Terremoto in Procura a Milano, chiesto il processo per Davigo e Storari

Sono indagati per rivelazione del segreto d'ufficio nella vicenda dei verbali di Piero Amara sulla presunta Loggia Ungheria. Fissati gli interrogatori dell’aggiunto De Pasquale e di Spadaro

MILANO. Né il pm milanese Paolo Storari, né l’ex consigliere del Csm Piercamillo Davigo hanno chiesto di essere interrogati dopo la chiusura delle indagini preliminari. Così la procura di Brescia, che li accusa di rivelazione del segreto istruttorio per la diffusione dei verbali dell’ex avvocato esterno dell’Eni Piero Amara, per loro ha già avanzato richiesta di rinvio a giudizio. Il fascicolo ora è arrivato davanti a un giudice che fisserà l’udienza preliminare.
Nessuna richiesta è stata invece avanzata dal procuratore Francesco Prete e dal pm Tommaso Greco per gli altri due magistrati milanesi su cui sono state concluse le indagini: il procuratore aggiunto Fabio De Pasquale e il sostituto Sergio Spadaro, ora alla procura europea, accusati invece di rifiuto d’atti d’ufficio per “non aver depositato prove favorevoli alle difese” nel processo sulla maxi tangente che Eni avrebbe pagato alla Nigeria, finito poi con l’assoluzione di tutti gli imputati a partire dall’ad Claudio De Scalzi. De Pasquale e Spadaro, infatti, hanno chiesto di essere interrogati ancora una volta dalla procura e l’appuntamento è stato fissato per la prossima settimana. Solo dopo i colleghi decideranno come procedere.
E’ attesa, tra l’altro, anche la decisione del gip di Brescia sulla richiesta di archiviazione dell’inchiesta che vedeva indagato il procuratore di Milano, Francesco Greco, appena andato in pensione il 13 novembre. Restano aperte, infine le indagini sul procuratore aggiunto Laura Pedio, che con il pm Storari indagava sul presunto “complotto Eni” e che ora è accusata di rifiuto d’atti d’ufficio per non aver tempestivamente iscritto nel registro degli indagati Vincenzo Armanna, ex manager Eni, nel frattempo imputato ma anche “grande accusatore” dei dirigenti del colosso a sei zampe nel processo sulla maxi tangente in Nigeria.

Indagando sul presunto complotto - secondo l’accusa - Storari avrebbe trovato elementi di prova che mettevano in dubbio la credibilità di Armanna, come una chat in cui prometteva soldi a un altro testimone del processo. Ma questi elementi non sarebbero stati presi in considerazione da De Pasquale e Spadaro che non li depositarono al processo perché ritenuti “bozze insufficienti” su cui bisognava ancora lavorare. Così, a suo dire per “autotutelarsi dall’inerzia della procura di Milano”, Storari consegnò ad aprile 2020 i verbali in cui l’ex legale Eni, Amara, parlava della presunta “loggia Ungheria”, un gruppo segreto di magistrati, politici, imprenditori e forze dell’ordine, in grado di orientare il potere e le decisioni, all’allora consigliere del Csm Davigo, "al di fuori della procedura formale" prevista dalla legge. Interrogato a maggio dai colleghi bresciani, che lo accusavano di rivelazione del segreto d’ufficio, Storari ha spiegato i motivi della sua scelta e puntato il dito contro capi e colleghi, dando il via alla bufera giudiziaria che ha travolto la procura di Milano. E che, a oggi, è tutt’altro che conclusa.

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