I ritardi del Recovery

A 40 giorni dalla scadenza fissata da Bruxelles è stato portato a termine un impegno su sei. La spina del nuovo Fisco: dopo gli accordi servono sei mesi per scrivere i decreti attuativi

Non ci sono solo la nuova legge sulla concorrenza (il cui ritardo in Senato ha fatto scattare l’allarme generale lanciato in settimana da Draghi) e la riforma del fisco (a sua volta bloccata alla Camera per effetto dei veti incrociati) da condurre molto rapidamente e in porto; all’appello, di qui a fine giugno, mancano infatti tanti altri adempimenti legati al Piano nazionale di ripresa e resilienza da cui dipendono le prossime tranche di finanziamenti europei e buona parte delle chance di crescita futura del Paese.

A poco meno di 40 giorni dalla nuova scadenza solamente il 15,5% degli impegni previsti dal Pnrr entro il primo semestre 2022, in pratica poco più di 1 su sei, è già stato assolto, un altro 29,3% è «in dirittura d’arrivo», mentre la quota più ampia (55%, 32 scadenze su 58) risulta ancora «da completare».

C’è ovviamente ancora tempo per rimediare, ma nemmeno tanto. Per cui adesso occorre davvero accelerare. Quanto a concorrenza e fisco i tempi sono ugualmente stretti perché una volta approvati questi due disegni di legge serviranno sei mesi di tempo per scrivere i tanti decreti attuativi in modo da rendere esecutive queste due riforme entro fine anno come previsto.

Il passaggio è molto delicato perché non rispettare gli impegni presi entro la scadenze previste dal Pnrr significa mettere a rischio l’erogazione della terza e quarta rata di prestiti e di contributi a fondo perduto che la Ue ci assicura attraverso il Next generation Eu. In tutto sono in ballo circa 40 miliardi di euro sui 191,5 totali divisi in due rate: la prima, da circa 20 miliardi, è legata al completamento di tutti gli impegni previsti entro il primo semestre di quest’anno. Tassativo entro giugno approvare anche i ddl su fisco e concorrenza in modo da avere le carte in regola per chiedere a fine anno gli altri 20 miliardi.

Mentre l’insieme del Pnrr, secondo le stime del ministero dell’Economia, nel 2026 dovrebbe produrre un aumento di 3,2 punti del nostro Pil (0,9 punti in più quest’anno, guerra permettendo, 1,5 punti in più nel 2023, 2,1 nel 2024 e 2,8 nel 2025), l’effetto delle riforme si dovrebbe invece misurare soprattutto sul lungo periodo (2030 e oltre). In particolare gli interventi nel campo dell’istruzione e della ricerca potrebbero apportare 3 punti di Pil in più, 2,5 punti le politiche attive del lavoro, 2,3 punti la riforma della pubblica amministrazione, 0,7 quella della giustizia ed 1,7 concorrenza e appalti. Già nel 2026 la spinta maggiore alla crescita verrebbe invece dalle riforme legate al mercato del lavoro (+1,2 punti), dalla riforma della Pa (+0,9) e dall’aumento della concorrenza sul mercato interno (+0,6).

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