Divorzio: che succede se l'affitto è intestato a un solo coniuge

Photo by Kristina Tripkovic on Unsplash
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L'avvocato matrimonialista spiega la sorte del contratto di locazione in caso di separazione o divorzio. Cosa succede quando la casa era intestata a uno solo dei due? E le regole valgono anche per le coppie di fatto?
La risposta dell'avvocato Orsini torna utile per fare il punto su una questione cara a molti, in questo nuovo appuntamento con 'D(i)ritto al cuore', ovvero come farsi aiutare dalla giurisprudenza quando di mezzo ci sono i sentimenti.

Per rivolgere le vostre domande all'avvocato Sabrina Orsini potete scrivere una mail a modaebeauty@gedi.it
3 minuti di lettura

Cara Avvocata,

ho un urgente problema relativo alla casa dove abito da qualche mese da sola coi miei due bambini.

Infatti circa tre mesi fa, dopo una causa con il padre dei miei figli relativa al loro mantenimento e affidamento, il Giudice ha deciso che i bimbi fossero affidati a me e che noi tre si rimanesse nella casa familiare dove abbiamo sempre abitato mentre il loro padre vive altrove già da un anno (quindi da ben prima che il giudice si pronunciasse).

Siamo sempre stati in affitto e abbiamo un contratto da vari anni con una signora con la quale non ci sono mai stati problemi di sorta.

Per chiudere la questione in Tribunale le mie richieste di mantenimento per i figli sono state piuttosto esigue, contando sul fatto che il contratto di affitto è intestato solo al padre e pensando che avrebbe continuato a pagare lui, come ha sempre fatto da quando se ne è andato di casa.  Invece a quanto pare il mio ex  ha smesso di pagare e la proprietaria mi ha scritto che sarà costretta a procedere con uno sfratto qualora non venga saldato tutto il pregresso.

Ma è una cosa possibile? Lui non deve rispondere dei pagamenti dato che il contratto è intestato solo a lui?  Noi non siamo sposati (lui non ha mai voluto) e non so se questo possa cambiare o meno i termini della questione.

La ringrazio, tanto

Marta, una madre in pena

Carissima  Marta,

la risposta alla sua domanda la troviamo nella Legge 392 del 1978, la norma che disciplina le locazioni degli immobili urbani, più conosciuta come legge sull’equo canone.

Sebbene nel testo normativo si faccia riferimento solo al matrimonio, e che quindi la norma inizialmente non fosse applicabile ai conviventi more uxorio, successivamente, un intervento della Corte Costituzionale del 1988, ha equiparato le due situazioni di matrimonio e convivenza.

Ma veniamo al punto che la preoccupa. Il nostro legislatore ha previsto che “in caso di separazione giudiziale, di scioglimento del matrimonio o di cessazione degli effetti civili dello stesso, nel contratto di locazione succede nel contratto l’altro coniuge se il diritto di abitare la casa familiare sia attribuito dal giudice a quest’ultimo”.

Quindi la legge considera il provvedimento di assegnazione della casa familiare come il presupposto necessario e sufficiente affinché si realizzi il subentro del coniuge assegnatario in luogo di quello originariamente titolare del contratto di locazione.

Mi rendo conto che possa apparirle paradossale nel suo caso, ma tale previsione in realtà è volta alla tutela del nucleo familiare e del preminente interesse dei figli minori o maggiorenni non economicamente indipendenti. Immagini se l’ex coniuge non assegnatario della casa, rimanendo intestatario della locazione, avesse potuto ad esempio recedere dal contratto o risolverlo anzi tempo privando i figli della sicurezza di avere un tetto sopra la testa.

La legge, nella valutazione degli interessi in gioco, per forza di cose spesso contrapposti tra loro, quello del locatore a tornare in possesso dell’immobile e quello del coniuge affidatario dei figli a godere dell’immobile stesso,  ha scelto di proteggere gli interessi di quest’ultimo in qualità di parte più debole e soprattutto più impegnata nella cura ed educazione quotidiana dei minori.

Con il provvedimento del giudice che assegna la casa familiare al coniuge affidatario dei figli avviene pertanto l’estinzione del rapporto di locazione con il conduttore originario (in questo caso il padre dei suoi figli) che, essendo definitivamente sciolto, non potrà più rivivere in capo a quest’ultimo nemmeno nel caso limite in cui, ad esempio, lei lasci la casa per trasferirsi altrove. In sostanza la legge sull’equo canone consente l’estromissione del conduttore originario dal contratto, rendendolo estraneo a tutti i diritti e agli obblighi che ne derivano.

Tale passaggio di diritti e obblighi avviene automaticamente anche senza firmare alcun nuovo contratto: si immagini una sorta di riconsegna virtuale dell’immobile da parte dell’originario conduttore e una nuova riconsegna e lei.

Pertanto Marta le richieste della padrona di casa nei suoi confronti sono giustificate e sostenute da una norma di legge ed effettivamente, qualora la morosità ormai a suo carico persista, la signora avrebbe buon diritto a notificarle un atto di citazione per convalida di sfratto.

Effettivamente il padre dei suoi figli era ben informato se ha continuato a pagare il canone anche dopo l’allontanamento da casa (avvenuto ben prima del provvedimento giudiziale di assegnazione della casa familiare a lei) perché, in effetti, il subentro nel contratto di locazione avviene solo ed esclusivamente con il provvedimento di assegnazione della casa familiare e non con il mero allontanamento da casa.