La storia

Trame. Perché le righe sono tanto amate, odiate. E indossate

Per gli uomini medievali turbavano la vista degli osservatori. In seguito sono state usate per indicare categorie di persone poste al di fuori dell’ordine sociale, dai carcerati alle prostitute. Infine sono diventate mondane. Oggi le righe sono un dettaglio che va e viene a seconda delle leggi della moda. Ma sempre senza esagerare. Come insegna anche Alfred Hitchcock

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Saranno di moda questa estate le righe? Difficile dire se le stoffe rigate di magliette, vestiti, gonne, calzoni, torneranno in modo prepotente. Ma state sicuri che, se non sarà questo anno, le righe ricompariranno il prossimo o quello dopo ancora. La storia dei tessuti rigati è lunga e complessa sia dal punto di vista estetico che da quello simbolico. Nella cultura ebraico-cristiana le righe sono state a lungo interdette. In uno dei versetti della versione latina del Levitico, il libro biblico scritto in origine in ebraico, composto di 27 capitoli, è scritto: "Veste, quae ex duobus texta est, non indueris”, che tradotto significa: “Non indosserai una veste che sia fatta di due”. Stante agli esegeti dell’Antico Testamento significa che i due sono tessuti: uno di origine animale, la lana, e l’altro di origine vegetale, il lino. Nelle esegesi successive “i due” sono spesso diventati colori, e il passo suona così: Non indosserai vestiti con due colori. Un medievalista francese, che è anche un attento studioso del colore, Michel Pastoureau, nel suo libro La stoffa del diavolo (il Melangolo) sostiene che, a partire dal commento a questo passo, si è creato nel corso dell’età cristiana una sorta di rifiuto delle righe, ovvero dei tessuti con due differenti colori: bianco e nero, bianco e blu, bianco e rosso. Secondo lo studioso gli uomini medievali provavano una sorta di repulsa verso le strutture di superficie che turbano la vista degli osservatori. La vista, scrive, è fortemente influenzata dagli aspetti culturali e simbolici: ad esempio, l’occhio medievale è “particolarmente attento alla lettura per piani”. Il che significa che ogni superficie pare all’occhio degli uomini di quei secoli dotata di profondità, come se fosse costituita da una successione di piani sovrapposti. L’uomo medievale parte dallo strato di fondo sino ad arrivare al piano più esterno. Qualcosa di difficile da capire per noi contemporanei. Per semplificare: un tessuto rigato – si pensi alla maglietta bianca e blu di un marinaio –, diviso in bande a colori alternati, crea una confusione visiva non avendo una profondità. Forse questa è la ragione per cui in quei secoli si respingeva il tessuto a righe? Diciamo che la rigatura medievale creava un disordine visivo e costituiva una sorta di trasgressione, mentre per noi le righe svolgono la funzione opposta: sono uno strumento ordinatore.

Dalle righe 'demoniache' alle righe 'domestiche'

Lo scandalo delle rigature, se così si può dire, comincia in Francia a metà del XII secolo quando Luigi, re di Francia, rientra nel suo paese dalla crociata finita male. Porta con sé dei frati che appartengono all’ordine della Madonna del Carmine, i quali si vestono con un mantello a righe. Sono un ordine mendicante e vengono subito chiamati in Francia frères barrés, frati sbarrati. In quel momento le righe erano proibite in Europa, o almeno reputate negativamente, nessuno o quasi indossava tessuti rigati. Si pensava all’epoca che il mantello dei frati del Carmelo non fosse nient’altro che un manto mussulmano; forse l’origine di questa convinzione deriva dal fatto che le autorità mussulmane avevano proibito ai cristiani di indossare abiti bianchi, simbolo di nobiltà e distinzione secondo il Corano, come usavano invece i monaci in Occidente. Insomma in breve tempo le rigature diventano un simbolo negativo, come il colore giallo o i berretti a punta. Indicano qualcosa che va al di là del puro aspetto tessile, come era capitato per i capelli di colore rosso che nella Bibbia sono i capelli dei traditori. Si comincia a usare perciò la rigatura per indicare alcune particolari categorie di persone che si trovano fuori dall’ordine sociale: i condannati (falsari, spergiuri, criminali), gli infermi (lebbrosi, minorati, pazzi), e coloro che esercitano mestieri inferiori (valletti, servitori) oppure infamanti (saltimbanchi, prostitute, carnefici). Poi ci sono tre mestieri che usano le righe: fabbro, macellaio, mugnaio, e colui che non è cristiano: ebrei, mussulmani, eretici. La rigatura non è usata da sola; si utilizza con la tinta unita e punteggiata, e anche a scacchi, a losanghe, a macchie; assume il valore di scarto: è il negativo, la stoffa del diavolo, per dirla con il titolo del libro di Pastoureau.

 

Alla fine del Medioevo avviene un passaggio che lo studioso francese definisce “dal demoniaco al domestico”. Si comincia nei paesi del nord Europa, in quelli di lingua tedesca in particolare, dove la rigatura diventa il tessuto della servitù dei signori. Nasce allora la livrea per i camerieri e i dispensieri al servizio dei nobili, che adottano i colori araldici del casato, tra cui appunto anche le rigature. Compaiono, come si vede nei quadri dei pittori veneziani del XVI secolo, ragazzi neri fatti venire dall’Africa adolescenti per servire nei palazzi patrizi: sono loro che indossano i tessuti rigati, come nei quadri del Veronese; in quelle tele anche il Re nero dei tre Magi veste abiti simili, come se le righe dessero una forma visibile ai popoli ritenuti più lontani dalla civiltà: righe domestiche e righe esotiche.

Le righe diventano mondane. Grazie a una zebra

Poi le cose cambiano, la riga diventa qualcosa di mondano, appunto di moda; accade nella seconda metà del Settecento, per trionfare poi totalmente nel Romanticismo. Sono le righe verticali opposte a quelle orizzontali, ancora considerate servili. Tutto cambia nel 1755, nel decennio della Rivoluzione americana: nasce la rigatura rivoluzionaria, che proviene dal Nuovo Mondo, il quale combatte per la propria libertà e per il distacco dalla madrepatria. Un peso in tutta questa vicenda ce l’ha l’attenzione posta su un animale a righe: la zebra. Il grande naturalista Buffon nei suoi scritti lo esalta come animale elegante per via del suo “vestito”. Le colonie americane scelgono la bandiera con le righe bianche e rosse delle tredici che si sono ribellate alla corona britannica. Le righe si trovano abbondanti anche nella Rivoluzione francese; tuttavia gli storici non sanno spiegare il perché della loro diffusione, forse in virtù della sua valenza rivoluzionaria, per l’opposizione all’Antico regime? Difficile dirlo. A quel punto le righe abbandonano i vestiti per trasferirsi sui muri: i tessuti d’arredamento, di cui noi contemporanei abbiamo conosciuto un succedaneo: la carta da parati. Si fa un uso sempre più frequente delle tappezzerie a righe.

 

Un marchio culturale che confonde

Siamo in presenza della rigatura romantica, ma c’è anche un altro utilizzo negativo della rigatura: le colonie penali. Sembra che anche questo vestimento dei condannati e dei prigionieri venga dal Nuovo Mondo, dall’America, che nell’ambito carcerario è sempre all’avanguardia rispetto al Vecchio Mondo. Compare anche però nel mondo del mare: i marinai sono dei forzati del mare? Nessuno sa dire perché la gente che lavora sulle navi adotti la rigatura, che successivamente influenzerà i costumi dei bagnanti. Anche le calze diventano un capo d’abbigliamento che si ricopre di righe. Resta comunque sempre qualcosa di quella svalorizzazione medievale. Le righe vengono usate dai giovani, dai clown, dagli artisti, ma anche dagli sportivi. Pastoureau scrive che sotto molto aspetti lo sportivo è l’istrione dei tempi moderni e segnala che ancora non esiste una esauriente storia dell’abbigliamento sportivo. In molti si ricorderanno la maglietta indossata da Picasso d’estate nel suo atelier, che Maurizio Cattelan ha usato come segno identificativo del pupazzo-Picasso che attraversa le sale del museo durante una sua mostra. C’è nel sottofondo d’un artista come il geniale pittore spagnolo qualcosa che riguarda l’elemento teppistico: Picasso come un monello dell’arte con quelle righe bianche e blu.

Pablo Picasso 

 

Alla fine cosa sono queste righe se non un marchio culturale? Non certo naturale, scrive Patoureau, dal momento che la natura qui c’entra ben poco. Secondo lo studioso francese gli uomini hanno segnato il paesaggio attraverso le righe tracciate dal vomere dell’aratro, dai denti dei rastrelli, dai pali telefonici e della luce. Un tempo le buste della posta aerea, oggi scomparse, erano rigate sui bordi per distinguerle dalle buste cosiddette normali. E oggi nella moda che ne è? Il rigato costituisce ancora uno scarto, un accento, un marchio? Attira lo sguardo e lo confonde? Per questo le righe vanno e vengono di continuo, e non possono restare troppo a lungo fisse nelle linee della moda. Continuano a turbare lo sguardo, scompaginano i sensi e turbano la mente. Un fatto percettivo? Probabilmente sì. In un film di Alfred Hitchcock, Io ti salverò (in originale Spellbound) del 1945, le righe suscitano il turbamento visivo del protagonista tormentato da un complesso di colpa: è diventato fobico a causa delle righe. Forse ha ragione lo studioso francese quando scrive che troppe righe alla fine fanno impazzire. Per questo si usano con una certa parsimonia. Un tocco e via.