Eni Nigeria, assolti in appello gli intermediari: “Non c’è prova della corruzione”

I giudici della seconda sezione penale della Corte d'Appello di Milano: «Armanna non è credibile»

Non c’è prova della corruzione e neanche della «creazione di una provvista a beneficio degli intermediari». Con queste parole i giudici della seconda sezione penale della Corte d'Appello di Milano motivano l’assoluzione «perché il fatto non sussiste» di Emeka Obi e di Gianluca Di Nardo, per la procura gli intermediari della presunta tangente da un miliardo e 92 milioni di euro che, sempre stando all’accusa, sarebbe stata pagata nel 2011 da Eni e Shell per ottenere dal governo nigeriano l'ok ai diritti di esplorazione del giacimento Opl245.

In primo grado entrambi gli imputati che avevano scelto il rito abbreviato erano stati condannati a 4 anni per corruzione internazionale. Ma, dopo le assoluzioni di tutti gli altri imputati che avevano scelto il rito ordinario, a partire dall’ad di Eni Claudio Descalzi, e la richiesta di assoluzione avanzata, con parole durissime, dalla sostituta procuratrice generale Celestina Gravina, il 24 giugno scorso la Corte d’Appello ha ribaltato la sentenza. La sostituta pg, in udienza, chiedendo l’assoluzione dei due presunti intermediari, aveva criticato l’eccessivo costo delle indagini condotte dalla procura su Eni («C’è stato un grande dispiego di risorse di cui qualcuno dovrà rispondere») entrando così a gamba tesa nella guerra esplosa al quarto piano del Palazzo di giustizia che ora vede indagati a Brescia i pm Paolo Storari e Sergio Spadaro, gli aggiunti Fabio De Pasquale e Laura Pedio e il procuratore Francesco Greco.

Nella sentenza i giudici sottolineano tra l’altro che l’'ex manager di Eni Vincenzo Armanna, imputato e anche grande accusatore del colosso, è «un soggetto non credibile»: «L'unica dazione accertata è quella in favore di Armanna, soggetto non credibile né con riguardo alla giustificazione fornita a proposito della ricezione del denaro né in ordine ad altri aspetti della complessa vicenda». Ma non ci sono elementi per «provare l'esistenza di pagamenti in favore di manager di Eni e di Shell, come pure in favore di pubblici ufficiali nigeriani, tramite Obi».

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