Il punto di non ritorno

La parola dell’anno potrebbe essere ‘asabiyyah. È il concetto che lo storico islamico Ibn Khaldūn ha declinato nel XIV secolo per spiegare come ogni sviluppo dinamico della società umana si fonda sull’adesione a una comune identità di appartenenza, utile a generare l’affermazione attraverso l’identità di intenti. È una nozione che nella Storia è stata applicata per ragioni anche deprecabili ma che, nell’accezione migliore, consente di riflettere su come entità differenti possano trovare beneficio nell’unirsi per conseguire un risultato comune. Date le perturbazioni sanitarie e no che viviamo, con le incertezze economiche conseguenti, un po’ di ‘asabiyyah farebbe bene a tutti quanti.

Sarebbe utile applicarla in una chiave di prossimità per invitare le imprese a chiedersi se non sia il caso di farla finita con le delocalizzazioni fine a se stesse. Intendiamoci. Andare all’estero è un sacro santo diritto, soprattutto se l’estero è l'Europa del mercato unico. Produrre vicino a dove si vende, pure. Ma altra partita è se si inseguono solo politiche di costo, sopratutto se il consumatore e il clienti di riferimento vicini di casa.

Spesso la delocalizzazione è stata costretta da eccessivi oneri fiscali e/o amministrativi. Altrettanto frequente è stata la scelta di chi pensava di compensare col taglio del costo del lavoro la scarsa competitività qualitativa. L’esperienza indica tuttavia che distanza e frontiere introducono elementi di alea che possono risultare destabilizzanti. Così l’investimento paga meno dell’auspicato.

Si può provare a ragionare un modo diverso (e c’è chi comincia a farlo). La pandemia non finirà prestissimo e, sino all’auspicata bonifica delle nostre vite, creerà problemi di distribuzione e logistica. I costi dei trasporti sono destinati a rimanere alti e variabili. Così quelli di energia e materie prime. Purtroppo, sono punti interrogativi che fanno assomigliare molte opportunità a scommesse.

Per contro, l’Italia cresce. Le condizioni del mercato del lavoro migliorano lentamente. Arriva una riforma fiscale che – se le promesse saranno mantenute – renderà meno onerosa la permanenza in Patria delle imprese. Infine, ci sono i miliardi di investimenti pubblici europei che rendono i prossimi sei anni appetibili per chi gli affari li sa fare. Morale: forse si può tornare a casa, magari è pure meglio farlo, anche di più se nella logica dell’aggregazione del territorio fondato sull’adesione a una comune identità , con grandi e piccini che fanno distretto e sfidano la crisi, alleandosi per rafforzare le regioni in cui sono cresciute le loro radici. Sarebbd ‘asabiyyah, per dirla con Khaldūn. O reshoring, per usare il gergo economico. O, meglio ancora, “casa dolce casa”. Se non lo si fa ora, quando? 

Video del giorno

Cappella Sistina, Jason Momoa si scusa coi fans italiani per le foto: “Non volevo offendervi”

Barrette di ceci, cioccolato fondente, mandorle e uvetta

Casa di Vita
La guida allo shopping del Gruppo Gedi