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Monica Barbaro in Top Gun: Maverick. Dopo l’anteprima a Cannes il film arriverà in sala il 25 maggio. Foto © 2018 Paramount Pictures.
Monica Barbaro in Top Gun: Maverick. Dopo l’anteprima a Cannes il film arriverà in sala il 25 maggio. Foto © 2018 Paramount Pictures. 

Monica Barbaro, l'italiana che sarà Top Gun accanto a Tom Cruise

Giovani stelle stanno per atterrare sulla Croisette: la prima donna Top Gun nel sequel più atteso della stagione: 'Maverick'

3 minuti di lettura

Quando ero al college ho visto Top Gun e la prima cosa che mi ha colpito è che non ci fossero donne a pilotare i caccia. Così non mi è neanche venuto in mente che un giorno su uno di quegli aerei ci sarei potuta salire io». Monica Barbaro, californiana di San Francisco, 32 anni il prossimo 17 giugno, descrive al tempo stesso l’incredulità e l’emozione di essere la prima donna dell’élite dei piloti della Marina militare statunitense in Top Gun: Maverick, che avrà la sua attesissima prima mondiale al festival di Cannes per poi arrivare in sala il 25 maggio.

Nel film Maverick (Tom Cruise) è finito a collaudare aerei supersonici, e non smette di far imbestialire i superiori con la sua tendenza all’insubordinazione. Quando è sul punto di essere congedato per sempre, viene richiamato da Iceman (Val Kilmer) all’accademia, per addestrare i migliori allievi ad affrontare una missione apparentemente suicida: infiltrarsi in territorio nemico per distruggere un sito di arricchimento dell’uranio. Tra i cadetti oltre allo spaccone Hangman (Glen Powell) e a Rooster (Miles Teller), c’è anche Phoenix (Barbaro, appunto), unica donna in un ambiente dove scorrono fiumi di testosterone. «Top Gun era un film fantastico, pura adrenalina, ma è anche la fotografia degli anni 80», ricorda Barbaro, che arriva al suo primo ruolo importante su grande schermo dopo una gavetta in tv che l’ha vista emergere in serie come UnReal, Chicago Justice e The Good Cop. «Nonostante la storia dell’aviazione sia piena di donne, anche audaci come Amelia Earhart, fino al 1993 non è stato permesso loro di volare in combattimento. E solo pochi anni dopo hanno iniziato a decollare dalle portaerei. Questo sequel dunque riflette l’avvenuto cambiamento, anche se è pur vero che sono ancora in netta minoranza, ed è incredibile visto che le donne rappresentano più della metà della popolazione mondiale. Ne ho incontrate diverse e la cosa che non sopportano è essere definite piloti donne: vogliono essere chiamate solo piloti».

 Monica Barbaro e il regista Joseph Kosinski (al centro) sul set di Top Gun: Maverick. Foto © 2018 Paramount Pictures.
 Monica Barbaro e il regista Joseph Kosinski (al centro) sul set di Top Gun: Maverick. Foto © 2018 Paramount Pictures. 

Come mai il suo personaggio si chiama Phoenix?
«I nomi di battaglia all’accademia sembrano cool ma di solito derivano da aneddoti imbarazzanti. Mi è stato chiesto se volevo cambiarlo, ma poi ho pensato che potevo inventarmi la storia della sua origine».

E qual è?
«La fenice è un essere che risorge dalle proprie ceneri. E così mi sono immaginata che i miei colleghi me l’avessero affibbiato dopo una folle notte di bevute e divertimento che mi aveva messo al tappeto».

Come si è preparata al ruolo?
«Fin dal provino il regista Joseph Kosinski mi ha detto che avremmo dovuto volare per davvero su dei caccia F/A-18. Ero entusiasta ma non sapevo cosa mi attendeva: per mesi ci siamo addestrati per poter sopportare l’accelerazione pazzesca a cui vengono sottoposti i piloti. Abbiamo volato con loro, nell’abitacolo posteriore, iniziando con manovre base e poi sperimentando le acrobazie, per capire come avrebbe reagito il nostro fisico. E questo è stato solo l’inizio».

In che senso?
«Che oltre ad abituarci a sopportare tutto questo, dovevamo recitare, azionare le telecamere poste nell’abitacolo, preoccuparci del make-up, occuparci delle maschere per l’ossigeno e stare attenti anche alla posizione del sole rispetto all’aereo, per essere sicuri che fosse la stessa in diversi ciak della stessa sequenza».

Qual è stato il momento più difficile?
«Questa esperienza estrema mi ha fatto pensare molto alla mia mortalità, ma la sfida più dura per me non è stata in volo, ma durante le settimane di addestramento subacqueo cui siamo stati costretti per essere pronti, in caso di pericolo, a lanciarci in mare col seggiolino».

Di solito queste cose nei film le fa solo Tom Cruise…
«Da vera star qual è, avrebbe potuto dire alla produzione che solo lui sarebbe salito sui caccia e che tutti gli altri si arrangiassero, magari usando qualche trucco digitale. Invece ha insistito lui perché tutti facessimo questo training. Ci ha raccontato che ha imparato molto lavorando con mostri sacri come Paul Newman e Jack Nicholson e voleva restituirci la propria esperienza, insegnandoci fino a che punto ci si può spingere pur di alzare il livello di realismo di un’interpretazione».

Ho letto che lei ha studiato danza. La disciplina all’allenamento l’ha aiutata ad affrontare questa sfida?
«Sicuramente. Ho iniziato a cinque anni e per circa quindici ho praticato danza classica alla Tisch School of the Arts di New York, per poi interessarmi al ballo moderno. La disciplina mi ha sicuramente plasmato, ma presto ho sentito che degli show preferivo le parti recitate a quelle danzate. Quando a 12 anni ho avuto il primo ruolo in alcuni cortometraggi ho capito che la mia vera passione era la recitazione. E sono felice di aver seguito il mio istinto, altrimenti non avrei partecipato al sequel di uno degli action movie più iconici della storia del cinema».