Soffriva di una rara sindrome, chiesta condanna per il presidente dell’associazione Exit-Italia per istigazione al suicidio

Il presidente di Exit-Italia, Emilio Coveri

La procura di Catania ha chiesto al gup tre anni e quattro mesi di reclusione per Emilio Coveri

DAL CORRISPONDENTE DA CATANIA. Tre anni e quattro mesi di reclusione, è la condanna chiesta oggi dai pm della procura di Catania per Emilio Coveri, presidente dell'associazione Exit-Italia con sede a Torino, sotto processo per istigazione al suicidio, con rito abbreviato davanti al gup di Catania Marina Rizza. L’uomo è accusato di avere aiutato una donna di 47 anni, Alessandra Barbara Giordano, romana di nascita ma abitante a Paternò, nel Catanese, a ricorrere all'eutanasia, avvenuta in Svizzera il 27 marzo 2019. 

In una memoria depositata al processo, il procuratore aggiunto Ignazio Fonzo e il sostituto Angelo Brugaletta scrivono che «si ritiene di poter dimostrare che Coveri, in qualità di Presidente dell’associazione Exit di Torino, abbia con la sua condotta, inciso sulla libera determinazione della donna, facendo nascere il proposito del suicidio ovvero rafforzando quello embrionale, ma non ancora certo e definitivo, vincendo le sue iniziali resistenze, tranquillizzandola, facendosela amica, consigliandola circa le modalità operative e le procedure necessarie per farsi accogliere, dopo aver presentato domanda, presso la clinica Dignitas, ove la pratica del suicidio assistito viene legalmente eseguita da anni, discutendo con la stessa circa la correttezza, anche etica, della scelta di ricorrere al suicidio assistito, invitandola a non tenere conto delle resistenze di amici e parenti, delle sue remore etiche e religiose ed inducendola quindi, sia pure a distanza, con una lenta ma costante opera di persuasione, a compiere la scelta di ricorrere al suicidio assistito».

Alla richiesta di condanna si sono associate le parti civili, la madre, la sorella e tre fratelli della donna. La donna non era una malata terminale ma soffriva di una grave forma di depressione e della rara sindrome di Eagle. Secondo la ricostruzione di procura, carabinieri e polizia postale, la donna si allontanò da casa senza dire nulla ai propri familiari che appresero della destinazione da un amico che l’aveva casualmente incontrata all’aeroporto di Catania. Uno dei fratelli partì subito per la Svizzera ma arrivò troppo tardi perché dalla clinica lo informarono che la sorella era morta il giorno prima. Furono proprio fratelli e sorelle a presentare una denuncia ai carabinieri che avviarono le indagini.

I pm hanno anche richiamato l'intervento della Corte Costituzionale sul caso Dj Fabo-Cappato, che però considerano differente perché in quel caso la Corte ha ritenuto legittimo il comportamento di Marco Cappato perché fu un aiuto materiale al suicidio di una persona con una malattia irreversibile mentre in questo caso, hanno argomentato i pm, ci sarebbero «condotte di istigazione e determinazione al suicidio» di una persona che poteva essere curata dal punto di vista psicologico. «La Giordano non era affetta, in realtà, da una patologia del tutto irreversibile, causa di sofferenze insopportabili, né tantomeno era supportata da trattamenti e presidi di sostegno vitale».

La difesa parlerà nella prossima udienza, fissata per il 16 settembre. «La signora - è sempre stata la tesi difensiva di Coveri - era una nostra associata e le abbiamo semplicemente fornito, su sua richiesta, le informazioni che le servivano per prendere una decisione. Una procedura normale».

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