore dopo è deceduto. Il 12enne era stato trovato esanime, con un cappio al collo, nella sua casa nell'Essex, vittima di una sfida on-line finita male. La madre, Hollie Dance, che insieme a tutta la famiglia ha ingaggiato un dolorosa battaglia legale perché non venisse staccata la spina, ha detto di aver fatto tutto il possibile: «Ho fatto tutto ciò che avevo promesso al mio bambino che avrei fatto». Dopo diversi ricorsi presso i tribunali britannici e l'intervento della Corte europea dei diritti dell'uomo, la famiglia ha tentato nei giorni scorsi senza successo di permettere che Archie fosse portato dall'ospedale in un hospice affinché potesse morire in una situazione serena, con la sua famiglia, lontano dal rumore dei macchinari del Royal London. «Sentirò per sempre quel bip – ha aggiunto la madre – . Un bambino così bello. Ha combattuto fino alla fine».

Londra, Archie è morto. La madre: "Ha lottato fino alla fine, sono orgogliosa di mio figlio"

Battaglia legale
Il ragazzo britannico di 12 anni con danni cerebrali era finito, dunque, al centro di una battaglia legale sull'opportunità di continuare il suo sistema di supporto vitale. E’ morto «dopo che un ospedale ha posto termine al trattamento», ha dichiarato la sua famiglia. I genitori di Archie Battersbee si sono appellati senza successo ai più alti tribunali britannici e alla Corte europea dei diritti dell'uomo (CEDU) contro l'interruzione del supporto vitale. Ma non sono riusciti a convincere i tribunali ad autorizzare il trasferimento di Archie in un ospizio per la morte. I medici che hanno in cura Archie in un ospedale di Londra hanno dichiarato che continuare con il supporto vitale non sarebbe stato nel suo interesse e che il trasferimento del ragazzo in un hospice avrebbe potuto peggiorare la sua situazione. Il bambino era incosciente da quando, ad aprile, si era ferito nella casa di famiglia nell'Essex, a est di Londra. «Sono la mamma più orgogliosa del mondo, è un bambino così bello e ha lottato fino alla fine», ha dichiarato la madre di Archie, Hollie Dance, ai giornalisti fuori dall' ospedale.

Tutela
La tragica vicenda ha rinfocolato il dibattito sul sistema di tutela dell'infanzia quando il rapporto di fiducia tra famiglia e medici si rompe, come è avvenuto in questo caso. Dance ha combattuto mesi contro le autorità mediche e giudiziarie per prolungare la vita di suo figlio ed evitare una morte programmata. Ma il percorso legale si è esaurito ieri, dopo essere passato, un ricorso dopo l'altro, dal tribunale della famiglia inglese alla Corte suprema britannica, fino alla Corte europea dei diritti umani. Nemmeno l'intervento del Comitato delle Nazioni Unite per i disabili è riuscito a cambiare la situazione. «Tutte le vie legali sono state esaurite. La famiglia è devastata», ha confermato oggi un portavoce prima del distacco dei macchinari. Mentre i genitori davano l'ultimo saluto ad Archie, un gruppo di cittadini si è radunato all'esterno della clinica per una veglia.

“Non è una foglia secca”
Nei giorni scorsi preghiere e attesa per la sorte di Archie Battersbee contro la scelta medica di togliergli il supporto vitale. Avevano scritto ieri i media vaticani: «Archie non è una foglia secca, è un bambino in carne ed ossa, come lo erano Charlie Gard, Alfie Evans e lo è Tafida Raqeeb, curata in Italia dopo il braccio di ferro con le autorità sanitarie londinesi. Curare non significa esclusivamente guarire, ma farsi carico: di chi sta soffrendo, di chi è debole, di chi è fragile. Questo costa molto di più, in termini economici e d’investimenti, rispetto a staccare le macchine che tengono in vita una persona, ma è lo specchio di una società che si riconosce creatura e quindi protegge e aiuta l’uomo o di una società autoreferenziale, che, avendo tagliato ogni nesso, sfrutta, distrugge e divora. Nelle terapie intensive la vita è un suono ad intermittenza di un monitor o una pompa che porta l’aria ai polmoni. La vita è sacra, sempre. Eppure alcuni devono morire perché leggi, sentenze, altre persone hanno deciso che così deve essere. Archie Battersbee, ha dodici anni e fino a poco fa andava a scuola e giocava in una delle città più avanzate al mondo, Londra, almeno secondo i parametri economici e di sviluppo». Eppure, aggiunge Vatican news, «il suo Paese non solo non riesce a proteggerlo, ma non ascolta la mamma Hollie e il papà Paul, che vogliono tentare ogni mezzo per salvare la vita del proprio figlio. Invece di essere sostenuti e supportati, lottano contro coloro che dovrebbero cercare ogni via per salvare la vita». Per i medici del London Royal Hospital, evidenziava ieri il portale della Santa Sede, «non c’è più nulla da fare: si tratta di morte cerebrale e la condizione è irreversibile, quindi vanno sospesi tutti i trattamenti che tengono in vita il bambino. Hollie continua a ribadire che dei medici di altre nazioni, tra cui l’Italia, sono disponibili a tentare di salvare la vita di Archie. Quattro mesi di battaglie legali, ricorsi interni ed esterni, arrivati fin nelle sedi europee e delle Nazioni Unite, ma tutte le porte sono rimaste chiuse fin’ora, nulla ha arrestato lo spettro della morte».

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