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DPower
Una mostra racconta la storia della chitarra elettrica
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Una mostra racconta la storia della chitarra elettrica

L’artista afroamericana Nikita Gale sta per inaugurare a Londra un’installazione realizzata a partire dalla storia della mitica chitarra elettrica Gibson Firebird per celebrare cinque grandi chitarriste, regine della black music

3 minuti di lettura

Quella di 63/22 è una storia intrigante ispirata alla mitica chitarra elettrica Gibson Firebird progettata dal car designer Ray Dietrich e presentata al pubblico nel 1963. A raccontare questo intreccio di relazioni fra suono e velocità, chitarre e automobili, è l’artista afroamericana dell’Alaska Nikita Gale, classe 1986, casa e studio a Los Angeles. Tra le sue mani questa storia è stata trasformata nella grande installazione 63/22 commissionata da BMW ed esposta a Frieze Art Fair, fiera che torna a Regent’s Park, nel cuore di Londra, contemporaneamente agli eventi “fratelli” Frieze London, Frieze Masters e Frieze Music, per un lungo appuntamento dal 12 al 16 ottobre. 
«La mia passione per la car culture, la cultura delle auto, inizia all’high school. Ne sono sempre stata affascinata, facendo ricerche a un certo punto mi è parso evidente un legame stretto fra la cultura delle auto e i cambiamenti più radicali nelle strutture sociali e politiche della società americana. La cosa straordinaria era che negli stessi anni, fra i Cinquanta e i Sessanta, anche la cultura rock and roll stava accompagnando quei cambiamenti. Le due culture – quella dell’auto e del rock avanzavano in parallelo – accompagnando la trasformazione delle strutture sociali» ci racconta Gale che sta lavorando con Attilia Fattori Franchini, che cura l’installazione di Londra, alla messa a punto degli ultimi dettagli di 63/22. 
«Poi ho scoperto che nel 1963 la Gibson chiede a Ray Dietrich di disegnare una chitarra che diventa un’icona! Con Gibson le ricerche si sincronizzano per distillare l’idea di libertà e individualità della car culture e del rock. Quell’idea che corrodeva, anche grazie a una produzione e distribuzione industriale che arrivava a un grande pubblico, strutture sociali desuete e inadeguate».  

L’opera di Nikita Gale intacca le strutture culturali e convenzionali che definiscono gli individui nella società contemporanea, a iniziare dal modo di guardarci e di definirci. Prima dell’intervista ci chiede, cortesemente, con apposita mail, di non usare i pronomi nel testo, ma solo il suo nome o il termine artista. «I pronomi sono parte del linguaggio che aggiunge aspetti non essenziali alla definizione dell’identità. Soprattutto riguardo alla documentazione e all’archivio ciò che sarà importante o meno, in futuro,  sarà il lavoro e non il genere». Continua l’artista che ha scelto di vivere a Los Angeles per l’apertura all’arte contemporanea, al dialogo fra culture. 
«La città dove studi è quella in cui conosci le persone che poi saranno tuoi amici». Gale ha studiato all’Ucla con Barbara Kruger, di cui ora è amica, con cui fa una bella conversazione sulla vita e sull’arte nel libro appena pubblicato da Chisenhale Gallery di Londra in occasione della sua personale In a Dream You Climb the Stairs in cui scandaglia le relazioni fra strutture culturali e comportamento. «Nel libro parliamo di tutto, di arte, politica, cultura. Barbara è così generosa, è come la mia stella polare. Il suo lavoro e il suo modo di pensare per me sono fondamentali. Così come la sua scelta e quella di molti artisti, come Andrea Fraser, di insegnare all’università, per condividere la ricerca, il punto di vista, è un modo per restituire alla società, un modo per fare ricerca indipendente dal mercato. LA è una città di ricerca  per l’arte contemporanea,  così come la California, dove ci sono moltissime università dall’Ucla all’Università della California che ha più di venti campus». 

Spiega Nikita Gale che la sua mostra The End of the Subject alla 52 Walker di New York – lo spazio di ricerca della Galleria David Zwirner che ha una particolare attenzione per le ricerche emergenti – è una riflessione su visibilità e invisibilità. In mostra l’artista crea una sorta di arena di sculture fatte di luci e ombre che mettono in discussione strutture politiche e di potere che impongono canoni e identità limitanti e definiscono, etichettano, marginalizzano persone. Queste strutture hanno il potere di rendere visibili o invisibili certe identità, di illuminare alcuni aspetti e non altri. E non ne fa solo una questione di black culture Nikita Gale, che pure è devota all’intera storia della musica nera a iniziare dagli anni Cinquanta, e annovera fra i suoi scrittori di riferimento Toni Morrison. Ne fa piuttosto un tema molto più radicale di percezione e rappresentazione dell’individuo, a iniziare dalla cancellazione dei pronomi fino all’abbattimento delle strutture culturali che definiscono il contemporaneo. 

La musica black è anche all’origine di 63/22. «Quando mi è arrivato l’invito di BMW per realizzare un’opera ho pensato alla Motown Records, e al suo fondatore Berry Gordy il mitico produttore discografico che nei Sessanta ha fondato anche una serie di etichette che hanno dato voce e visibilità alla cultura rhythm and blues e soul. Gordy è stato fra i riferimenti carismatici della cultura e della musica black. Era di Detroit e prima di fondare la Motown Records lavorava alla Ford ma la musica era già la sua vita. La Motown Record delle origini aveva un modello simile a quello di una casa automobilistica, con un team di quality control ad esempio, e il sound delle prime registrazioni aveva un ritmo sincopato, ripetitivo, incalzante che evocava la catena di montaggio. Questa commissione è l’opportunità perfetta per sperimentare nel contemporaneo nuove visioni, così ho chiesto ai designer della nuova BMW i7, che per mestiere progettano automobili, di disegnare chitarre elettriche, liberamente, senza vincoli, convenzioni, pregiudizi. Ho chiesto ai designer di superare l’idea e la dimensione comune della chitarra elettrica che è da sempre pensata su misura per un uomo, maschio, grande. Ho chiesto di usare la loro professionalità e sensibilità riguardo al corpo, l’ergonomia, la velocità, il suono per immaginare queste nuove strutture». Nasce così 63/22 l’installazione di cinque chitarre elettriche che portano i nomi di straordinarie donne della black music, le chitarriste Memphis Minnie, Sister Rosetta Tharpe, Barbara Lynn, Big Mama Thornton e Joan Armatrading. 
«Ogni artista, chitarrista, musicista, ogni individuo, o persona deve potersi definire, rappresentare ed essere visto al di fuori dei rigidi canoni della nostra società che stigmatizza identità, generi e provenienze. Questo sistema di marker d’identità, di segni di riconoscimento condivisi» conclude Nikita Gale «si basa su una struttura politica, culturale, razziale di cui è il momento di liberarsi».