Covid-19: perché donne, giovani e precari hanno pagato il prezzo della crisi. I dati

Non solo vite umane: il Covid-19 ha imposto in quasi due anni anche un pesante tributo economico. Ma la pandemia non ha colpito tutti egualmente, sottolineando arretratezze e gap decennali di un paese chiamato a ridisegnare il suo Welfare e la sua economia

 

Un terremoto che ha sconvolto le nostre vite e ci ha costretto a guardare il mondo da un’altra prospettiva. Ma a quasi due anni dell’inizio dello tsunami chiamato Covid-19, l’evidenza è che la pandemia abbia messo a nudo le fragilità di un Paese che stenta a fare i conti con le sue arretratezze. Il 2020, primo pandemico, è stato il periodo, in cui, dati Ocse alla mano, gli stipendi degli italiani sono calati in media più di tutti gli altri paesi del G7. 
 
 
Oggi gli stipendi percepiti dai lavoratori italiani sono i più bassi delle più grandi sette economie mondiali . Secondo l’Eurostat il calo dei salari in Italia è stato il peggiore d’Europa: nel 2020 sono stati erogati circa 39 miliardi in meno di stipendi. Ma il prezzo della pandemia non è stato pagato da tutti in egual misura. La crisi generata dal Covid-19 si è abbattuta molto di più sui liberi professionisti e sui lavoratori precari e molto meno su chi era in possesso di contratti stabili. A certificarlo la Fondazione di Vittorio che, in uno studio di ampio respiro, ha osservato l’andamento del mercato del lavoro in Italia dal 2008 al 2020. In questo lasso di tempo i contratti a termine sono aumentati di ben 413mila unità (+18,2%) contro le 15mila unità di quelli permanenti (+0.1%). L’area della precarietà occupazionale è passata in 12 anni da 2.3 milioni di persone a 2.7 milioni di persone, quasi quanto quella del part-time involontario che oggi conta più di 2 milioni e mezzo di lavoratori (+106% dal 2008). Sono loro che hanno pagato il prezzo più alto della pandemia in termini economici. 
 
 
Se le misure di welfare messe in atto dal governo nella prima parte dell’emergenza, come il blocco dei licenziamenti, hanno in parte mitigato gli effetti più duri della crisi, anche nel 2020 la maggior parte delle assunzioni sono state per posizioni precarie piuttosto che stabili, così come la maggior parte della cessazione dei rapporti di lavoro. Un trend che si ritiene versosimile estendersi anche all'anno che ci sta per lasciare. Ne deriva un’estrema volatilità occupazionale che ha un prezzo economico ed esistenziale rilevante. 
 
“Così come avevamo già osservato a seguito della crisi del 2008, anche nel primo anno della pandemia la crisi si è scaricata maggiormente sui lavoratori a termine che sono diminuiti, rispetto al 2019, molto di più in confronto a quelli permanenti (-11,9% contro -0,4%)” osserva Fulvio Fammoni, della fondazione Di Vittorio. E anche il recupero post-pandemia ha le sue ombre: “Nella prima parte del 2021 invece, il 75% del parziale recupero occupazionale è precario e bisogna sempre ricordare che mancano ancora centinaia di migliaia di posti di lavoro rispetto al periodo pre-Covid, che già vedeva l’Italia sotto alla media europea. Certo, le misure straordinarie adottate hanno alleviato ulteriori sofferenze a livello occupazionale e salariale, ma i più precari ne hanno beneficiato poco o niente”. 
 
Il dramma del lavoro discontinuo e del part time involontario, ovvero non voluto, incide pesantemente su progetti di vita e quotidianità e soprattutto sui salari, come si intuisce se si guarda agli stipendi delle diverse categorie contrattuali. 
 
 
Nel 2019 gli occupati a tempo indeterminato senza discontinuità costituivano appena il 40% degli occupati complessivi. Sono quelli che percepiscono i salari più alti, che godono di contratti nazionali e tutele. Sotto di loro una fetta crescente di lavoratori precari e atipici con paghe spesso inadeguate al costo della vita. Una situazione che il Covid ha aggravato anche al livello di welfare.
 
“La crisi del COVID-19 ha fatto emergere proprio la frammentazione degli strumenti di sostegno al reddito, rendendo più difficile fronteggiare le conseguenze economiche e sociali della pandemia” osserva Fammoni, che aggiunge: “Non bisogna dimenticare che la pandemia ha acuito problemi già precedentemente esistenti, dalla specializzazione produttiva alla sua qualità, dalla dimensione di imprese ai divari territoriali. Si tratta, in ogni caso di una debolezza strutturale del nostro sistema di protezione sociale che va corretta urgentemente attraverso una riforma degli ammortizzatori sociali basata sull’universalità, inclusività ed equità. Lo sforzo principale dovrebbe poi sempre essere quello di rilanciare la buona occupazione e la crescita salariale”. 
 
Uno scenario in cui entrano in scena anche differenze di genere e di età. Perché sono le donne ad aver pagato di più in termini occupazionali nei due anni segnati dalla pandemia. 
 

Secondo le ultime rilevazioni Istat il tasso di occupazione femminile è di quasi mezzo punto più basso rispetto a gennaio 2019. Rispetto all’inizio dell’ultimo anno pre-pandemia mancano all’appello quasi 200mila lavoratrici, mentre parallelamente aumentano le inattive: ovvero le donne che hanno smesso di cercare un’occupazione.Come si intuisce dalla curva sopra, sono state proprio l'occupazione giovanile e femminile a soffrire nel corso dei mesi più duri del Covid19. Due indici che ci allontanano dall’Europa e che spingono spesso i nostri giovani a cercare nuove opportunità all’estero. 
 
 
Il tasso di occupazione femminile è stato nel 2020 di circa 14 punti percentuali sotto la media UE, stesso discorso per quanto riguarda quella giovanile. E se la percentuale degli occupati è complessivamente inferiore rispetto alla media europea, è indubbio che sonno donne e giovani le categorie più penalizzate; la pandemia ha accentuato questa dinamica.  Per avere maggiormente idea di cosa stiamo parlando è utile visualizzare la differenza fra l’Italia e il resto d’Europa su mappa. 
 
 
Nel 2020 il tasso di occupazione femminile italiano è stato tra i più bassi dell’Unione Europea, di appena qualche punto percentuale superiore a quello di Grecia, Macedonia e Montenegro, drammaticamente lontano da quello dei paesi del Nord Europa e molto distante anche da quello di altri paesi dell’area mediterranea come Spagna e Francia. Indice di un ritardo culturale e di strumenti di welfare inadeguati che la pandemia sembra aver solo evidenziato.”Uno dei problemi è legato soprattutto alla carenza dei servizi di welfare, che viene indicato dalle donne come causa principale della mancata ricerca attiva, anche se si vorrebbe lavorare” sottolinea Fulvio Fammoni. 
 
Quel che è certo è che la pandemia ha funzionato da detonatore per un quadro già critico. E non è un caso che, già prima del Covid19, l’Italia figurasse come tra i paesi in cui la differenza di salario tra giovani e senior fosse più marcata. In particolare è rilevante la differenza fra gli stipendi delle persone tra 30 e 49 anni e gli over 50. Nel 2018, in Italia, questi ultimi guadagnavano 314 euro lordi in più rispetto alla categoria considerata, in Spagna la differenza era di appena 103 euro, in Germania  erano i trenta e i quarantenni a guadagnare di più.
 
 
I giovani (meno di 30 anni) guadagnano in media di meno (circa 640 euro) rispetto agli over 50. Un dato, quest’ultimo, che è decisamente più in media con l’Europa ma che, con l’alto tasso di disoccupazione giovanile offre una delle chiavi per comprendere le nuove dinamiche relative alla crescita della povertà. 
 
Già, perché come certificato dall’Istat nel 2020 la povertà assoluta è tornata a crescere sia a livello famigliare (riguarda il 7,7% del totale dei nuclei familiari contro il 6,4% del 2019) che a livello individuale (parliamo del 9,4% degli individui nel 2020 contro il 7,7% del 2019). Parliamo rispettivamente di due milioni di famiglie e di 5,6 milioni di individui. Ancora una volta il raffronto con l’Europa è impietoso.
 
 
 
Nel 2020 la percentuale di persone a rischio povertà aumenta ovunque in Europa: nel caso del nostro Paese non esistono al momento dati aggiornati. Ma rimanendo al 2019 la percentuale di persone che vivono in stato di indigenza in Italia  non ha corrispettivi nell’Unione Europea, né tantomeno nei paesi di area euro. 
 
Ma il rischio, come ci ricorda l’Istat, non è ripartito equamente fra tutta la popolazione. Per classe di età, ad esempio, l’incidenza della povertà assoluta raggiunge l’11,3% (oltre 1 milione 127mila individui) tra i giovani (18-34 anni); rimane su un livello elevato, al 9,2%, anche per la classe di età 35-64 anni (oltre 2 milioni 394 mila individui), mentre si mantiene su valori inferiori alla media nazionale per gli over 65 (5,4%, oltre 742mila persone). Aumenta inoltre nelle famiglie la povertà all’aumentare del numero di figli a carico. Il numero di minori in povertà assoluta ha toccato nel 2020 la quota record di 1 milione e 337mila. 
 
Per Fulvio Fammoni, la correlazione con il nostro assetto produttivo è evidente: “I giovani, le donne e i migranti sono le categorie più esposte alla precarietà e la povertà lavorativa in Italia è un fenomeno preoccupante che affonda le proprie radici nella struttura del nostro mercato del lavoro. Infatti, il lavoro precario, il part-time involontario e la maggiore incidenza delle professioni meno qualificate determinano un'alta discontinuità contrattuale e bassi salari che spingono questi occupati verso l'area della povertà. E’ una situazione insostenibile, frutto però anche di precise scelte produttive basate prevalentemente non sulla qualità, ma sulla competizione di costo e che possiamo riscontrare anche nell’addensamento di lavoratori nelle professioni non qualificate e nei lavori manuali decisamente più elevato della media europea”. 
 
Ma sono questi indici, oltre ai lutti, il lascito più doloroso della pandemia. Il rischio è di trovarci di fronte a una “generazione perduta” con molte meno opportunità di quelle che l’hanno preceduta, nonostante i segnali positivi che si intravedono sulla crescita economica. E la consapevolezza è che probabilmente pezzi del nostro welfare e del nostro mondo produttivo vadano ripensati urgentemente prima che la frana diventi una valanga. 
 

 

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