Lifefulness

Come raggiungere la serenità e ripartire con lo spirito giusto grazie al Buddismo

Chi non anela a una maggiore serenità alzi la mano. Soprattutto dopo le vacanze promettiamo spesso a noi stessi di cambiare passo e vivere in modo più consapevole la nostra quotidianità. Ma non sempre riusciamo a raggiungere il nostro obiettivo. Ad aiutarci arriva Giuseppe Cloza, autore di La pienezza della vita attraverso il Buddismo, che ci fornisce dieci consigli per imparare a trovare dentro di sé energia positiva e armonia. Il suo è un viaggio alla scoperta della pratica di Nichiren Daishonin e del Nam Myoho Renge Kyo

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Non è mai troppo tardi per vivere una vita felice e piena. Perché tutto si può risolvere, tutti gli errori si riparano e ogni ferita si può curare. Un veleno può trasformarsi in medicina e si può rinascere, stupendoci, come un fiore sboccia da un seme nascosto in una terra arida. È questo il messaggio che racchiude Lifefulness. La pienezza della vita attraverso il Buddismo, di Giuseppe Cloza, Giunti Editore. Non è un libro solo per chi è buddista, ma è una valida ed efficace lettura anche per chi non sa ancora di esserlo.

Con parole semplici, come in un dialogo l’autore ci porta per mano in un viaggio alla scoperta della pratica buddista della Saka Gokkai basata sugli insegnamenti di Nichiren Daishonin e sul Nam Myoho Renge Kyo, che aiuta ad affrontare la vita con un’energia positiva che sgorga da dentro di noi e si espande nel nostro ambiente, creando un’armonia dinamica e contagiosa. Un percorso che fa scoprite gli effetti benefici del Buddismo e i suoi punti di contatto con la scienza, la psicologia e le altre filosofie e religioni, dove non mancano neanche i consigli per provarlo. Abbiamo chiesto a Giuseppe Cloza, che ha incontrato il Buddismo di Nichiren all’età di 16 anni, di darci dei suggerimenti pratici per sperimentare la Lifefulness.

Ecco il suo decalogo

1. Cerchiamo sempre la felicità. Ma la felicità non si trova in qualche posto particolare. Finché si pensa che dipenda da qualcosa o qualcuno (“Sarò felice se… sarò felice quando…”), ci sfuggirà sempre. Ognuno di noi ha un mondo perfetto per lei o per lui, che gli calza a pennello. Bisogna solo stare attenti a non cercarlo nel posto sbagliato. La felicità è già pronta dentro: sei un Budda così come sei. Accettare questa realtà apre la porta alla Lifefulness, la pienezza della vita.

2. Essere Budda non significa essere perfetti. Significa poter cambiare, trasformare le cose negative. Senza le sofferenze non è possibile il cambiamento, senza il buio della notte non si vedono le stelle nel cielo. La chiave non è diventare perfetti, ma poter trasformare le sofferenze. Anche quando ti senti immerso nella notte più oscura e senti la tua anima impaurita, ricorda che non esiste mai un problema che ci si presenti davanti se non siamo già in grado di affrontarlo e risolverlo. L’universo intero sa che sei in quella situazione perché puoi farcela. La vita ti mette alla prova solo quando sei pronto.

3. Quello che gli altri pensano di te è un problema loro, non tuo. Quando decidi di cambiare la tua vita, sei accompagnato in questo percorso dalla disapprovazione di chi vuole rimanere aggrappato alle sue credenze; o vieni deriso e denigrato da chi, in fondo, ti invidia. Se cerchi conferme e riconoscimenti dagli altri, rimarrai ferito e amareggiato.

4. Lascia andare i pensieri che fanno male. A volte applichiamo un vero e proprio accanimento nel conservare pensieri e ricordi negativi che ci fanno male. Generano fastidio, rancore, rimpianto, rabbia… riaprono ferite. Eppure li conserviamo gelosamente per tirarli fuori alla prima occasione. Come un disco rotto che ripete una tortura autoinflitta. Non c’è nessuna utilità pratica nel rievocare le situazioni che hanno portato sofferenza e conflitto. Può portare solo altre ferite. Ma, con i film mentali continuiamo a riviverle, e poi a parlarne. Questo dolore emozionale procurato, a lungo andare fa ammalare anche il corpo.

5. Dimentica: il mito del raggiungimento di un obiettivo. Non esiste un punto da raggiungere, un equilibrio immutabile. È l’illusione che una volta ottenuto questo o quello saremo a posto. Ci saremo sistemati. La vita è una crescita continua, una preparazione al rinnovamento. La natura funziona così, e anche l’amore. La mente ci illude, ma nessuna situazione è permanente: quindi, nessuna sofferenza è immutabile ed eterna. Quando le cose si sistemano e tutti i tasselli vanno a posto, vuol dire che siamo pronti per qualcosa di nuovo. E solo a quel punto è possibile attrarre nella nostra vita nuove situazioni, nuovi sviluppi.

6. Accettare, accogliere, accettarsi. Accettare non significa sottostare alle condizioni esterne supinamente o sempre remissivi. Ci sono momenti in cui bisogna lottare, insistere. L’importante è accettare ciò che siamo, nella nostra unicità. E non importa quanti errori abbiamo fatto: accettiamoli. Senza giudicarci o biasimarci. Meritiamo sempre la nostra comprensione, meritiamo di essere accolti. Nam Myoho Renge Kyo è la pratica per trasformare, per rinascere. Il senso di colpa non è soltanto inutile ma anche dannoso. Solo noi possiamo cambiare ciò che pensiamo di noi stessi. E non c’è niente di cui vergognarsi.

7. La leggerezza è fondamentale. Se lasci che la mente sia la tua padrona rimarrai invischiato nella pesantezza dei pensieri che generano preoccupazioni e amarezze. Contornati di persone che riescono a rallegrare il tuo cuore, alleggerire la mente, incoraggiano la tua crescita. E tutto sarà più semplice. E sorriderai molto di più.  E poi ricambia, comportandoti a tua volta così con altre persone: prenditene cura, ascoltale, proteggile, accompagnale. Influenzale con la tua energia positiva. Dai loro speranza.

8. Non fare le cose perché ti aspetti in cambio una ricompensa. Così come mettiamo condizioni alla nostra felicità, facendone dipendere la realizzazione da qualcosa di esterno (“sarò felice se… sarò felice quando”) allo stesso modo, abbiamo la tendenza a mettere delle condizioni anche quando facciamo qualcosa. Lo facciamo perché vogliamo o speriamo di ricevere qualcosa in cambio. Anche in amore. Pensiamo: “Dato che mi sto sforzando tanto, allora otterrò…” È un po’ come pensare che qualcuno dall’alto ci vedrà e ci ricompenserà. Purtroppo è un’illusione. Le risposte arrivano quando doniamo e non mettiamo condizioni.

9. Non ti lamentare. L’atto di lamentarsi ha l’effetto di riempire la tua vita proprio di ciò che non vorresti. Il lamento, con il pensiero o le parole, è un’energia negativa che debilita, disattiva la positività. Più ti lamenti di una cosa e più gli stai dando forza. Secondo il principio per cui si sceglie la realtà in cui si vuole stare, scegliere di lamentarsi significa scegliere proprio la realtà di cui ci si sta lagnando. Concentrando in questo modo le tue energie fai avverare ciò che non vorresti, perché lo attrai, lo richiami in continuazione.

10. Perdonare. Il perdono serve per guarire, spiritualmente e fisicamente. Guarire da ferite e sofferenze emotive. Il perdono non è per l’altro, ma per te. Non serve a far vedere all’altro quanto sei stato buono, continuando così a sperare che lui cambi di conseguenza. In questo modo continui a rimanere ancorato alla situazione o alla persona che ti ha ferito. No, il perdono serve a te: per liberarti, lasciare andare quella sofferenza che ti blocca nel passato. Perdonare perché le ferite smettano di fare danni (le ferite fanno male a te e non a chi le ha inflitte): è una delle armi più potenti per liberarci dalle sofferenze. Spesso però il suo significato viene travisato. Perdonare non significa scusare o giustificare, né implica necessariamente il doversi riconciliare. Dopo aver lasciato andare la sofferenza si può anche lasciare andare la persona o la situazione che l’ha procurata: mettere fine, ma possibilmente senza rancore.