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Si accende il dibattito sulla tossicità dei prodotti femminili: sotto accusa l'intimo per il ciclo

Si accende il dibattito sulla tossicità dei prodotti femminili: sotto accusa l'intimo per il ciclo

Una class action contro un brand americano di intimo per le mestruazioni, accusato di aver commercializzato articoli contenenti sostanze chimiche tossiche, ha innescato un importante dibattito internazionale che riguarda la sicurezza dei prodotti per il ciclo e la mancanza di alternative davvero ottimali

5 minuti di lettura

Sembrava che con l’intimo mestruale fosse arrivata finalmente un’alternativa comoda, pratica, sicura, ecosostenibile ai classici assorbenti e alle coppette - che hanno mille pregi, ma non sono adatte a tutte. Non a caso, molte donne si stanno rivolgendo a questo prodotto di facile fruizione (si tratta semplicemente di slip realizzati in materiali ultra-assorbenti) che da nicchia è diventato mainstream, e che oggi si trova in numerosi colori, forme, dimensioni, e, naturalmente, capacità contenitive. Ma una nube è arrivata ad oscurare l’orizzonte dei period panties, e in particolare un marchio è già al centro della bufera a causa delle sostanze tossiche che sarebbero state rinvenute negli slip assorbenti: si tratta di Thinx, brand che in Italia non è particolarmente noto ma ha un largo bacino di utenza negli Stati Uniti, dove è celebre anche per le singolari ed efficaci campagne pubblicitarie.

Una class action contro i period panties

Una class action ha portato il marchio Thinx in tribunale, accusandolo di mentire sulla natura “sicura e sostenibile” dei propri slip: in seguito ad analisi condotte da parti terze sarebbero infatti stati rinvenuti PFAS, ovvero una classe di composti chimici utilizzati in tantissimi settori tra cui quello dell’abbigliamento, grazie alle loro proprietà idro-repellenti e anti macchia. Le mutande Thinx non sarebbero dunque realizzate con materiali organici, atossici, sostenibili e sicuri come professato dal brand: questa almeno è la versione della querelante, Nicole Dickens, e di tutte le consumatrici che si sono unite alla class action.

Foto di Billie su Unsplash
Foto di Billie su Unsplash  

Ma cosa sono i PFAS? Anche detti ‘forever chemicals’ per la loro persistenza nell’ambiente e di conseguenza nel sangue di animali e esseri umani (dove vengono puntualmente riscontrati), sono composti chimici usati sin dagli anni ’40. Alcune ricerche li collegano a diverse problematiche di salute, tra cui alcune forme di cancro, indebolimento del sistema immunitario, specialmente nei bambini, infertilità. L’Agenzia per le Sostanze Tossiche del Dipartimento di Salute americano li definisce una "preoccupazione per la salute pubblica", anche se sottolinea che le ricerche sono ancora in corso. In generale, il tema della loro sicurezza è attuale, e sia in Europa che negli USA si sta discutendo di limitarne l’uso o addirittura di metterli al bando. Insomma, trovarseli nelle mutande, a stretto contatto con le mucose per periodi prolungati, non sembra essere una buona idea.

Il marchio si difende dicendo che nei test da loro effettuati queste sostanze non sono state riscontrate. “Confermiamo che i PFAS non sono mai stati parte del nostro processo di produzione, e che continueremo a prendere provvedimenti perché non vengano intenzionalmente aggiunti al nostro underwear in nessuna fase di produzione”, specifica il brand sulla pagina web dedicata alla causa giudiziaria. Il marchio ha accettato un accordo economico con le querelanti, sottolineando però che ciò “Non rappresenta un’ammissione di colpa da parte di Thinx”.

Il problema non è di un solo brand

Come si è arrivati a questo punto? Un paio di anni fa la giornalista e ricercatrice Jessian Choy, che si occupa principalmente di temi legati all’ambiente, ha fatto analizzare i suoi period panties, stanca di chiedere informazioni specifiche ai brand sulla loro composizione senza ottenere risposte adeguate. Gli slip che ha sottoposto ai test (eseguiti presso il laboratorio della University of Notre Dame) erano di marca Thinx e Lunapads. Mentre i Lunapads hanno superato la prova e si sono confermati davvero ‘organici’ e privi di sostanze tossiche come da claim pubblicitario, sui modelli Thinx sono stati riscontrati PFAS, specialmente nell’area inguinale dello slip. Anche allora il marchio, interpellato per un commento dal magazine The Cut, aveva dichiarato di non aver ottenuto gli stessi risultati tramite le loro analisi.

Ma Thinx non è l’unico brand di intimo mestruale accusato di utilizzare prodotti potenzialmente dannosi: lo scorso anno, il marchio canadese Knix Wear è stato citato in giudizio da due clienti che, attraverso test condotti in modo indipendente, avevano riscontrato la presenza di ‘forever chemicals’ negli slip, nonostante fossero pubblicizzati come ‘PFAS free’.

Anche tamponi e assorbenti sotto esame

Anche i classici tamponi e assorbenti usa e getta sono sotto la lente di ingrandimento da tempo: diversi studi (per la maggior parte condotti da associazioni ambientaliste, ma non solo) hanno rilevato la presenza di sostanze chimiche anche nei marchi che si proclamano ‘organic’. Pur non avendo la certezza che queste sostanze siano dannose per la salute in maniera diretta (i risultati degli studi sono contrastanti), è evidente che costituiscono perlomeno un problema ecologico, che si va a sommare a quello delle microplastiche che derivano dal loro smaltimento.

La soluzione per molte donne è la coppetta mestruale: un oggetto riutilizzabile per molti cicli, igienico, e, almeno per ora, considerato sicuro. Ma non è un accessorio adatto a tutte. Inserirla comporta una certa dimestichezza e confidenza col proprio corpo (ricordiamo che le mestruazioni le hanno anche bambine di 12 anni), e, cambiarla, pulirla, riutilizzarla non sempre è un’operazione che si esegue comodamente in ufficio, al bar, a scuola, o durante una pausa toilette ‘volante’.

Esistono alternative sicure?

Le notizie sugli slip mestruali hanno riacceso una conversazione che tra chi ha il ciclo non si è mai del tutto esaurita: perché è così difficile trovare supporti sanitari ottimali? Perché nessun brand sembra impegnarsi veramente nel proporre la soluzione definitiva per avere comfort, benessere, ecologia e un prezzo accessibile? Il Guardian ha raccolto alcune testimonianze, tra cui quella di Brianna, ex cliente Thinx, che afferma: “Trovare un buon prodotto per le mestruazioni è incredibilmente frustrante. I prodotti per il ciclo non sono economici, e variano tantissimo da marchio a marchio… sono due decadi che ho le mestruazioni e non ho ancora trovato quello che fa per me”.

The Cut, uno dei primi magazine ad occuparsi del caso Thinx, ha collezionato su Instagram centinaia di commenti di persone interessate all’argomento, in particolare donne che si chiedono come sia possibile che esista un tale vuoto nel mercato, solitamente così ricco di soluzioni per qualsiasi esigenza. “Le persone col ciclo potranno mai avere un prodotto sicuro? Sicuro del tutto?”, scrive una utente. “È davvero frustrante. Specialmente per quelle di noi che già hanno la predisposizione genetica ai tumori ginecologici. Mi intristisce e mi fa arrabbiare e mi mette in confusione dover navigare in questo inferno di cose che riguardano il mio apparato riproduttivo”. La conversazione è animata, e vede la quasi unanimità delle partecipanti non solo indignate per il tema delle sostanze tossiche nei loro assorbenti e dall’ennesima brutta notizia che riguarda la loro salute, ma indispettite dall’inspiegabile assenza di alternative sicure.

Anche su Twitter il dibattito è acceso, e molte utenti stanno sfogando la loro frustrazione per il caso Thinx mentre contemporaneamente si chiedono “Sarà il caso di darsi al free bleeding?”. Il riferimento è alla pratica di non indossare assolutamente nulla, e lasciare che il sangue mestruale si veda attraverso i vestiti, come fece l’atleta Kiran Gandhi durante la maratona di Londra del 2015 per attirare l’attenzione sul tema della period poverty, ovvero del fatto che nel mondo tantissime donne e ragazze non possono permettersi supporti sanitari decenti. Tra i commenti del social troviamo: “I prodotti per il ciclo non-tossici sono quasi impossibili da trovare… Ci è permesso vivere o cosa?”. E ancora: “Tutto ciò è orribile. Il fatto che sia così difficile trovare prodotti mestruali privi di sostanze tossiche è atroce”. Tra donne che si scambiano consigli, commentano e raccontano esperienze personali, la discussione è movimentata, ma, come sempre, rimane relegata ad una ‘bolla’, una nicchia (termine assurdo da utilizzare se consideriamo che circa metà della popolazione mondiale per 40 anni della propria vita, ogni mese per almeno cinque giorni, necessita di prodotti per l’igiene mestruale).

Ma non sono solo le utilizzatrici degli assorbenti a porsi delle domande: lo scorso dicembre l'Economist ha raccolto in un lungo articolo dati statistici e studi che confermano la validità di questi dubbi. "Non si conosce abbastanza cosa ci sia in assorbenti e tamponi", titola la rivista. "Il sistema riproduttivo femminile ha un intero ramo della medicina dedicato, la ginecologia. Eppure c'è un aspetto di importanza quotidiana che viene trascurato, e che bisognerebbe indagare più approfonditamente". Questa categoria di prodotti dovrebbe essere studiata e regolamentata come accade con i cibi, le medicine, e tutto ciò che va a stretto contatto con il corpo, invece gli studi sono sempre poco chiari, le regolamentazioni variano di paese in paese, i brand sono poco trasparenti, commenta il settimanale.

Il sospetto è che il tabù delle mestruazioni sia così radicato che aprire la conversazione e renderla di interesse pubblico sembra ancora impossibile. I temi femminili in generale non sono mai stati affrontati in maniera appropriata, solo in tempi recenti si è iniziato a parlare di molti argomenti rimasti avvolti nello stigma per secoli (la sessualità, per esempio). Le mestruazioni, con la loro componente di fluidi corporei, sembrano argomento ancora troppo ostico, e il mercato approfitta di questo silenzio offrendo prodotti che fanno il minimo indispensabile non tanto per sostenere le persone in questo momento del mese, ma per fare in modo che il sangue non sia visibile. Come ha detto Chris Bobel, professoressa di studi di genere e sessualità della University of Massachusetts, interpellata dal Guardian, “La priorità sociale è nascondere i corpi che mestruano, ma non è di interesse pubblico sapere con cosa lo si fa. Questo ha creato l’ambientazione perfetta perché l’industria approfittasse di noi, sfruttando la necessità di non far vedere quando abbiamo le mestruazioni”.