La profezia della scrittrice Masha Gessen: “Putin imperialista da sempre”

Nel 2012 la giornalista americana di origini russe raccontava le radici del lato oscuro dello Zar in «L’uomo senza volto». Ora la ristampa con una nuova introduzione: «Né Mosca né Kiev credevano all’invasione»

Nel 1994, durante una cerimonia dell'Unione europea ad Amburgo, il presidente dell'Estonia Lennart Meri, definì «occupanti» i sovietici. Non tutti se ne accorsero, ma in quel momento un funzionario che faceva parte della delegazione di San Pietroburgo, si alzò e lasciò la sala. Pochi conoscevano il suo nome. Vladimir Putin, era un oscuro burocrate della municipalità, guidata all'epoca da Anatoly Sobchak, uno dei campioni “democratici” della Russia post sovietica. Ma la cosa fu notata e l'episodio serve ora a Masha Gessen, giornalista e scrittrice americana di origini russe, per aggiornare il suo ritratto del capo del Cremlino. Ventotto anni dopo, racconta Gessen, la decisione dell'attacco all'Ucraina è lo sviluppo, perfettamente coerente con quella reazione che allora poteva apparire impulsiva, ma era in realtà la manifestazione di un'idea del mondo che il burocrate di San Pietroburgo, una volta diventato presidente, ha trasformato nel suo programma di ripristino imperiale. «E se ancora ci sembra incredibile è perché ci siamo rifiutati di vedere quello che era sotto i nostri occhi». Tutto quel che vediamo oggi in Ucraina, s'era già visto in Cecenia: sparizioni, esecuzioni sommarie, stupri, città e paesi ridotti a scheletri anneriti di cemento. Ma chi, qui da noi, aveva davvero visto?

Masha Gessen dieci anni fa aveva dedicato a Putin un saggio-reportage-analisi intitolato “L'uomo senza volto” e raccontato la sua storia come un'«improbabile ascesa». Ora quel libro, pubblicato allora da Bompiani, torna per l'editore Sellerio (nella stessa traduzione di Lorenzo Matteoli) con un'introduzione che equivale a un aggiornamento della stessa Gessen. Il volume è in vendita al Salone del libro. «Io ero stata a Mosca e a Kiev nelle settimane precedenti l'invasione. Nessuno, in nessuna delle due città, sembrava credere che potesse davvero accadere, non tanto perché si dubitasse dell'evidenza, ma perché la prospettiva della guerra era letteralmente incredibile. E ha continuato a essere inimmaginabile, anche dopo che la guerra è iniziata».

Ma allora perché? Non se lo immaginavano a Kiev, non l'avevano capito le cancellerie dei Paesi occidentali che pure tenevano rapporti intensi con Mosca, come la Germania, la Francia e anche l'Italia, com'è stato possibile che superficialità, opportunismi, convenienze abbiano accecato tutti di fronte a un obiettivo che Putin aveva dichiarato senza reticenze fin dall'inizio della sua “improbabile” ascesa? Anche gli avvertimenti della Cia, che negli ultimi mesi aveva annunciato come prossima l'invasione militare, non sono stati presi sul serio. Forse ci si ricordava ancora del fatto che appena finita la guerra fredda e constatato lo stato di degrado della generalità delle infrastrutture sovietiche, la stessa Cia aveva confessato di aver esagerato in funzione propagandistica la potenza e l'efficienza dell'apparato militare nemico.

Comunque sia, nell'analisi di Masha Gessen, la decisione di attaccare l'Ucraina e di scatenare questa insensata guerra, era perfettamente prevedibile. «Non solo Putin ci aveva detto fin dall'inizio che il suo obbiettivo era ripristinare la perduta gloria imperiale della Russia, ma era anche stato chiaro sui mezzi di cui si sarebbe servito». Putin dunque, non è «pazzo». Chiedersi se sia «folle», è una domanda «fuorviante». E anche futile perché Putin ha raccontato al mondo in che genere di universo vive: «È un universo in cui la Russia subisce continue umiliazioni dopo il collasso dell'Unione Sovietica che lui ha definito la più grande catastrofe geopolitica del nostro tempo».

Masha Gessen ha vissuto sulla propria pelle la parabola storica del suo Paese, politica, culturale e nel costume, tutti elementi che concorrono nella costruzione ideologica putiniana e sono importanti anche nella decisione dell'attacco all'Ucraina.

La giornalista è nata a Mosca nel 1967 in una famiglia di intellettuali di origine ebraica. Nel 1981 i suoi genitori decidono di emigrare negli Stati Uniti, a Boston. Ma dieci anni dopo, alla caduta dell'Urss, Masha decide di tornare a Mosca. Appartiene a una generazione nata e cresciuta dentro il regime ma che all'epoca poteva sperare in un futuro di libertà e di opportunità in un «Paese che inventava se stesso a un ritmo vertiginoso». Il racconto di quella illusione e della successiva disillusione, la Gessen l'ha poi fatto in un denso libro uscito sempre da Sellerio con il titolo “Il futuro è storia”.

Ma per lei c'era una complicazione in più, perché militante Lgtbq+ che viveva con una compagna e insieme avevano adottato dei bambini. Rappresentava cioè esattamente il modello di famiglia contro cui si stava ricostruendo l'ideologia della famiglia tradizionale russa, il canone sociale del putinismo che aveva - e ha, come dimostrano le prese di posizione del patriarca Kirill - la chiesa ortodossa come principale alleato nella presa della società.

Masha Gessen, dal 1992 si era installata a Mosca, nell'ufficio di U.S News & World Report e c'è rimasta fino al 2013, quando è stata costretta a lasciare il Paese per le continue minacce, a lei e anche alla sua famiglia. È una militante ostinata e irriducibile: non intende essere definita né di genere maschile né di genere femminile e nell'introduzione alla nuova edizione del suo libro su Vladimir Putin, le parole che si riferiscono a lei, terminano con la vocale “schwa”. Dettagli che hanno la loro importanza.

Masha Gessen, in questa nuova parte del libro, ricorda il suo dissenso con Alexey Navalny che definiva il regime putiniano un «partito di truffatori e di ladri»; l'inchiesta di Masha culminata nella biografia che è stata ora ripubblicata, dice ben altro del capo del Cremlino: «un uomo che uccideva la gente sia con le guerre sia servendosi di sicari».

E ora? L'analisi di Gessen, lascia poche speranze: «Lui andrà avanti, costi quel che costi, in termini di denaro e di vite umane. Navalny si sbagliava: la brutalità, il dominio, il potere illimitato sono gli obbiettivi finali di Putin; le ricchezze rappresentano solamente il bottino e lo strumento».

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