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Arizona Muse. Una carriera come top model alle spalle, ora sfila con il movimento internazionale Extinction Rebellion contro la devastazione ecologica. Courtesy Vestiaire Collective
Arizona Muse. Una carriera come top model alle spalle, ora sfila con il movimento internazionale Extinction Rebellion contro la devastazione ecologica. Courtesy Vestiaire Collective 
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Le top model attiviste per l'ambiente

Top model anni 90 e nuove star delle passerelle usano la loro visibilità per convincere i follower «a dichiarare guerra all’inquinamento»

3 minuti di lettura

Angeli che vestono Prada, scesi sulla Terra per provare a salvarla: dal cambiamento climatico, dall’inquinamento in cielo, in terra e nelle shopping bag, dal fast fashion, dalle deforestazioni e dalla vera pelle... Un inferno da ripulire, quello della moda, che richiede spalle larghe e gambe lunghe di supermodelle–modello in quanto a impegno, eco–attivismo e responsabilità. È da un bel po’ che le creature dell’ecosistema moda ci mettono la faccia. Ma a differenza di una trentina di anni fa, quando per la causa animalista Naomi Campbell, Tatjana Patitz o Cindy Crawford erano pronte a denudarsi piuttosto che indossare una pelliccia (era una campagna Peta, dei primi anni 90), oggi non c’è che l’imbarazzo della scelta con tutte le cause da sostenere in nome di ambiente, flora e fauna.
Da anni, tra le più battagliere c’è Amber Valletta. Molto prima di vendere i suoi vestiti per destinare il ricavato al Fashion Institute of Technology di New York (foraggiando la ricerca sui materiali alternativi e la produzione più sostenibile), militava per il Natural Resources Defense Council per creare fonti di energia pulita, poi per Oceania, la più grande organizzazione statunitense paladina della salvaguardia degli oceani, infine per la battaglia Seafoods Contamination Campaign. E da palchi di convegni e vari account social diffonde il proprio pensiero: «Abbiamo una grossa responsabilità verso il futuro del Pianeta, e gli uni verso gli altri. L’industria della moda ha un’opportunità unica per influenzare ogni cambiamento culturale, sociale e ambientale. E proprio in questo momento». 
Insieme a lei, una sfilata di top di ieri sono diventate eco-attiviste top di oggi. Del resto, se la fede ritrovata è ancora più forte rispetto a quella di chi la trova, l’impegno ecologico di chi si metteva la lacca segna il trionfo del bene sul male. I tempi cioè in cui non c’era la differenziata e nemmeno la Ztl, i padri fumavano in macchina, il foie gras era una prelibatezza e le madri, la sera, si mettevano in pelliccia. Ebbene sì, il passato è realmente esistito. Così, tra le sopravvissute agli anni 80–90, ci sono ambasciatrici di emergenze globali. Christy Turlington, maratoneta per la salute delle madri planetarie (con la sua Every Mother Counts) e in marcia per lanciare nuove linee sustainable, mentre Gisele Bündchen, via dalle passerelle nel 2015, dedica il suo tempo alla foresta Amazzonica non senza qualche incidente (è finita in manette durante una manifestazione  contro la politica poco verde di Bolsonaro). Anche Cameron Russell è tra le più celebri fashion-eroine del pianeta. Nata a Cambridge, 35 anni, laurea alla Columbia University, ex angelo di Victoria’s Secret e modella per Prada e Calvin Klein, è l’angelo più impegnato nell’annunciazione green. Un credo che diffonde attraverso i social e dai palchi dei Ted (i suoi speech hanno raccolto 37 milioni di visualizzazioni) o facendo rete con Model Activists, il network che ha creato per raccogliere la voce e l’impegno delle colleghe – a oggi oltre 200 iscritte pronte a battersi per rendere il mondo della moda più sostenibile, anche nel trattamento contrattuale di chi ci lavora. 
Una decina di anni fa l’inglese Arizona Muse era “musa” di Dior, Chanel e Burberry: oggi continua nel suo ruolo di ispiratrice in marcia: però tra i manifestanti di Extinction Rebellion. «L’industria che amo e rappresento è in crisi», ha dichiarato. «Ogni anno miliardi di capi di abbigliamento stanno avendo un impatto distruttivo sulla Terra, dobbiamo trovare solizioni alternative, come per esempio rilanciare il second hand». 
Se l’impegno delle “veterane” è diventato un prolungamento delle loro carriere, per le top model più giovani è un doppio lavoro che richiede grinta ed energia. L’americana Molly Bair, oggi 25 anni, ne aveva 19 quando è scesa in campo per scuotere le coscienze, e come ambasciatrice dell’organizzazione Pure Earth ha creato l’hashtag #FightPollution. «Il mio obiettivo è semplice», ha detto. «E cioè convincere la gente a unirsi a me nel dichiarare guerra all’inquinamento». 
Non è invece una modella, ma fa leva sempre sul settore per salvare il pianeta, l’altrettanto combattiva Ayesha Barenblat, che a San Francisco ha creato Remake: un organo di vigilanza sul processo produttivo e anche una community che lei definisce costituita da «fashion lover, da donne che difendono i propri diritti e da ambientalisti». Nata a Karachi, in Pakistan, osservando la fabbrica di tessuti e abbigliamento dei genitori ha capito «quanto lavorare in questo settore possa emancipare le donne, sottrarle alla povertà». Punta invece sulla “prevenzione” il progetto The Wardrobe Crisis, ideato a Sydney da Clare Press. Eitorialista di temi legati alla sostenibilità a Vogue Australia, membro del comitato Fashion Revolution, scrittrice, podcaster e sostenitrice della moda etica, vuole ripulire l’industria puntando sull’educazione dei player del futuro a cui rivolge corsi, master, iniziative social e un podcast «perché l’arma che abbiamo è lo storytelling».