Due camerati durante un raduno nazionale a Perugia
Due camerati durante un raduno nazionale a Perugia 

Dai militanti di Casa Pound Italia ai suprematisti americani: l’estrema destra prova a rifarsi il look

Non solo bomber, anfibi e teste rasate, ecco sneakers modaiole, felpe identitarie e brand nati ad hoc. Con un obiettivo: la normalizzazione dell’essere (e del mostrarsi) orgogliosamente neofascisti

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Credere, obbedire, vestire. Ma anche: Dio, patria, famiglia e guardaroba. Dal picchio nero dei militanti di CasaPound alle polo dei Proud Boys suprematisti americani, passando per l’Old School di Verona e le sue “arche scaligere”: l’outfit, per il camerata (ex) duro e puro, non è una debolezza né un vezzo. È una divisa. Divisa che, tocco qua e agghindamento là – tra felpe identitarie, cappellini, polo da stadio, T-shirt, sneakers modaiole, collezioni casual evocative di miti della “potenza” dannunziana o dell’“italiano nuovo” mussoliniano –  ha mandato in soffitta lo stereotipo del vecchio stile marzial-machista (come raccontiamo nel numero di d in edicola sabato 19 marzo).

Militanti neofascisti al concerto del più importante gruppo skinhead italiano, gli Spqr, a Roma.
Militanti neofascisti al concerto del più importante gruppo skinhead italiano, gli Spqr, a Roma. 

Sostituito oggi da un look più cool, “stiloso” direbbero quei fighetti che le teste rasate avrebbero osteggiato come servi dell’iperuranio mondialista. Ma tant’è: 77 anni dopo la fine del fascismo la nemesi si è compiuta. Per capirci: se pensate ancora al militante ipertrofico tutto bomber, anfibi, muscoli e cranio lucido, siete indietro. Non che skinhead e naziskin siano spariti. Resistono a se stessi, si clonano nelle ridotte nazionalsocialiste nordestine o varesotte. Ma sono quasi riserve indiane. I “fascisti del terzo millennio” – autodefinizione dei militanti di CasaPound Italia – hanno capito che se i motti del duce hanno ancora un loro inquietante appeal, il “truce” nel vestirsi non paga. In termini di marketing politico, ma soprattutto di credibilità agli occhi della platea su cui l’estrema destra ha lanciato la sua Opa: i giovani. 

Militanti neofascisti al concerto del più importante gruppo skinhead italiano, gli Spqr, a Roma.
Militanti neofascisti al concerto del più importante gruppo skinhead italiano, gli Spqr, a Roma. 

Nella galassia nera, da qualche anno, tutto va in una direzione: lo sdoganamento. L’accettazione in società. La “normalizzazione” dell’essere e mostrarsi fascisti. Senza più vergogna, surfando sulla progressiva (e rischiosa) caduta delle pregiudiziali che come un venticello tiepido si infila negli spazi del discorso pubblico, nelle dichiarazioni dei politici (mood: “il fascismo ha fatto anche cose buone”, eccetera), gli ammiccamenti, gli slogan e i contatti sempre più espliciti tra partiti sovranisti e camicie nere. È proprio la sottovalutazione della riemersione carsica del neofascismo o post-fascismo il velluto sul quale danzano i camerati. Che hanno ridefinito l’ immagine. Più che ai cattivi maestri di un tempo, i Freda, i Morsello, gli Adinolfi, i Fiore, oggi le nuove generazioni si affidano ai guru divisi tra militanza e imprenditoria. La sintesi dei nuovi ideologi o leaderini passa anche (e molto) dall’estetica. Come abbigliarsi, come essere riconoscibili – ma non troppo – uscendo dal ghetto? Una delle rappresentazioni plastiche del mix tra saluti romani, violenza e moda “comunitaria” risponde al nome di Francesco Polacchi. Romano, 36 anni, dirigente di Cpi, diventato fascista “perché mio padre era comunista”. Pregiudicato e più volte inquisito per violenze e apologia di fascismo, il suo cv giudiziario è quello di un picchiatore. Ma lui è, prima di tutto, l’uomo che veste i camerati.  Con il suo marchio Pivert (“Un picchio in mezzo a tanti piccioni”, fu lo slogan del lancio pubblicitario), nel 2015 Polacchi capisce –  intuizione imprenditoriale e metapolitica – che per affrancarsi dal pregiudizio della storia e dalle maglie delle leggi derivate dalla Costituzione antifascista, i neofascisti devono presentarsi in un modo più “igienico”, più “garbato”. Il picchio, dunque. “Marchio casual non conforme”. Una riga sul trucidismo delle teste rasate. 

Un membro del gruppo Spqr
Un membro del gruppo Spqr 

Eppure i rimandi, il messaggio, sono chiarissimi. La prima collezione si chiama “SemiDio”. La seconda, “Fighter”. I valori dell’uomo guerriero. “L’uomo al centro” dal sito Pivert “un uomo che sa bene cosa siano i valori e i sacrifici e abbia voglia di combattere per i propri ideali e la conquista del proprio futuro”. I modelli di Pivert posano davanti ai monumenti voluti da Mussolini nella capitale d’Italia: il Foro italico e il Palazzo della civiltà italiana detto “Colosseo quadrato”, all’Eur. In breve tempo il picchio “non conforme” diventa marchio di fabbrica e segno di riconoscimento di CasaPound, oggi sigla egemone della destra estrema italiana. Sportivi, calciatori, la show girl ed ex-signora-Corona, Nina Moric. Tra consapevoli e quasi, seduce anche volti celebri. Ma il “botto” Polacchi lo fa il 9 maggio 2018. Il leader della Lega Matteo Salvini si presenta in tribuna d’onore allo stadio Olimpico di Roma, per la finale di Coppa Italia Juventus-Milan, indossando un giubbino Pivert. Casualità? Difficile. Nemmeno un mese dopo Salvini sarà ministro dell’Interno. Rispuntano le foto del Capitano – anno 2015 –, con i capi dei “fascisti del terzo millennio”. A capotavola, Polacchi. L’imprenditore della moda ed editore con Altaforte, che pubblica Il Primato nazionale, l’house organ di Cpi. Pivert (11 punti vendita, quartier generale a Cernusco sul Naviglio) lancia nel 2016 la collezione “Martialis” che si diffonde tra le tifoserie ultrà. Il picchio è “un simbolo per chi lo indossa”. Da Roma a Verona, da Ascoli a Brescia e Lucca i neofascisti riscoprono il gusto di vestirsi da “fighi”. Le divise identitarie fanno capolino nelle cronache giudiziarie? Per la narrazione fascistoide è un plus.

Camerati durante un beach party
Camerati durante un beach party 

Stesso fenomeno negli Usa per i Proud Boys al servizio di Trump,  che abbiamo visto in occasione dell’assalto a Capitol Hill il 9 gennaio 2021 . Va detto con chiarezza: il brand indossato, che ha come simbolo una corona di alloro, è uno storico marchio. Che nulla ha a che fare con l’odio suprematista e l’ala più estrema dei sostenitori trumpiani. È, questo, un aspetto interessante. I gruppi neri italiani ed europei in questi anni hanno “indicato” a militanti e simpatizzanti dei brand. E se è scontato che non tutti coloro che portano quei marchi sono accostabili a gruppi di ultradestra, è vero che molti neofascisti li usano. Giubbini per lo più neri griffati The North Face, capi Fred Perry. A Verona e nel Veneto tra i “butei” tutto stadio, spritz e saluti romani va forte Old School Verona (il simbolo sono le arche scaligere). Il sindaco FdI Federico Sboarina indossa una polo Old School quando, eletto primo cittadino,  festeggia in piazza. Nella città di Giulietta il marchio è venduto da Firm Shop, in zona stadio. Proprietaria è la Future Company srl, che detiene anche European Brotherhood (nel simbolo la E e la B si fondono in una simil croce celtica). I soci? Tutti simpatizzanti o ex di estrema destra. Stessa musica da Camelot, store di Alessandro Castorina, colonna del Veneto Fronte Skinhead e bassista dei Gesta Bellica.  I “bravi ragazzi” che nella curva sud dello stadio Bentegodi  inneggiano a Hitler e Rudolf Hess – tra Forza Nuova, Fortezza Europa e CasaPound – si servono da Firm Shop e Camelot. Altri marchi “d’area” graditi alla gioventù nera: Lyle&Scott, Ma.Strum, Three Stroke e Farah. Se a Roma il gran cerimoniere è il ras forzanovista Giuliano Castellino, a Verona c’è Luca Castellini. Entrambi coinvolti nell’assalto alla sede della Cgil a Roma (9 ottobre scorso). Entrambi pluridaspati. Il primo è in carcere a Poggioreale a Napoli, il secondo è sottoposto a obbligo di dimora. Una comoda ricerca su Google e scoprirete i loro look. C’erano una volta i sanbabilini anni 70:  andavano di RayBan, giubbotti di pelle, impermeabili Burberry. Poi la moda nera si è inabissata. Oggi è tornata. La nuova  collezione Pivert? Si chiama Tortuga. Si ispira all’“ultimo dei pirati”. Il simbolo è un teschio infilzato da una spada e da un’ancora, con l’immancabile picchio. Impossibile non pensare al teschio con la rosa rossa in bocca, simbolo della X Flottiglia Mas della Repubblica sociale italiana. 

Un militante dorme sul pullman durante una trasferta
Un militante dorme sul pullman durante una trasferta 

Sostenitori di Forza Nuova, a Roma
Sostenitori di Forza Nuova, a Roma