Viaggi

Controvento. Le Corbusier verso Oriente dentro al mistero del Monte Athos

Nel 1911 Charles-Édouard Jeanneret aveva appena ventitré anni e non era ancora il grande architetto che tutti avrebbero ammirato. Partì e andò sempre verso est. Vide piccole città e i villaggi lungo il Danubio, poi le cupole di Istanbul, i colori e le luci. Infine, si spinse ancora più a est per visitare i Santi Monasteri e studiare l’architettura del luogo più affascinante di tutti
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Nessuno sa cosa ci abbia fatto diventare quel che siamo. I nostri gesti, quel che è scritto nei nostri geni. Il sorriso che all’improvviso abbiamo ricevuto. Il giro del vento, l’aria e l’orizzonte. Le porte che si chiudono. Il rumore delle voci. Una lite, un segreto. Il tempo che passa. La città lontana. I cartelli luminosi. La luce. I suoni. Il ritorno a casa. Quel sovrapporsi della vita, istante dopo istante, quel mutarsi del corpo e quei passi che portano lontano. Seguire con lo sguardo le linee dell’edificio di una chiesa antichissima. Rimanere fermi ad ascoltare il rumore degli zoccoli di un mulo sul selciato di una strada che si inerpica verso la vetta di un monte.

Nel 1911, quando ancora non era quello che poi divenne, Charles-Édouard Jeanneret intraprese un lungo viaggio che lo portò verso Oriente. Non aveva ancora scelto per sé il nome di Le Corbusier né aveva realizzato, a Cap Martin, il Cabanon, il capanno che era quasi una cella monacale, a un passo dal mare. Si era appena concluso il tempo in cui trascorreva le giornate in biblioteca a leggere di filosofia e architettura. Aveva viaggiato in Germania ed era andato a Parigi.

In quel viaggio a Oriente vide prima le piccole città e i villaggi lungo il Danubio, poi le cupole di Istanbul, i colori e le luci. Infine si spinse ancora più a est, dove l’aria prometteva di farsi più rarefatta. Cercava lo spazio più silenzioso possibile, la solitudine più assoluta e grezza. Arcaica e nuda. Per questo motivo si recò dal patriarca di Istanbul per ottenere il Diamonitirion, il permesso che lo autorizzasse a recarsi nella repubblica monastica del Monte Athos. La lettera gli fu consegnata l’11 agosto del 1911. Aveva appena ventitré anni. Il patriarca, in quella missiva conservata e ritrovata, spiegava ai rappresentanti della comunità che quel giovane, partito da lontanissimo, arrivava fin lì per visitare i Santi Monasteri e studiarne l’architettura. Tutto quel viaggio, scrisse Jeanneret, tutti quei frammenti di mondo, non per rimanere affascinato dall’infinita diversità degli uomini, ma per capire cosa c’è di unico e comune in tutta l’umanità.

Ricevuta la lettera si avviò, insieme al suo amico August Klipstein, verso Salonicco. Da lì scese a sud-est per circa centoquaranta chilometri su strade sterrate, verso il porto di Ouranopoli. La repubblica monastica era a un passo. Ma via terra, allora come oggi, non si poteva passare. Lo proibisce la costituzione greca. Così cominciò quel tratto di viaggio che lo avrebbe posto di fronte a un ulteriore interrogativo.
Ouranopoli, con il nome greco che rimanda alla città del paradiso, le piccole barche, le voci, le poche persone che camminano in acqua lungo il breve tratto di spiaggia vicino al porto. La Torre di Andronico che è lì dal 1344. Il braccio di pietra che s’inoltra nel mare. Le barche che fanno fare il giro intorno alla penisola del Monte Athos. Si avvicinano fino a cinquecento metri, ma non possono fare di più. Qualcuno s’informa sul costo del biglietto e torna a discutere con i compagni di viaggio. Qualcun altro, salito sulla torre, esce sul balconcino che si affaccia sul mare.
Monte Athos (Photo by Aleksei Simonenko on Unsplash) 
I due salirono sul traghetto. Per arrivare al Monte Athos non impiegarono le poche ore che impiega oggi il ferryboat dal nome Agia Anna. Ci vollero giorni. E quel tempo non trascorse come una noia o un tempo perduto, ma fu esperienza, occasione e luogo. Era agosto e il caldo di oltre un secolo fa doveva somigliare, a modo suo, a quello del secolo che venne dopo. Jeanneret, che non era ancora Le Corbusier, scrisse che di giorno se ne restavano accampati a prua come dei gitani. Sfiniti dal calore dello zenit. Senza rispettare alcun orario o scansione rifiutavano i pasti che venivano serviti. La sera, poi, preferivano rimanere seduti sui grandi rotoli delle corde o persino sull’ancora, e lasciavano che i granelli del viaggio precipitassero nel fondo di quello che stavano per diventare.
Così lontana, l’incommensurabile bellezza del tramonto assumeva un aspetto più inatteso e prorompente. I due sentivano che il declinare del sole, quella luce, quel giro della Terra, infondeva calma e forza: "I nostri muscoli", scrisse, "battono rinvigoriti dal sangue". La notte, infine, per approfittare di tutto quello che c’era da vedere, Jeanneret fingeva di dormire e restava sveglio. Proprio lì, al buio, per vedere "con tanto d’occhi, instancabilmente, le stelle e, con le orecchie dritte, sentire addormentarsi ogni segno di vita e il silenzio diventare vittorioso".
 
Avvicinarsi al Monte Athos richiese pazienza e ostinazione. Durante la quarantena, la segregazione che si prescrive a chi raggiunge un luogo appartato dal mondo per evitare che vi si introducano nuovi virus, Jeanneret e August furono trasbordati, con un piccolissimo barchino, su un’isola deserta. I loro abiti e la loro biancheria vennero bruciati. Jeanneret dormì in una cella. Poi di nuovo il viaggio, ancora il mare, il silenzio. Nei suoi diari – pubblicati solo dopo che un giorno d’estate, all’età di settantasette anni, decise di tuffarsi di nuovo nel Mediterraneo, smettendo di essere quel che era divenuto – confidò che quei tre giorni di mare impressero su di lui, nel suo animo, "una quiete instabile". In quel punto, in quel momento, quando qualcosa di decisivo sta per accadere, è possibile intravedere l’isola di quel che si diventerà?
Nel pomeriggio, con gli occhi fissi sulla linea dell’orizzonte, quando gli spazi suggerivano "la misura più percettibile dell’assoluto", Jeanneret intravide la piramide dell’Athos. Arrivata all’improvviso, sembrava una maestosa statua eretta nel giro di pochi istanti. Duemila metri e più. I compagni di quel viaggio, i pellegrini e i poveri, sotto la fascinazione di quell’immagine s’ammutolirono. Le eliche si fermarono. Si sentiva solo il cigolio della catena dell’ancora immersa nell’immobilità delle acque.
 
Sulla penisola Jeanneret trascorse diciotto giorni. Fu colpito dalle costruzioni dei monasteri. Osservò la pietra e la meditazione. Convisse con la semplicità e l’assoluto. I granelli di sabbia del viaggio scesero lenti e si depositarono sul terreno da cui sarebbe germogliata la pianta di ciò che sarebbe diventato. Gli ulivi, i mandorli, i limoni. Quando poi il viaggio cominciò a distillare le ultime gocce, l’attenzione si fece ancor più acuta. Sulla nave che lo portava verso Atene e verso il suo futuro, guardò ancora in direzione dell’isola, gettò ancora uno sguardo per trattenere "i suoi pendii costellati di fortezze, di monaci neri, merli e mura". Quando quel monte così elusivo e misterioso scomparve, all’orizzonte apparve, al suo posto, un numero infinito di stelle.
 
*Federico Pace è autore del libro Controvento, storie e viaggi che cambiano la vita edito da Einaudi