Bywater, New Orleans. Murale di Bmike Odums con una poesia di Cleo Wade 

Instapoet: chi sono le poetesse che parlano sui social di amore, sesso, maternità, femminismo

Rupi, Cleo, Aranya e le altre sono le giovani poetesse che hanno trasformato i loro follower in un pubblico appassionato che cerca forza e ispirazione per un mondo migliore. Sono le creatrici di un nuovo tipo di femminilità, attenta ai diritti ma anche alla tenerezza. In quest'inchiesta pubblicata su D sabato 12 giugno vi raccontiamo vita, carriera e desideri delle più influenti

Hanno collaborato: * Manuela Cerri Goren - ** Cristina Kiran Piotti

9 minuti di lettura

«Deponiamo le armi

Per armarci di premura gli uni

verso gli altri.

Di nessuno vogliamo il male, per tutti l’armonia».

Risuonano ancora le semplicissime e potenti parole che Amanda Gorman, 23 anni, poetessa, ha recitato davanti al Campidoglio, quando si è insediato Joe Biden. Amanda e le sue sorelle, potremmo dire di questa ricognizione, fatta sulle pagine del D in edicola sabato 12 giugno, tra le giovani autrici di versi che oggi spopolano. Su Instagram, prima di tutto, e nel cuore dei coetanei. Perché? Perché spesso sono nate in posti sbagliati del mondo, hanno la pelle scura, sono introverse, o poco attrezzate ad accettare il futuro senza volerlo migliorare. Soprattutto perché sono generose, globali, solidali. Corteggiate dal successo ma ancora innocenti. Assai politiche. E sì, anche molto pop. Eccole.

Cleo Wade* 

«Come genitore, voglio cercare di creare un terreno soffice per l’atterraggio di mia figlia dalle altitudini di tutti i problemi che la vita le creerà. I bambini sono la cosa più importante al mondo. Uno dei miei momenti di illuminazione è stato quando mi sono resa conto che mia figlia mi copiava nelle espressioni e nei modi di fare: allora ho capito che il mio potere come individuo è direttamente proporzionale al mio istinto materno»

Sette anni fa Cleo Wade componeva il suo primo messaggio su Instagram: “Carissimi, vi scrivo questa lettera per informarvi della mia natura infrangibile. Con amore. Firmato: Donne Ovunque”. La 31enne, scrittrice, artista e attivista è spesso definita “la poetessa Instagram”. Ma il suo modo di comunicare sui social, tipico di una Millennial, è solo un aspetto della sua poliedrica natura. Con oltre 750mila follower su Instagram, Cleo ha indubbiamente una forza e una personalità che vanno ben oltre l’essere una semplice “influencer”, è molto di più, è un punto di riferimento per chi cerca risposte in un mondo che pare progressivamente impazzire. Nata nel Quartiere Francese di New Orleans nel settembre del 1989, da madre bianca e padre nero, a 6 anni Cleo scopre che ama scrivere e viene incoraggiata dai genitori e dagli insegnanti. Alla fine del liceo, in piena mini-ribellione, approda a New York, dove, improvvisamente, decide che è la moda la sua passione. Inizia uno stage da Missoni, fa la modella per Cartier e Armani, diventa manager nell’ufficio di Halston. Ma scrivere rimane la sua strada, e pubblicherà il suo primo libro di poesie nel 2018: Heart Talk: Poetic Wisdom for a Better Life. Del resto, le sue battute e le minipoesie su Instagram, scritte in grosso stampatello, erano già celebri soprattutto per il loro attivismo e femminismo. «Sono cresciuta guardando la tivù», spiega. «Gli show come I Love Lucy, Strega per amore, Vita da strega e Murphy Brown erano i miei preferiti. Ma Samantha era una casalinga, Jeannie un genietto nella bottiglia alla mercé del suo padrone e anche la grande Lucille Ball era soggetta al marito Desi. Da qui la mia passione per la causa femminista e l’empowerment delle donne. Fortuna vuole che mia figlia Memphis sia femmina, sfortuna che sia nata durante la pandemia, un anno e mezzo fa».

Prima ancora di sapere che era incinta (il papà della piccola è il produttore cinematografico Simon Kinberg), Cleo aveva iniziato un progetto che le stava a cuore: un libro per bambini. Che è uscito da poco, intitolato What The Road Said (Che cosa ha detto la strada) e, illustrato sapientemente da Lucie de Moyencourt, ha fatto subito scalpore per la sua perspicacia, empatia e vulnerabile delicatezza. Ha cominciato a fare collegamenti Zoom che includevano alcune sue migliori amiche (anche loro mamme) come, per esempio, Cameron Diaz e Nicole Ritchie. «Non nascondo», dice, «che sia difficile lanciare un libro di questi tempi, e trasmettere i miei pensieri. Penso che la poesia sia la forma di terapia più a buon mercato che esista. Il nostro cuore deve mantenere un posto importante nella conversazione umana, e io sono grata a chi mi ha fatto entrare nel suo cuore. Molti mi hanno detto che odiavano la poesia fino a che non mi hanno letta e non hanno riconosciuto il mio impegno».

Aggiunge: «Nel caso di What The Road Said ho iniziato a scrivere per me. Volevo esprimere qualcosa che agisse come un balsamo curativo per tutto ciò che aveva ferito la mia infanzia». Ma cosa succede se si sbaglia strada? Se si cade? Cleo risponde nel libro con saggezza e calore, perché i suoi versi parlano della capacità di cambiare. Se stessi e la propria direzione nella vita. «Parlo di vergogna», continua, «senza di fatto fare nomi. Molti si sentono bloccati, si rendono conto di non riuscire a prendere decisioni importanti. Ma dovrebbero accogliere i cambiamenti a braccia aperte: a volte non basta muoversi verso il futuro, occorre invece “lavorare” per il futuro. Rimaniamo bloccati in una relazione sbagliata perché abbiamo paura di scontrarci con il nostro partner, abbiamo paura di dire di no, nonostante un nostro sì ci metta in una situazione impossibile... Quando ho scoperto di essere incinta mi sono detta: “Cleo, tu non hai una carriera, hai una vita, e la rabbia è un’emozione tanto valida quanto la felicità, se riesci a costruire la tua saggezza e le tue opportunità con queste emozioni”».

E a proposito di cambiamenti. Che cosa vorrebbe vedere nel mondo di oggi? «Più compassione», risponde immediatamente. «Se veramente ci preoccupassimo di più della gente, nelle nostre comunità, non vorremmo vedere fame o discriminazione, e non vorremmo violenze, mancanza d’istruzione, di alloggi, di sanità pubblica. Se parliamo di certe cose che non possiamo cambiare, come la gravità, si inciampa, si cade, non possiamo farci nulla. Ma se parliamo della nostra società, allora penso che il mondo non può continuare a funzionare, o meglio, a non funzionare così». Durante il Covid, oltre a dare alla luce una bambina e un libro, ha partecipato a incontri su Zoom con studenti di ogni età. Un’esperienza che l’ha toccata. «Ho cominciato a pensare ai bambini senza accesso a Internet, a quelli che non avevano uno spazio stabile e sicuro dove entrare in contatto con altri come loro. Come genitore, voglio cercare di creare un terreno soffice per l’atterraggio di mia figlia dalle altitudini di tutti i problemi che la vita le creerà. I bambini sono la cosa più importante al mondo. Uno dei miei momenti di illuminazione è stato quando mi sono resa conto che mia figlia mi copiava nelle espressioni e nei modi di fare: allora ho capito che il mio potere come individuo è direttamente proporzionale al mio istinto materno».

Aranya Johar**

«Sono fortunata ad avere una famiglia che mi ha incoraggiata, e ha sostenuto il mio attivismo. Scegliere di essere una attivista è un privilegio, in India»

Qualcuno la considera la nuova Rupi Kaur, la Insta-poetessa canadese di origini indiane che ha trasformato un record di visualizzazioni in un record di vendite scrivendo di molestie, ciclo mestruale, alcolismo e masturbazione. Aranya Johar, classe 1998, nata e cresciuta a Mumbai, pur essendo una giovane regina dei versi resa nota dai social, è a suo modo molto altro. Forse il titolo della performance che l’ha resa celebre, A Brown Girl’s Guide to Beauty (Guida alla Bellezza per Ragazze Scure), dirà qualcosa anche al popolo di Facebook italiano, visto che di tanto in tanto ancora fa capolino tra infinite strade della condivisione casuale: difficile dimenticare quei tre minuti nei quali la ragazza condensa lo stigma della pelle scura, tanto demonizzata in India, e l’irrealistico obiettivo di un corpo “ideale”, nonostante la decantata body positivity. «Ogni persona che ha visto quel video ha avviato una sua relazione con la poesia, che io stessa potrei non capire mai completamente. Conosco chi l’ha usata come spunto per trovare il coraggio di parlare di un’aggressione sessuale con la famiglia o gli amici. Per altri è stata una sorta di scheletro al quale aggiungere prospettive. Così facendo, ha preso una vita propria». Rivedere il video di quella ragazzina con un vestitino a pois che grida al mondo, ci spiega, le ha fatto comprendere che la sua poesia, per continuare a essere impegnata, deve travalicare «il cerchio in cui mi trovo». Era ancora minorenne, confessa, quando è salita sul palco: «Mia madre e mio fratello mi hanno aiutata a intrufolarmi». Padre e fratello sono scrittori. La prima “opera” ha preso forma quando aveva 11 anni: «Sono fortunata ad avere una famiglia che mi ha incoraggiata, e ha sostenuto il mio attivismo. Scegliere di essere una attivista è un privilegio, in India. I dalit (i fuori casta), gli aborigeni adivasi, gli attivisti trans, non hanno l’opportunità di scegliere se essere o meno attivisti, la loro stessa esistenza è una rivoluzione. Sarebbe ingiusto non riconoscere che il sistema avvantaggia me e le persone come me». Sempre meno Rupi Kaur e sempre più Arundhati Roy: «Penso che quando parliamo di “libertà” di utilizzo dei social media, significhi poterli usare liberamente. Il tentativo del governo indiano di vietare gli account Twitter, alcuni dei quali appartenenti a giornalisti che stanno diffondendo informazioni, ci dice molto sulle sue priorità. Credo che il modo più efficace per amare il proprio Paese sia esigere sempre che chi governa faccia meglio. L’India ha bisogno di valutare i pregiudizi contro i dalit nel modo in cui gli Stati Uniti hanno bisogno di valutare i pregiudizi contro i neri, poiché sono entrambi problemi estremamente strutturali». Insieme a Malala Yousafzai, Nadia Murad ed Emma Watson, Aranya fa parte del G7 Gender Equality Advisory Council, organismo fondato in Canada nel 2018 per inviare raccomandazioni ai leader delle principali economie del mondo, nei loro summit annuali: «I miei modelli continuano a cambiare, per ora sono la poetessa americana Crystal Valentine e l’attivista indiana Kiruba Munusamy».

Cantami, o Instapoet...*

Se Emily Dickinson o Elizabeth Barrett Browning vivessero oggi, probabilmente pubblicherebbero i loro versi su Instagram. Le ultime generazioni di poetesse vengono infatti catapultate nella celebrità da sostanziosi contratti editoriali al seguito dei loro innumerevoli following accumulati sui social. Queste beniamine ispirazionali per Millennial sono definite le “Instapoet” e possono sfidare il vecchio adagio secondo il quale “non ci si guadagna da vivere facendo il poeta”. I loro libri sono al top delle classifiche dei best seller sul New York Times, le loro poesie hanno temi in comune: sofferenza, miseria, perdita, ansia, solitudine, dolore. Sentimenti che molti giovani provano senza riuscire a esprimerli verbalmente. Niente selfie per loro, ma Instapoesie: corte, spesso scritte a mano, a volte corredate da una piccola illustrazione e da tanta catarsi per i lettori (o i follower). Eccone alcune.

Rupi Kaur

Ventott’anni, nata in India ma emigrata in Canada, a Toronto, con il primo libro di poesie, Milk and Honey, ha venduto più di 2 milioni e mezzo di copie. Molti versi su Instagram sono accompagnati da un disegnino e seguiti da quasi 2 milioni di persone in giro per il mondo. Talvolta criticati come semplicistici, per lei sono diretti, franchi, sono un frutto che si pela e si mangia fino al nocciolo. «La gente che mi legge non solo legge parole, si riconosce in esse. La tristezza è la stessa in tutte le culture, in tutte le razze, così la felicità e la gioia». Kirsty Melville, la sua editor di Andrews McMeel Publishing, ne dice: «Rupi ha dato una voce a cose e sentimenti che molti non riuscivano a esprimere. In questo mondo digitale, dove viene data tanta importanza al marketing dei contenuti, Rupi è un contenuto che non ha bisogno di marketing». L’ultimo lavoro, Home Body, è nato in quarantena, passata con i genitori, leggendo, cucinando, ritornando alle origini Sikh. «Come membro della comunità Punjabi sono attaccata alle mie radici. Il giardino dei miei genitori è una parte di me vicina alla nostra cultura. La meditazione e la respirazione sono le terapie di guarigione. A volte basta metter via il telefono, accendere una candela, leggere un libro».

Alexandra Elle

A soli 31 anni, Alexandra Elle è moglie, madre di tre bambine e autrice di sei libri, più uno in lavorazione. Ha già portato a termine, ancora giovanissima, ciò che molti non riescono a completare nel corso di un’intera vita. Ha iniziato a scrivere che non era ancora teenager, per alleviare l’ansia e la depressione: scrivere è diventata per lei un’efficace terapia. «La pagina era uno spazio sicuro per esplorare pensieri e provare conforto. Otto anni fa pubblicai da sola il primo libro, Instagram era una cosa nuova, ma volevo costruire una piattaforma per una comunità, per chi aveva bisogno di introspezione. Così pubblicai Words From A Wanderer e mi ritrovai con una carriera che non avevo scelto, ma che aveva scelto me». Nel 2017 ha creato un podcast, Hey, Girl, per parlare con altre donne, conoscerne i dolori e le delusioni e aiutarle a mitigarli. L’ultimo libro, After The Rain, è quasi un saggio: 15 “lezioni”, che chiama “memorie incapsulate”. «Parlo di donne, in particolare, di donne di colore. Loro sono, ma non esclusivamente, il mio pubblico. Possiamo prenderci cura di noi senza spendere un sacco di soldi, basta avere utensili necessari nella propria coscienza per auto-curarsi».

Lang Leav

La “decana” delle Instapoets è lei, 40 anni, sfuggita alla violenza dei Khmer rossi in Cambogia appena nata, scappata con la famiglia in Tailandia e, poi, emigrata in Australia. Anche lei inizia a scrivere per riuscire a esprimersi in un mondo ostico e discriminatorio. Nel 2012 decolla la sua carriera nella moda, con una linea di abbigliamento, Akina, che diventa molto cool in Australia. Allo stesso tempo comincia a scrivere il suo primo libro di poesie, Love & Misadventure, ma è Instagram che la rende famosa, tanto da riuscire a riempire enormi spazi con migliaia di fan che la vogliono sentire parlare e leggere. «Molti mi dicono che la mia poesia li ha aiutati in tempi difficili. Credo che la poesia sia come uno specchio, a volte leggiamo dei versi che non ci dicono nulla, mentre, anni dopo, questi diventano incredibilmente toccanti. Le parole non sono cambiate, ma noi sì. Per questo la poesia è essenziale, può dare la possibilità di esprimere i nostri sentimenti in certi momenti come nient’altro». Recentemente Lang ha pubblicato il suo primo romanzo, Sad Girls: una storia femminista ispirata dalla forza e dalla presenza di sua madre. Ma non ha abbandonato la poesia, grazie al nuovo libro di versi intitolato September Love.

Nikita Gill

Nata 33 anni fa a Belfast, in Irlanda, da genitori Indiani, Nikita tornò a Nuova Delhi a pochi mesi di vita: deve la sua sensibilità all’educazione indiana, anche se oggi vive in Inghilterra. Nel 2015 ha incominciato a pubblicare poesie su Tumblr, oggi Nikita può vantare 2 milioni e mezzo di follower su Instagram, e la pubblicazione di vari libri. Oltre alle poesie, ai suoi lettori/emuli dà anche consigli. Tipo:

  1. Non spingerti a creare solo per i social.
  2. Ricordati di riposare il tuo cervello, permettigli di ricaricarsi.
  3. Non confrontare i tuoi risultati con quello degli altri, sei nel tuo viaggio.

Il suo primo manoscritto fu rifiutato da 137 case editrici. «Ma trasformai quei rifiuti», spiega, «in carburante per alimentare la mia poesia. Posso onestamente dire che tutte quelle lettere negative furono importanti per il mio spirito e la mia anima. Mi aiutarono a evolvere e a fare sempre meglio. La prima volta che ho capito che scrivere era la mia carriera è stato a 12 anni, quando ho pubblicato un articolo su un giornale locale in India. Era a proposito di mio nonno e della sua vita da giovane nel Kashmir. Fu una sensazione eccezionale, pensare a gente che non conoscevo e che avrebbe letto le mie parole e forse imparato qualcosa di nuovo». I libri di Nikita sono spesso popolati di figure fantasiose e mitologiche con titoli altrettanto misteriosi, Wild Embers: Poems of Rebellion, Fire and Beauty, Fierce Fairytales & Other Stories to Stir Your Soul, The Girl and The Goddess. Nikita dice di ispirarsi a Sylvia Plath, Maya Angelou e Robert Frost. «Amo il mio lavoro», aggiunge, «specie quando riesce a toccare le giovani donne. Se una ragazzina mi dice “Grazie! Sono più forte oggi perché ti ho letto!” non c’è niente di meglio o di più esaltante».