Dior sfila ad Atene, tra miti e tradizione

Con uno spettacolare show al Panathinaiko, lo storico stadio di Atene, Dior torna alle sfilate dal vivo. E per l'occasione il direttore creativo donna della maison, Maria Grazia Chiuri, presenta una collezione che mescola tradizione greca e sport contemporaneo

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«La parte più difficile, quando si parla di Grecia, è evitare i cliché». È Maria Grazia Chiuri la prima ad ammettere che costruire la collezione cruise 2022 di Dior su simboli tanto popolari - la mitologia, la storia, le tradizioni del Paese in questione -  rischia di trasformarsi in una sfilza di luoghi comuni. Che non è certo il suo intento, precisa subito. Detto questo, gli elementi tipici dell’immaginario ellenico si vedono tutti, dalle Cariatidi che decorano l'invito (una stampa d'archivio della maison) in poi. Poche storie, certe immagini sono inevitabili in simili ambientazioni.

 

Tutto sta a come li si interpreta: e lei, consapevole che le cruise sono prima di tutto linee "commerciali", ha puntato su un'estetica concreta e quotidiana, non cadendo nella trappola del citazionismo fine a se stesso. Ad aiutarla a scampare il pericolo paradossalmente è stato pure il luogo in cui ha sfilato, un simbolo della civiltà ellenica: il Panathinaiko, lo stadio sede delle prime Olimpiadi nel cuore di Atene. Con i Giochi di Tokyo al via tra poco più di un mese, questa è diventata l’occasione  per innestare elementi e dettagli dal mondo sportivo, che si tratti di motocross o di atletica leggera. Va pure aggiunto che il mix che ne deriva guarda chiaramente al pubblico più giovane, sicuramente una scelta voluta.

 

In realtà Maria Grazia Chiuri si dice più interessata al movimento del corpo che alla performance sportiva, ma i riferimenti sono chiari, e fungono da contraltare ai pezzi più che rimandare con chiarezza al mondo greco: le microtuniche ricamate, le stampe ispirate agli atleti dipinti sui vasi antichi, i tanti, tanti pepli. Asimmetrici o lineari, fluttuanti attorno al corpo o geometrici da giorno, in materiali tecnici o in chiffon impalpabile, romantici o pragmatici.

 

Le modelle li indossano con le enormi scarpe da ginnastica bianche e dorate e con le bowling bag di tessuto: pezzi ben collaudati, che magari non faranno molto Antica Grecia, ma che andranno sold-out in un soffio. Chiude lo show l’abito dedicato al mito di Leda e il cigno; per la verità, più che richiamare il costume creato da Monsieur Dior per Marlene Dietrich cui la designer ha guardato, a chi ha una cultura più pop ricorda molto quello di Marjan Pejoski indossato da Björk agli Oscar del 2001, ed entrato negli annali come una delle mise più oltraggiose di sempre.

 

Un capitolo a parte lo merita il lavoro fatto dalla stilista a monte per coinvolgere nel lavoro le maestranze del luogo, provenienti da tutto il Paese: se si pensa alla difficoltà del lavoro da remoto in pandemia, si ha un’idea della difficoltà dell’operazione. In ordine sparso. Ci sono i tessuti jacquard con i disegni di Christiana Soulouche che rileggono i miti di Aracne, Penelope e Arianna (avevano tutte a che fare con fili e telai: non è un caso). Ci sono i cappelli da pescatore dell’Atelier Tsalavoutas. C’è la giacca Bar (quella con cui Dior definì il New Look nel 1947, cambiando la storia) creata da Aristeidis Tzonevrakis, sarto/modellista/ricamatore di Argos. La seta metallizzata delle uscite finali invece è realizzata a Soufli; quelle sottovesti che paiono metallo liquido saranno probabilmente tra i look che verranno fotografati nei prossimi giorni al Partenone: uno shooting per celebrare l'eccezionale sfilata all'Acropoli voluta esattamente 70 anni fa da Christian Dior, e mai più replicata da nessun altro stilista.

 

 

«Non abbiamo pagato né promesso nulla al governo greco per avere queste location», conferma l’ad del marchio Pietro Beccari prima della sfilata. «Credo sia chiaro a tutti l’interesse di Maria Grazia nel sostenere l’artigianato locale: per esempio, alla sfilata ha assistito pure Katerina Sakellaropoulou, Presidente della Repubblica Ellenica. Si vede che il senso del progetto è chiaro a tutti loro». Anche se non parla dei risultati degli ultimi 3 mesi, Beccari lascia intendere che la situazione sia ulteriormente migliorata rispetto ai primi tre mesi dell'anno, già in netta risalita.«In pandemia sentivo i miei colleghi  decretare la fine delle sfilate: magari per loro, ma non per Dior. Questa è una maison "umana", che cerca il contatto».

 

A giudicare dall’entusiasmo con cui gli ospiti, tra cui Pierre Casiraghi e Beatrice Borromeo, Anya Taylor Joy e Catherine Deneuve hanno assistito al notevole show, con tanto di fuochi d'artificio sul finale, non gli si può che dare ragione.