Moda, il settore tornerà ai livelli pre-Covid solo tra il 2022 e il 2023

Un'immagine dalle sfilate milanesi primavera-estate 2021

Previsto un calo del fatturato del 30%, si spera nell’effetto “revenge shopping”

La moda è la seconda industria in Italia e la pandemia di Covid-19, che ha investito pesantemente anche questo mercato, ha inciso in modo profondo. Allo stesso tempo ha accelerato alcuni trend come la necessità per i marchi di cambiare la logistica, accelerare con l’e-commerce e parlare maggiormente il linguaggio della sostenibilità ma ha reso evidenti anche alcuni punti fermi: come l’importanza della dimensione delle imprese e l’Asia come ancora di salvezza per i brand. E’ questo il fil rouge emerso dall’evento Milano Fashion Global Summit 2020 organizzato dal Class e che ha coinvolto imprenditori, studiosi, tecnici e volti del settore mondiale della moda.


«Il comparto, che è composto dall’industria e dal commercio, dà lavoro a 1,2 milioni di persone in tutto il Paese e chiuderà quest’anno con una perdita del 30% di fatturato, pari a circa 29 miliardi di euro – ha spiegato Carlo Capasa, Chairman Camera Nazionale della Moda Italiana intervenendo all’evento -. Nel 2021 perderà un altro 12% rispetto al 2019, per recuperare i valori precedenti al Covid fra il 2022 e 2023».

Da dove ripartire? «Crediamo fortemente nel rimbalzo e in quel famoso “revenge shopping” che dovrebbe arrivare dopo questo momento di grande crisi – ha detto Carlo Capasa -. Ci aspettiamo che nella seconda metà del 2021 si riprenda a lavorare a ritmi alti».

Intanto prosegue il calendario di attività nel settore moda. Lo sguardo però è già rivolto al prossimo anno con un annuncio che è un messaggio incoraggiante per tutto il Paese: «la prossima edizione di Pitti sarà fisica. Si terrà a ridosso della settimana della moda di Milano e quindi a febbraio. L’evento sarà concentrato e sarà un momento unico, tre giorni a Firenze» ha rivelato Claudio Marenzi, presidente e ceo di Herno, Presidente di Pitti Immagine.

Lo sguardo è anche rivolto alla Cina e all’area asiatica che in questi mesi di crisi ha rappresentato un importante sbocco per le produzioni italiane con incrementi superiori al 50%. «La Cina rappresenterà nel 2024 il 60% degli acquisti nel modo del lusso quindi è un Paese dove gli investimenti sono la priorità numero uno: noi stiamo investendo e stiamo aprendo negozi anche in periodo di Covid» ha detto Renzo Rosso, presidente di Otb.

Numeri più approfonditi sono arrivati da Gregorio De Felice, Head of Research and Chief Economist di Intesa Sanpaolo. Secondo De Felice il settore della moda «è stato colpito in modo molto forte. Le attività produttive sono state bloccate dal primo lockdown e poi ci sono stati una serie di provvedimenti restrittivi. A questo va aggiunto che in Italia siamo ancora indietro con l’online. Nei 9 mesi registriamo un calo del fatturato del 20% per il tessile e l’abbigliamento e va peggio per l’oreficeria. Nell’export c'è un recupero. Abbiamo toccato -70% in aprile e ora stiamo tornando verso la parità ma con grandissime differenze tra i Paesi. La Cina segna +58% per abbigliamento e +56% per il tessile.

Tanti sono i progetti che si muovono in questo scenario così complesso. Molti di questi sono stati presentati durante la giornata. E insieme alle idee, dai protagonisti del settore è arrivato anche un appello al governo: «Siamo un’industria speciale ma il governo non ci considera tale – ha detto Carlo Capasa -. Mi auguro che adesso con il Recovery Plan questo discorso possa essere affrontato in maniera più seria e diversa. Noi faremo una proposta molto strutturata per cercare di crescere nel futuro, sul digitale, sulla sostenibilità, sull’educazione».

Minestra di cavolo nero, fagioli all’occhio e zucca con maltagliati di farro

Casa di Vita
La guida allo shopping del Gruppo Gedi