Sono morti non per fare gli eroi, ma perché continuasse la lotta contro un male ancora vivo

I giudici Giovanni Falcone e Paolo Borsellin

Sono passati trent’anni e molte cose sono cambiate, in meglio, nel contrasto alle organizzazioni criminali. Grazie anche a strumenti legislativi indispensabili come la legge sulla confisca dei beni e il loro riutilizzo sociale. Eppure le mafie sono ancora tra noi, più potenti di prima anche perché defilate, mimetizzate. Facendo un paragone col virus, sono diventate una malattia asintomatica o i cui sintomi, per essere individuati, richiedono uno sguardo nuovo, una sensibilità diversa, una consapevolezza più ampia.

Quello sguardo che aveva Giovanni Falcone. Lui aveva intuito questa mutazione delle mafie, e perciò aveva fatto del rintracciamento del denaro uno dei cardini del proprio metodo investigativo. Con sguardo profetico – in un mondo non ancora globalizzato – aveva prefigurato lo sviluppo economico e imprenditoriale del crimine mafioso.

Ecco perché, se dall’infinito spirituale dei giusti in cui dimora Giovanni guardasse oggi le celebrazioni del trentennale di Capaci, credo che resterebbe perplesso e penserebbe che qualcosa stona in questa celebrazione, dal momento che lui e gli altri martiri della strage non sono morti per essere ricordati, ma perché fosse dato seguito alla loro opera sconfiggendo quel male oggi più che mai vivo, vegeto e operativo, sia pur nell’ombra, sia pure con volti diversi.

La ribellione torinese
Ripeto, non voglio disconoscere i tanti progressi nel contrasto alle organizzazioni criminali e la stessa Palermo, oggi, è una città in parte bonificata dalla presenza mafiosa. Così come ricordo con piacere e un pizzico d’orgoglio che fu proprio a Torino che maturò un forte sentimento di ribellione e impegno concreto per il cambiamento, in quei drammatici mesi tra la primavera e l’estate del 1992. Giancarlo Caselli decise di andare a Palermo a ricoprire il ruolo di Procuratore della Repubblica e Luciano Violante divenne presidente della Commissione parlamentare antimafia. La Stampa ci diede un sostegno importante nel lancio di Narcomafie – oggi La via libera – rivista mensile nata con l’obiettivo di analizzare il fenomeno mafioso, al di là della logica dell’emergenza. Fermenti da cui nel 1995 nacque l’associazione Libera, la cui prima iniziativa fu raccogliere un milione di firme per spingere l’approvazione di una legge d’importanza cruciale come quella sulla confisca e il riutilizzo sociale dei beni mafiosi, in sintonia con l’intuizione di Pio La Torre fatta propria da Falcone, ossia aggredire il patrimonio economico illegale e grondante sangue su cui le mafie fondano il loro potere.

Ma a fronte di tutto ciò e di altre importanti conquiste è innegabile che le mafie non solo non sono state sconfitte, ma sono più potenti di prima perché più pervasive, meno riconoscibili, meno apparentemente allarmanti.

Nell’epoca della globalizzazione non solo economica ma criminale – crimine su vasta scala denunciato con forza da Papa Francesco – si è creata una sorta di osmosi da un lato tra le logiche globali di un’economia cosiddetta “liberista” che non tutela più i beni comuni ma gli interessi e i profitti di pochi, dall’altro un crimine organizzato che ha sempre meno bisogno di sparare e uccidere perché in quell’economia ha trovato maglie larghe, porte aperte e a volte luoghi in cui non solo infiltrarsi, ma insediarsi in pianta stabile.

Spettatori perlopiù distratti, indifferenti, in certi casi complici di questo matrimonio tra mafie e “mercato” sono una politica subordinata alle logiche del profitto, condizionata da monopoli e concentrazioni di potere, sono società in gran parte specchio di quell’economia e di quella politica, microcosmi modellati dall’interesse individuale che fanno del macrocosmo planetario un campo di battaglia dove la logica competitiva ed esclusiva dell’economia può deflagrare in conflitto armato, come stiamo vedendo in Ucraina e come si è visto in tutte le guerre scoppiate negli ultimi vent’anni, conflitti perlopiù trascurati perché a differenza di questo non toccavano da vicino gli interessi dell’Occidente.

Il superamento dei professionismi
Ecco allora che ricordare oggi Giovanni Falcone significa ripensare la lotta alle mafie dando all’impegno un orizzonte più ampio, una dimensione “meticcia” che sappia trarre frutto da una comunione di sguardi, saperi, esperienze. Lotta alle mafie che, nel segno della trasversalità, accomuni mondi laici e di Chiesa, istituzioni e associazioni, realtà dell’arte e della cultura, dello sport e anche dell’economia. Andando oltre quegli specialismi e “professionismi” denunciati trentacinque anni fa da Leonardo Sciascia, che pur sbagliando totalmente bersaglio nell’implicito riferimento a Paolo Borsellino, aveva colto da siciliano acuto e profondo conoscitore del fenomeno il pericolo di una deriva della lotta alle mafie fatta soprattutto di celebrazioni ed eventi estemporanei, di protagonismi e proclami retorici, senza ricadute nel reale.

Deriva che si è in parte concretizzata nel rischio terribile di una normalizzazione del pericolo mafioso a fronte di un’espansione resa possibile anche da vuoti legislativi dunque politici, o da norme via via svuotate di senso ed efficacia a furia di revisioni e compromessi. Espansione che si basa sugli enormi profitti garantiti da mercati “tradizionali” come quello del narcotraffico o relativamente nuovi come quello del gioco d’azzardo anche nella sua variante on-line. Espansione resa infine possibile dalla persistenza di quella peste civile chiamata corruzione, terreno fertile per il male mafioso e oggi anche metodo incruento con cui le mafie ci depredano risorse, speranze e dignità.

Se Tangentopoli non ha dato i frutti sperati è anche perché non si è avuto il coraggio di fare della questione morale una questione anche, anzi innanzitutto, politica, ovvero al servizio del bene comune.

Ecco allora che per ricordare a trent’anni di distanza Giovanni e con lui gli altri martiri di Capaci – l’amata e per lui anche professionalmente preziosa Francesca Morvillo, i giovani e coraggiosi membri della scorta Vito Schifani, Antonio Montinaro e Rocco Di Cillo – è necessario anche ricordare Giovanni come un utopista vero, di quelli che l’utopia non si limitano a sognarla ma la costruiscono giorno dopo giorno.

In questo senso va inteso quel suo invito alla speranza, invito che più che mai deve scuotere le coscienze: «Le mafie non sono invincibili perché, come ogni fatto umano, hanno un inizio e una fine». Se oggi fosse ancora con noi Giovanni direbbe di nuovo quelle parole, ma credo con una piccola aggiunta: se è vero che le mafie non sono invincibili perché sono un fatto umano, per sconfiggerle dobbiamo tornare a essere tutti più giusti e più responsabili. Dunque tutti più umani. 

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