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Il linguaggio segreto dei bambini

Il linguaggio segreto dei bambini
La pedagogista Emily Mignanelli i bambini li studia da anni, e ci spiega come osservandoli mentre giocano si può capire molto di quello che provano davvero. Ecco i suoi consigli per aiutare i genitori a rendere più felici i propri figli
2 minuti di lettura

La pedagogista Emily Mignanelli i bambini li studia da anni, ma è osservandoli nel loro tempo libero che ha imparato a “leggerli”. Così è nata la sua teoria sul linguaggio segreto del gioco infantile, che spiega nei suoi workshop in giro per l’Italia. L’ultimo è stato a Verona, durante il festival dei giochi antichi Tocatì, nella cornice magica della chiesa sconsacrata di Santa Maria in Chiavica, dove l’abbiamo incontrata.

Che cosa intende per gioco simbolico?
 “È pura psicanalisi, nel senso che è il modo dei bambini per fare terapia. Spesso viene confuso con il gioco imitativo – quello in cui, per esempio. i bambini fanno finta di cucinare –, ma invece il gioco simbolico è quando entrano in scena, si danno un ruolo e fanno quello che gli arriva, che poi è quello che i bambini fanno tutti i gironi. Guardandoli giocare, abbiamo la possibilità di entrare nella parte più intima del bambino, nel loro inconscio. Noi adulti non ne siamo più capaci: è come se avessimo messo una guardia davanti al nostro inconscio e ci siamo convinti che ci voglia solo uno specialista per riuscire ad accedervi”.
 
Ma perché un bambino piccolo avrebbe bisogno di fare terapia attraverso il gioco simbolico?
 “Nessun bambino nasce da zero: l’inconscio si forma dalla nascita. Addirittura, ci sono teorie di epigenetica che sostengono come ognuno di noi si porti dietro ben tre generazioni di traumi. A ogni modo, fino ai due anni di vita tutti abbiamo una memoria implicita: fissiamo gli eventi, ma poi non ricordiamo niente. È il genitore che deve fare da hard disk raccontando al figlio quello che è successo: il bambino magari ha vissuto un fatto che lo sta condizionando, l’ha fissato, ma non lo ricorda”.

Ogni volta che un bambino fa un gioco simbolico significa che è mosso dall’inconscio?
 “No, accade per lo più quando si tratta di un gioco reiterato nel tempo, quando diventa una sorta di fissazione”. 
 
Un caso esemplare?
 “Un caso che ho toccato con mano diverse volte è quello di un bambino che gioca spesso a mettere a letto i pupazzi. Quasi sempre, quel gioco gli serve per portare a galla una verità, per esempio, che nella sua storia famigliare ci sono stati degli aborti non detti. In questo caso basta raccontargli come sono andate le cose, e lui smetterà. “Tesoro sai che prima di te ho perso un bambino al quarto mese. Lui era il mio primo figlio, tu sei il secondo: sono molto felice che tu sia qui”. 
 
La verità funziona sempre?
 “I bambini sono ancorati alla vita, vogliono sciogliere i nodi per stare bene. La magia è che quando sentono la verità, poi smettono. Non dire le cose per la paura di provocargli del dolore, potrebbe non essere la soluzione. Dicendogli la verità li liberiamo, gli permettiamo di crescere senza zavorra”.
 
Qualche altro esempio che può aiutarci a capire?
 "ll bambino che gioca al cane e al padrone. Se vuole fare sempre il cane, attraverso il guinzaglio, potrebbe cercare un limite, che lo aiuta a rilassarsi. Se invece, vuole fare il padrone potrebbe essere un bambino che si sente oppresso dalle regole, che nel potere cerca la rivalsa. Poi penso ai bambini che giocano tanto ai pompieri, che portano soccorso: probabilmente avvertono un disagio o un pericolo in casa. Oppure quelli che hanno un amico immaginario: di solito non si sentono di poter fare qualcosa, oppure non si sentono visti e allora bisognerebbe capire perché”. 
 
Ma il gioco simbolico rivela solo incagli del passato?
 “No, la chiave è un’osservazione puntuale dei bambini. Se vediamo che reiterano un gioco simbolico allora dobbiamo provare a interpretarlo, bisogna andare per associazione, ragionare in modo analogico. Verso i 7/8 i bambini iniziano gradualmente a perdere spontaneità nel gioco simbolico, ma poi continuano a mandare messaggi attraverso le scelte che fanno, penso per esempio a quelli che vogliono sempre uscire con il cappellino, o non si separano mai dallo zainetto”.