Il libro

Dal Power dressing al personal branding: dimmi come ti vesti e ti dirò se hai potere

Dal tailleur sobrio di Margaret Thatcher al bianco di Kamala Harris l'abito è importante per esprimere chi siamo o chi vorremmo essere. Nel saggio "La tua immagine on e off line" (Dario Flaccovio Editore) Isabella Ratti spiega che da almeno cinquant'anni il "Power dressing" influisce sull'autorevolezza di chi lo indossa. E racconta come lo stile di chi conta si sia trasformato nell'epoca dei social sconfinando nella promozione di sé stessi

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Se il potere ha un suo look, anche un sobrio tailleur alla Margaret Thatcher può valere un endorsement. Si chiama power dressing, e indica l’idea che un guardaroba possa trasmettere autorevolezza e garantire una forma di potere in ambito politico e lavorativo. Concetto già vecchio di cinquant’anni, ma che ritorna e si trasforma nell’era del social media e della rete dell’immagine.

Tra stile e potere c’è un rapporto strettissimo. E al tempo del Me Too e delle lotte per i diritti civili, l’abito diventa anche una ideologia e una forma di lotta. Perché anche l’abbigliamento è una forma di espressione di valori. “Più che essere in grado di raccontare, è questione di raccontarsi. Anche sui social”, dice Isabella Ratti, autrice di La tua immagine on e off line (Dario Flaccovio Editore), un’analisi su comunicazione e immagine al tempo del web, che riserva un ampio spazio all'abbigliamento di uomini e donne di potere e ai suoi sviluppi su internet.

Oggi l’idea che la scelta di un abito possa comunicare sicurezza e carattere va di pari passo con il personal branding, la promozione di sé stessi, un'arte che si è imposta come strategia per posizionarsi nel mondo del lavoro e per distinguersi in ogni contesto. “Una scelta che passa soprattutto dall’aspetto esteriore - continua Ratti - perché da sempre l’uomo ha attribuito valore simbolico agli abiti che indossa, impegnandosi a fornire attraverso di essi informazioni sulla sua identità”.

Vestirsi per il successo: quando nasce il power dressing

“Ho un cervello per gli affari e un corpo per il peccato”, diceva Melanie Griffith nel film Una donna in carriera. La nascita del termine “power dressing” è ufficialmente sancita da John T. Molloy e dal suo libro del 1975 Dress for Success. Si tratta, di fatto, del primo testo sulla consulenza d’immagine diventato subito un best-seller. Die anni dopo, nel 1977 pubblica The Women’s Dress for Success Book, una versione, destinata al pubblico femminile, che ha avuto un impatto ancora maggiore. Qui, il concetto di “donna in carriera”, che oggi sembra in parte superato, ha contribuito a riscrivere l’immagine di genere, sostituendo grembiuli e abiti da casa con tailleur dallo stile solido, che imitano taglio e colore degli abiti maschili. Questo look viene automaticamente associato a caratteristiche specifiche, come indipendenza, forza e sensualità.

L’abito fa il monaco: la psicologia degli accessori

Anche l’abito ha una sua psicologia. E conoscerla, significa utilizzare i capi d’abbigliamento a proprio favore a seconda delle circostanze. “I vestiti che indossiamo dicono di noi molto più di quanto vogliamo lasciar trasparire e, per quanto non tutti siano in grado di decodificare il messaggio che si cela dietro la scelta di un capo d’abbigliamento, a livello inconscio ogni abito è una finestra che si apre verso un immaginario specifico - racconta Ratti - basta una decisione azzardata per passare dall’apparire vincenti al mostrarsi incapaci”.

Esiste una psicologia precisa di abiti e accessori: le scarpe alte sono simbolo di una tendenza al controllo e di una volontà di sovrastare i propri colleghi; chi opta per una scelta più comoda, al contrario, è una personalità più equilibrata e disponibile al confronto.  Ampia simbologia hanno invece le borse: la borsa portata a mano serve a rimarcare il proprio ruolo professionale, la borsa a spalla libera, data dalla sua praticità, è invece prediletta da chi vuole muoversi in modo più comodo, mentre le persone multitasking tendono a usare la borsa a tracolla.

E che dire dell’outfit maschile: anche l’ego dell’uomo si misura in base alla lunghezza della cravatta. Per le riunioni di lavoro, dove l’obiettivo è quello di trasmettere, attraverso il proprio modo di vestire, un’immagine professionale, è d’obligo la cravatta scura, stando attendi a evitare elementi troppo sgargianti. Tuttavia si può fare qualche strappo: “Va bene il completo blu navy o grigio e al gessato da abbinare con camicia bianca o azzurra - consiglia la Ratti - per la donna rimane indicato il tailleur, tenendo presente che più il colore è scuro e più indica formalità. Un’attenzione speciale meritano le scarpe: averle in buone condizioni e ben pulite è indice di cura anche nel lavoro”.

Kamala Harris vestita di bianco

Gli accostamenti cromatici veicolano anche un diverso tipo di potere. Basti pensare alla vicepresidente americana, Kamala Harris, che durante il suo primo discorso alla nazione ha optato per un outfit interamente bianco, omaggiando le suffragette e l’uso che ne facevano per rendersi riconoscibili durante i cortei.

Tutta questione di identità

Tra gli appassionati della capacità che ha la moda di evocare mondi anche molto diversi c’è Charles Fréger. i suoi scatti si concentrano sulle uniformi di chi fotografa e su come queste siano in grado di rappresentare valori comuni a un gruppo determinato di persone, che finisce con il riconoscersi in quella particolare simbologia. Si tratta, senza dubbio, di un’identità idealizzata, che consente di aggregarsi uniformandosi e, al contempo, renderci unici.

I vestiti che si indossano, in sostanza, sono il modo più diretto che conosciamo per esprimere la nostra identità. Gli studi del fotografo francese si uniscono alla riflessione sociologica che da secoli viene dedicata al rapporto tra moda e identità sociale, che parte proprio dal presupposto che la tendenza a fare gruppo derivi dal nostro intrinseco bisogno di sicurezza. Il senso di appartenenza non può che manifestarsi nell’abbigliamento: dalle squadre di calcio ai simboli di partito, è chiaro che nella sfera pubblica qualsiasi elemento distintivo è motivo di vanto da esporre. Per quanto però si tratti di una necessità assolutamente umana, il rischio in certi casi è che l’individuo si confonda con la massa.

Power dressing oggi: l’evoluzione verso il personal branding

Coerenza, unicità e capacità di relazione. Sono questi, secondo Isabella Ratti, gli obiettivi da raggiungere per dare vita a una immagine strategica di sé. “Per costruire un’immagine di successo serve, oltre che seguire i giusti consigli basati sugli studi appena menzionati, saper creare uno storytelling coerente ed efficace”. L’aspetto esteriore è a tutti gli effetti uno strumento di comunicazione grazie al quale si può avere un ritorno in termini di reputazione, riconoscibilità e fidelizzazione. Affinché funzioni, però, è necessario stabilire bene il messaggio che vogliamo trasmettere e, insieme, conoscere il modo migliore per sfruttare i mezzi che possono veicolarlo. Valga ad esempio, il successo che ha avuto di recente la scienza dell’armocromia, che insegna ad abbinare correttamente i colori alla propria tonalità di pelle. Non sempre è facile riuscire a capire cosa ci sta meglio e come fare a comunicare gli elementi positivi del nostro carattere attraverso il nostro aspetto esteriore.