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Jacopo Venturini: “Amore e cura del cliente. Valentino coltiva il sogno”

Jacopo Venturini, ceo di Valentino
Jacopo Venturini, ceo di Valentino 
Intervista all'amministratore delegato di Valentino: "Crediamo in quello che facciamo. Se non piace a tutti, pace"
3 minuti di lettura

La moda non la fanno gli amministratori delegati. Il motore è la creatività, io al limite sono la benzina. La creatività è al centro di tutto. Sta poi a me creare un dialogo che soddisfi i diversi mercati". Oggi è normale che chi amministra la moda abbia più voce in capitolo di chi la crea, ma per Jacopo Venturini non è così. Milanese, 53 anni, ha lavorato per Prada, Gucci - è opinione comune che il successo di Alessandro Michele sia pure merito del suo lavoro sul merchandising del brand - e dal giugno 2020 è l'amministratore delegato di Valentino. Sa di cosa parla, e infatti la struttura che ha plasmato con il direttore creativo Pierpaolo Piccioli è esattamente ciò che teorizza: al centro ci sono le idee, e attorno un universo articolato e coerente che va dall'alta moda alle sneakers.
Come si plasma un brand?
"Nel caso di Valentino, prima di tutto con l'amore: Pierpaolo è qui da 23 anni, per me questo è il terzo ritorno nel marchio. Per entrambi era vitale ridargli il posto che gli spettava tra i grandi della couture; Valentino è l'unica casa d'alta moda italiana e la nostra strategia inizia qui. I termini maison e couture hanno un valore semantico potente: il primo indica accoglienza, ospitalità, il secondo l'attenzione per i dettagli, il lavoro umano, la relazione intima tra la première (la sarta responsabile dell'atelier, ndr) e la cliente. Per me
è stato naturale portare questi concetti nella cultura aziendale".

Il progetto più recente del marchio è la linea Valentino Toile Iconographe
Il progetto più recente del marchio è la linea Valentino Toile Iconographe 

Ha detto anche che la creatività non si può diluire. Pochi nel suo ambiente la vedono così.
"Pensi che io invece cerco sempre di preservare intatta la carica inventiva di una sfilata: è vitale per il mercato".
Come conciliate alta moda e consumatori ventenni?
"La couture è un principio. Non si tratta di affari - o meglio, non solo - ma di valori. Valentino è tra i più fedeli al suo passato, ma la clientela oggi è molto eterogenea. Il jet-set elitario per cui Valentino Garavani disegnava non esiste più, e l'offerta si è adeguata ai tempi, rimanendo coerente. Le faccio un esempio: il 30% della nostra clientela è sotto i trent'anni, il settanta sotto i quaranta. Il 43% ci si avvicina comprando i bijoux, che hanno un prezzo d'entrata più basso rispetto al resto. Ma per tutti loro questo non conta, conta avere un pezzo di noi".


Parla spesso della centralità del cliente. Cosa significa?
"Significa mettere l'umano in cima ai tuoi pensieri, che poi è quello che accade in atelier, con la couture. Tutto è volto a dare a chi compra l'esperienza migliore, e a formare una cultura aziendale solida".


Cosa comporta?
"Nei negozi vuol dire mettersi nei panni del cliente, capirlo, soddisfarlo. Ma per riuscirci abbiamo ripensato gli spazi, che ora progettiamo internamente, e la formazione del personale. Stare tutta la giornata nella "bolla" del negozio, a contatto con il pubblico, è sfibrante, e allora li abbiamo resi luoghi piacevoli per chi compra e per chi vende. E se per stabilire un rapporto saldo con il cliente lo si deve portare a pranzo per ore va bene, nulla lo vieta. Serve empatia per capire cosa può volere chi si ha di fronte e far nascere il desiderio. E l'empatia va coltivata".
In pandemia sembrava che l'online avrebbe soppiantato gli acquisti fisici. È così?
"Per niente. I due sistemi coesistono, ma io ho il pallino del "valore dell'umano". Vado spesso nei nostri store a guardarmi attorno, ho bisogno del punto di vista di chi è a contatto con il pubblico. La moda non è un compitino da fare o un'illuminazione improvvisa: è un processo osmotico di confronto, che ti insegna anche a non seguire la massa, quando serve".
Per esempio?
"In lockdown si diceva che avremmo vissuto per sempre in tuta. Pierpaolo e io eravamo invece convinti che la prima collezione post-pandemia avrebbe dovuto essere vivace e decorata, perché la gente avrebbe avuto voglia di vestirsi a festa. Altro che tuta. Avevamo ragione. La moda è anche evasione: è come andare in vacanza, o assistere a uno spettacolo. Non si può deludere il sogno".
E il pubblico cosa pensa?
"Il pubblico capisce se una cosa la fai perché ci credi o perché devi. Noi crediamo in ciò che facciamo. E se non piacciamo a tutti, pace".
Ha sempre amato la moda?
"Sì. Tesi di laurea sul merchandising, da ragazzino compravo pile di giornali: Vogue, Per Lui, Collezioni. Un vero investimento. Ma gli anni più formativi sono stati quelli passati a fare spese con mia madre: mai vista una più meticolosa (ride, ndr)".
E la sua prima volta in una boutique Valentino?
"A 13 anni, con la venditrice che mi seguiva inquieta. Proprio non capiva che ci facessi lì, a studiare ogni pezzo".