Scuola e disabilità, così precariato, tagli e Covid-19 minacciano l'inclusione

In circa vent’anni gli studenti con disabilità sono più che raddoppiati negli istituti scolastici italiani, ma i governi non hanno investito adeguatamente nell’inclusione di studenti  privati di un’adeguata continuità didattica, alle prese con strutture inadeguate e insegnanti di sostegno spesso non formati. Uno scenario aggravato ulteriormente dall’epidemia di Covid-19. Lo abbiamo raccontato mettendo insieme dati e testimonianze 

 
 
La storia parte da Eboli e arriva a Strasburgo. Hanno dovuto bussare fino alla porte della Corte Europea dei diritti dell’Uomo i due genitori di una bambina autistica campana per ottenere un diritto basilare: permettere alla figlia ad avere un’assistenza adeguata nella scuola pubblica. 
 
Ma la condanna, arrivata a metà settembre, non si è fermata ad Eboli. Ha coinvolto un intero Paese che, per primo negli anni ‘70, ha scommesso sull’inclusione dei diversamente abili e su un tipo di società diversa, un’eredità pregiudicata da anni di spending review. L’Italia è stata infatti ritenuta responsabile di non aver fornito adeguata assistenza scolastica adeguata alla giovane, nonostante il ricorso dell’Avvocatura di Stato che motivava il mancato “servizio” con le restrizioni imposte dai tagli della legge di stabilità del 2011. 
 
Tra la necessità di far quadrare i conti e quella di garantire dei diritti, la corte di Strasburgo ha privilegiato la seconda. Una sentenza che potrebbe fare scuola.
 
Sì, perché se gli alunni disabili rappresentavano nel 1990 l’1.8% degli studenti italiani nelle scuole primarie e secondarie di primo grado, nello scorso anno scolastico la loro percentuale sale a oltre il 4%. Quattro alunni su 100 nelle scuole italiane dell’obbligo hanno una disabilità di qualche tipo. Una media che sale al 4.3%  (69.021 alunni) nelle scuole primarie  (elementari) e si attesta al 4.1% nelle secondarie di primo grado (medie) e al 2.9% in quelle di secondo grado (superiori).  
 
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«La scuola rappresenta l’unico spazio di inclusione sociale reale per i ragazzi disabili, ma è indubbio che ha oggi le sue criticità» spiega Loredana Fiorini, presidente dell’associazione Hermes che unisce i genitori dei ragazzi con disabilità. 
 
Parliamo di una categoria composita di di oltre 259 mila ragazzi con deficit di tipo intellettivo, di sviluppo, affettivo-relazionali, motori e visivi. Di studenti con problemi di linguaggio, apprendimento e attenzione che hanno il diritto di sentirsi parte di una collettività e intraprendere un percorso di crescita personale.
 
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Una presenza che varia da Regione a Regione. È la Sardegna a far registrare la maggior presenza di alunni disabili con più del 4% sulla percentuale degli studenti, seguono Liguria (4.03%), Sicilia (3.98%) e Abruzzo (3.95%). 
 
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Ma sono spesso le regioni con una media di studenti disabili superiore a quella nazionale a far registrare le situazioni più critiche. 
 
 
 
Per favorire l’integrazione degli studenti disabili il Miur mette a disposizione, ormai da decenni, una figura professionale apposita. La figura dell’insegnante di sostegno nasce in Italia nel 1975, esattamente 45 anni fa. È un insegnante specializzato assegnato alla classe dell’alunno con disabilità per favorirne il processo di integrazione. Una figura quindi essenziale per il percorso scolastico dello studente, che non sostituisce il docente di ruolo, ma che rappresenta una risorsa per le sue necessità educative. Eppure la sua presenza non è uniforme in tutto il territorio nazionale e presenta non poche criticità. 
 
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E sono proprio le regioni del Nord, spesso all’avanguardia per molti altri aspetti, a registrarne la carenza più significativa. In Liguria, una delle regioni con la percentuale più alta di studenti con disabilità in Italia, ogni docente di sostegno si occupa di 2.65 alunni, in Friuli di 2.52 e il Lombardia di 2.34. Le percentuali migliorano nettamente al Sud con la Sardegna che, con 1.25 alunni per insegnanti si configura come una delle regioni più all’avanguardia d’Italia per il sostegno scolastico. 
 
Una conferma che trova riscontro anche nel minor numero di ore settimanali riservate al sostegno al sud (14.1) rispetto a quelle del nord (12.5). Ma la situazione resta critica in tutto lo Stivale come ricorda Loredana Fiorini: «Spesso per la logica dei tagli, dei bilanci e dei risparmi, che hanno falcidiato la scuola questi anni, non si vanno a coprire i reali bisogni dello studente.Gli insegnanti di sostegno offrono supporto a tutta la classe, ma  le ore vengono tagliate e non sono rari i ricorsi al Tar. Lo studente disabile deve venire sempre raccordato con la classe, ma se questo non avviene partiamo di esclusione, non di inclusione». 
 
Un problema che si interseca con la carenza e lo scarso ricorso a figure specializzate. Nel corso dell’anno 2017/2018, il 35.6% delle figure per il sostegno in Italia sono state selezionate dalle liste curriculari, ovvero da insegnanti che avevano scarsa o pochissima preparazione nel sostegno. Una media che in Piemonte raggiunge addirittura il 50.6% e vede tutte le regioni del Nord con medie nettamente superiori rispetto al resto d’Italia.
 
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Una dinamica che ha sicuramente un costo: «Sono troppi gli insegnanti al sostegno che non hanno una formazione specifica. Si dice spesso che l’Italia è uno dei paesi modelli per quanto riguarda l’inclusione, ma a quale prezzo? Come viene realizzata? L’assegnazione su cattedra di personale non qualificato crea grandi problemi, io ho passato anni della scuola di mio figlio a insegnare ai docenti di sostegno come interagire con il ragazzo -spiega Loredana Fiorini- ancora una volta, la colpa è sistemica, non è certo degli insegnanti, ma la formazione fa la differenza e sono i ragazzi a pagare il prezzo più alto». 
 
 
A completare il quadro c’è il fatto che l’insegnante di sostegno cambia di anno in anno, privando di fatto i ragazzi di una continuità didattica ed educativa fondamentale. Nel corso dell’anno scolastico 2017-2018 lo hanno cambiato più della metà degli studenti con disabilità in Italia. 
 
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Una media che è più accentuata al Nord, rispetto al Centro e al Sud, dove la percentuale di ragazzi che hanno cambiato l’insegnante tra un anno e l’altro sale addirittura al 62%. Un fenomeno spiegabile con il flusso che vede molti insegnanti del Sud spostarsi verso Nord per accumulare punteggio e poi tornare a esercitare la professione verso casa. 
 
Secondo il portale Tuttoscuola quest’anno circa 170 mila alunni con disabilità (il 59% del totale) all’apertura delle scuole non hanno trovato il docente di sostegno che li seguiva l’anno scorso. 
 
«La continuità didattica è fondamentale, lo è per tutti gli studenti, ma ancor di più per gli studenti alle prese con una disabilità. Quando manca la continuità viene a mancare il ruolo dell’insegnante di sostegno che impiega molto tempo a entrare in relazione con questi studenti, spesso non basta un intero anno scolastico. Se questa figura cambia ogni anno anche lo scopo dell’insegnante di sostegno viene meno, ne derivano tre ordini di problemi: una frustrazione per il ragazzo, un danno enorme per la didattica, uno spreco inutile per lo Stato- argomenta Loredana Fiorini, che non ha dubbi sulle cause - Alla base di tutto questo c’è il precariato, malgrado il Miur invochi sempre la continuità scolastica, il dirigente scolastico si trova di fronte a delle graduatorie ogni anno che deve rispettare, quindi non è nel potere delle scuole garantirla. Gli insegnanti di sostegno sono tutti precari con contratto annuale, il problema non è dei dirigenti, ma del sistema. Servirebbero più cattedre con posti stabili. Un principio che vale per tutti gli studenti, ma ancora di più per gli studenti disabili. Quel che è certo è che tutti pagano il prezzo di questa discontinuità in termini formativi».
 
Un’ipotesi suffragata da dati concreti, come ricorda Tuttoscuola i posti di sostegno sono passati dai 59 mila del 1997-98 ai 173 mila del 2019-20, ma circa 73 mila (il 42%) sono precari. E per quest’anno è prevista l’immissione nelle scuole di altri 10mila precari in più nel sostegno. 
 
Altre figure chiave nell’assistenza ai ragazzi disabili sono quelle degli “Operatori di assistenza” e degli “Addetti alla comunicazione: entrambe sono nominate dagli Enti Locali a supporto dell’alunno con disabilità, per consentirgli di frequentare le lezioni in modo adeguato. La figura di “Operatore di Assistenza” è riferita prevalentemente agli alunni con disabilità di tipo fisico e conseguenti problemi di autonomia, l’Addetto alla Comunicazione si occupa degli alunni con disabilità sensoriale.
 
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Sono figure essenziali, spesso chiamate a supplire delle carenze evidenti degli insegnanti di sostegno, come spiega Loredana Fiorini: «Il ruolo degli operatori di assistenza, presente fino alle medie, se ben interpretato è molto importante sia per il corpo docente, che per il ragazzo stesso. Spesso hanno più ore degli insegnanti di sostegno, e in particolare il ruolo dell’addetto alla comunicazione è di favorire la comunicazione tra lo studente e lo spazio intorno, compresi i docenti. Ad esempio, se parliamo di persone specializzate nelle specialità visive, possono saper leggere il braille, cosa che spesso gli insegnanti di sostegno non sanno fare». 
 
In questo caso le carenze più critiche si riscontrano in Campania dove è presente 1 operatore ogni 14.3 studenti e in Molise 13.1 studenti per operatore, mente migliora nettamente al Nord, con la Lombardia e la Regione autonoma di Trento che vanta il più alto numero di operatori.
 
 
Ma il problema per molti studenti con deficit motori è anche quello delle barriere fisiche che impediscono spesso l’accesso nelle scuole ai ragazzi con questo tipo di disabilità. Un tema epocale che si mescola spesso con quello dell’edilizia scolastica, e che vede in tutte le Regioni d’Italia situazioni critiche. 
 
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Quasi la metà delle scuole italiane (il 47.8%) non erano accessibili, almeno nell’ultima valutazione dell’Istat relativa all’anno scolastico 2017-2018. Una dinamica particolarmente critica al Sud Italia con Calabria e Basilicata che vedevano oltre il 57% delle scuole prive di facilitazioni per alunni con disabilità. Un quadro nazionale desolante, dal quale sembra salvarsi solo la Regione Val D’Aosta e le province autonome di Trento e Bolzano. 
 
Ma di quali barriere parliamo? Nella stragrande maggioranza dei casi (46%) l’ostacolo principale è costituita dall’assenza di un ascensore o della presenza di uno non a norma. 
 
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E al tempo del Covid-19 le barriere all’inclusione scolastica non sono solo materiale come ricorda Loredana Fiorini: «L’alunno con gravi disabilità è esentato dall’uso dei dispositivi di prevenzione e delle mascherine. Però anche per loro vale quel che vale per tutti gli studenti, ovvero che, in caso di positività o di contatti con positivi, si rientra  a scuola dopo dei test e del periodo di isolamento. Ma cosa vuol dire riammettere un ragazzo con disabilità solo dopo un tampone? Parliamo di disabilità gravi spesso non collaboranti. Per la paura di venire contagiati spesso i genitori non portano i figli a scuola».
 
Il punto è esattamente la mancata programmazione dell’emergenza con la predisposizione di percorsi diagnostici differenziati per gli studenti con disabilità: «Non esistono al momento percorsi differenziati per la diagnosi, che dovevano venire predisposti sin dall’inizio dell’anno scolastico. Non si può fare una fila di ore a un drive-in con un ragazzo autistico che vuole tornare a casa; i tamponi dovrebbero essere svolti a domicilio dove l’ambiente potrebbe facilitare l’utilizzo di un test invasivo. C’è uno scollamento forte tra il diritto all’istruzione e quella che è l’emergenza sanitaria anche se si è avuto mesi per pensarci». 
 
C’è poi la forte incognita di cosa potrebbe comportare un ulteriore lockdown, anche perché la didattica a distanza, nel caso di studenti con disabilità presenta presenta criticità importanti: «Già è difficile mantenere un rapporto ‘dal vivo’, da casa diventa proibitivo: nel 95% dei casi la didattica a distanza non è fruibile; durante il lockdown l’offerta formativa per questi studenti è stata di fatto soppressa. Tutto è affidato alla creatività e alle capacità professionali di insegnanti di sostegno e curriculare che come ricordato sono pochi, precari e spesso non formati». 
 
L’ennesimo istantanea di un’epidemia che sta acuendo disuguaglianze e fragilità e di un Paese che si era sognato diverso.