Modelle curvy e body positivity alla Milano Fashion Week. Ma l'ipocrisia resta

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Chiamatela se volete body positivity e sicuramente negli anni qualcosa è cambiato, almeno nell’atteggiamento di accettazione verso i corpi che non si piegavano al diktat "manichino", alla magrezza estrema, ma certo non è cambiata la sostanza.  Ossia il pensiero resistente sull’estetica femminile glam, quella degna di salire nelle passerelle delle settimane della moda, come questa che si sta svolgendo a Milano e dove la magrezza, anche estrema, resiste. Anzi impera.

Grande creatività, ripresa, abiti meravigliosi, certamente. Ma abiti per ragazze magre, anzi magrissime. Taglia under 42, spesso taglia 38. E allora ci si chiede dove sta tutta questa body positivity, ma anche solo il tentativo di cambiare le cose, magari mettendo qua e la una ragazza taglia 42 e perché no anche 44. Ma quando entri in questo circo della moda, in questa fabbrica del lusso, motore del Made in Italy e tante altre cose belle, ti accorgi che "il chilo in più" non è concesso nemmeno agli addetti ai lavori, a chi lavora nelle retrovie delle maison, figuriamoci a chi deve indossare questi abiti destinati a occupare vetrine e sogni. E allora non prendiamoci in giro.

Perché i manifesti per una fisicità inclusiva non possono durare solo lo spazio di una campagna pubblicitaria, ma devono diventare sostanza, motore di un reale cambiamento. Anche perché le donne non sono solo manichini, con tutto il rispetto (e anche l’invidia) per chi ha vinto la battaglia con i chili di troppo.  E anche le diversamente magre sono vanitose e comprano abiti, fanno girare l’economia del settore. Tanto che sui siti web di molti brand si possono comprare abiti fino alla XXL, mentre nelle boutique "live" le taglie si fermano, quando va bene a una Large, e anche striminzita. Come se comunque gli "ultracorpi" andassero in qualche modo nascosti, nelle retrovie del web, senza cittadinanza sulle passerelle nei camerini felpati delle vie dello shopping. Mostrati solo nelle collezioni create appositamente per loro, in brand ad hoc per "ciccione", come se la taglia fosse un genere nel genere.

Bizzarro proprio oggi quando la battaglia delle battaglie è abbattere gli steccati. Ma mentre è facile vedere uomini in gonna e collane in passerella, non lo è altrettanto per le donne non secche.  Vedere qualche taglia 44, ma anche 46, in passerella aiuterebbe a diradare questa nebbia ipocrita su un concetto sano come quello dell’inclusione. E aiuterebbe anche i marchi a vendere le meraviglie che creano ogni stagione.