A volte si rivedono

La pandemia ha riscritto le regole del gioco. Chi ha lasciato il Paese ora si scopre a chiedersi se non sia il momento di riprendere la via di casa. E c’è chi lo sta già facendo

A volte ritornano. Non sempre. Non con la frequenza che servirebbe a compensare i posti di lavoro perduti negli ultimi anni. Ma in parte rientrano. Il fenomeno del re-shoring delle aziende è osservabile anche nel nordovest. Raramente con aziende che hanno deciso di riportare in Italia strutture produttive delocalizzate prima della pandemia. Più di frequente perché, proprio grazie alla pandemia sono tornate in questa parte d’Italia commesse che prima erano state dirottate verso l’indotto asiatico, Cina e Turchia in testa.   

E’ il virus ad aver modificato le regole della logistica. Quel che fino a due anni fa era conveniente sta diventando impossibile o troppo costoso. Per i tempi incerti di consegna, per le difficoltà di trasferimento legate alle barriere e ai controlli imposti dal Covid. Così tornano nelle aziende del cuneese le commesse dei piani di vetro degli elettrodomestici precedentemente fuggite nella zona industriale di Istanbul. Così torna a riprendersi, in parte, l’indotto del sistema auto, non solo di Stellantis ma anche di aziende tedesche che in Piemonte hanno fornitori di peso. 

Tornano addirittura produzioni legate al ciclo del microchip, quelle che per anni sono state appannaggio esclusivo dei Paesi asiatici. Il punto interrogativo dei prossimi mesi riguarda la durata di questo fenomeno: se cioè il nordovest, come tutto l’Occidente, recupera produzioni perché supplisce temporaneamente alle difficoltà della logistica mondiale, se insomma fa da distretto di riserva dell’Asia per un periodo limitato, o se, al contrario, quella cui stiamo assistendo è un’autentica inversione di tendenza che restituisce all’Ovest produzioni perdute.

I dati del ministero dello sviluppo economico dicono che in Italia la tendenza alla fuga delle aziende è rallentata negli ultimi anni. Nel periodo 2001-2006 le aziende grandi e medie che avevano delocalizzato erano state il 13,4 per cento del totale. La percentuale è crollata al 3 per cento nel biennio 2015-2017. Nello stesso periodo sono arrivate in Italia 987 imprese dall’estero. Di tratta in genere di società nel settore dei servizi, che dunque non incidono in modo consistente sull’occupazione complessiva. Ma è un fatto che la Penisola torna ad essere attrattiva, o almeno meno respingente per le imprese di quanto accadesse anni fa.

Ci sono elementi che frenano l’appetibilità del territorio italiano. Il primo è il costo dell’energia. Secondo le previsioni di Standars &Poor’s fino al 2025 l’Italia sarà il paese europeo che subirà maggiormente gli effetti del rincaro dell’energia. E questo sarà uno svantaggio competitivo che subirà particolarmente il Nordovest rispetto ai vicini concorrenti francesi che possono contare sui costi bassi legati alle centrali nucleari d’Oltralpe.

Il secondo elemento che può frenare il reshoring nel Nordovest è quello della logistica. Non solo i tempi lunghi per la realizzazione di un collegamento veloce con la Francia tra Torino e Lione, legati a una opposizione ideologica ormai superata dall’avanzare dei cantieri, ma anche scelte locali che hanno finito per penalizzare l’area cuneese.

La decisione, presa anni fa dalle amministrazioni di quel territorio, di non investire sul traforo ferroviario e stradale del Mercantour per privilegiare la pittoresca e tortuosa soluzione del colle di Tenda ha finito per privare il Cuneese di un serio collegamento con l’area sud della Francia e anche con l’area torinese che avrebbe un concreto interesse a un collegamento ferroviario veloce se non si fermasse a Cuneo ma servisse per arrivare a Nizza e Marsiglia. Problemi non dissimili riguardano la Liguria, in ritardo sia sulla costruzione della gronda sia sull’ammodernamento del sistema portuale di Genova e del suo retroporto.

Il rischio insomma è che le condizioni favorevoli al reshoring, determinate anche dalla rivoluzione della pandemia, svaniscano in fretta. Un pericolo che avverte anche Edoardo Pavesio, protagonista, con la Sila di Orbassano, alle porte di Torino di una operazione di recupero nelle sue fabbriche italiane di attività precedentemente emigrate in Polonia e Turchia. La Sila, azienda della famiglia Brero Pavesio, oggi realizza i comandi dei cambi manuali e automatici. Ha riportato in Italia alcune produzioni prima realizzate in Polonia e soprattutto ha scelto di costruire nella penisola il nuovo comando per il cambio dei furgoni Iveco in precedenza progettato per gli stabilimenti cinesi. “I costi della logistica – spiega Pavesio – sono esplosi con la pandemia. E ormai i committenti non si fidano più di un sistema produttivo che ha le linee a migliaia di chilometri di distanza dalle fabbriche di assemblaggio finale”. <CW-20>Nel settore automotive questo è più evidente perché le fabbriche di Pechino devono lavorare soprattutto per il mercato interno che tra quattro anni assorbirà il 33% delle vendite mondiali a quattro ruote. Così avere a disposizione il know how dell’auto europeo e la produttività superiore degli operai specializzati italiani può finire per compensare le differenze di costo del lavoro che finora hanno fatto premio a vantaggio dell’industria cinese.

Certo, bisogna sfruttare l’occasione, consolidare il vantaggio recuperato rispetto ai siti produttivi extraeuropei. Che per l’automotive, ad esempio, significa, come ricorda Pavesio, “prevedere aiuti pubblici per l’intera filiera”. Più in generale si tratta di lavorare sui costi dell’energia e della logistica per riportare nel nordovest almeno una parte del manifatturiero perduto.       

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