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Storie
foto di Kelsey McClellan
foto di Kelsey McClellan 
Storie

Food sul feed: quando la nostra immagine sui social media smette di dire la verità.

Una scrittrice ha indagato il mondo dei food influencer per il suo nuovo libro. Qui ci racconta alcune piccole scoperte: per esempio, la pizza che non finisce mai di Chiara Ferragni

2 minuti di lettura

Era il 17 settembre del 2018, Chiara e Valentina Ferragni posavano davanti a due enormi pizze margherite. “Ferragni sisters love pizza”, diceva il copy. Modificato subito dopo con l’aggiunta, fra parentesi, di “and our pizzas never end”. Perché, intanto, milioni di follower si erano accorti che, nonostante le due impugnassero un trancio a testa, le loro pizze erano ancora lì, intere, intatte. Il velo di Maya era calato, scopriva la verità: chi fotografa il cibo non è detto che poi lo mangi. L’intelligenza dell’imprenditrice digitale di Cremona aveva immediatamente convertito la gaffe in un nuovo irresistibile brand: la pizza che si autorigenera. 

Le immagini in questo articolo sono tratte dal progetto Wardrobe Snacks in cui la fotografa Kelsey McClellan ritrae persone che mangiano cibi di ogni tipo in luoghi informali.
Le immagini in questo articolo sono tratte dal progetto Wardrobe Snacks in cui la fotografa Kelsey McClellan ritrae persone che mangiano cibi di ogni tipo in luoghi informali. 

In quel periodo, osservavo la vicenda con un pensiero fisso: la merito anche io, una pizza infinita. In cui tuffarmi, quando la vita pesa troppo. Cominciavo a ragionare sul mio nuovo romanzo. Non sapevo che si sarebbe intitolato "Non è al momento raggiungibile" (Mondadori, uscito lo scorso maggio, ndr), ma sapevo che avrebbe raccontato ciò che succede quando la nostra immagine, quella che scegliamo di pubblicare sui social media, smette di dire la verità. E quando la bugia della perfezione e della felicità raccontata agli altri finisce per trafiggere, per primi, noi stessi. Vittoria, la protagonista, si ritrova a vivere una breve stagione da influencer. Comincia a sponsorizzare cibo, solo che lei quel cibo poi lo mangia davvero. E allora il suo corpo, foto dopo foto, inevitabilmente cambia. Ho iniziato a cercare, perciò, fra i profili Instagram dei food blogger, quelli che avessero una caratteristica su tutte: l’autenticità.

Chiara Maci, più di 700mila follower, un racconto prevalentemente casalingo, familiare e saporito del suo rapporto col cibo, postava nel 2019 la foto di un piatto di tagliolini ai porcini. Nella didascalia: “Io quando sono a casa da sola neanche mi ricordo di mangiare”. Io invece sì. E a seguire gli hashtag #chiarasmettiladimangiare e #hosemprefame. Luca Iaccarino, critico gastronomico, nell’assaggiare le prelibatezze della sua Torino si immortalava, nel 2020, con una enorme cotoletta impanata nei grissini. Ecco la caption: “La mia grande, grossa, grassa grissinopoli. (A essere onesti l’ho solo assaggiata)”. A essere onesti l’ho solo assaggiata. Questo mi colpiva, che lo ammettesse. Che pur essendo un vivace giornalista, dicesse una sostanziale verità: non posso mangiarla tutta! Perché la tendenza più diffusa, almeno fino a un paio di anni fa, era fingere di. E in quella finzione, corpi magrissimi e alla moda sfidavano spaghetti al sugo, patate al forno e parmigiane di melanzane. Ma cosa succedeva un attimo dopo la foto? Il più delle volte, che il cameriere portasse via il piatto, intonso. 

Foto di Kelsey McClellan
Foto di Kelsey McClellan 

Poi, l’era nuova della body positivity ha riordinato i feed dei nostri Instagram. Dettato delle nuove regole. Esempio luminoso, l’ascesa di Benedetta Rossi, 4milioni e mezzo di follower. Niente ammiccamenti, niente filtri, niente mise en place eleganti. Tutto Fatto in casa (inclusa la sua trasmissione televisiva a base di ricette), fra canovacci e pirofile uguali uguali a quelle che abbiamo anche noi, di là in cucina. Tutto, in buona sostanza, per essere mangiato, prima di ogni altra cosa. O di Danilo Contaldo, aka Danilodafiumicino, 300mila seguaci devotissimi, che smonta in chiave comica e trash, con i suoi video, la retorica del cibo patinato e della coolness a tutti i costi. Nel tempo, il food, quello bello da guardare, senza glutine, vegano, quello che non fa ingrassare, quello iperproteico, quello che basta scaldare tre minuti in microonde e via, ha letteralmente invaso i social e i nostri desideri. E le trattorie, le pizzerie e i ristoranti, pure i non stellati, sono corsi a scuola d’impiattamento. Impiattamento: parola giovane, inserita nel dizionario Zingarelli nel 2013 e ormai accolta come indispensabile dal momento che, comunque, prima di mangiare bisogna sempre fotografare. 


Sotto casa mia c’era il Bar Italia. Ci trovavo sempre le stesse persone: gli anziani a leggere il giornale, qualche commerciante per un panino, una birra, patatine e noccioline. Facevo colazione lì, praticamente in pigiama, quasi tutte le mattine. Patrizio, da dietro al bancone, prendeva il caffè con me. E brindavamo con le tazze. Qualche mese fa, al terzo giorno consecutivo di serranda abbassata, gli ho scritto: “State bene? È successo qualcosa?”, sinceramente preoccupata. Patrizio mi ha risposto che sì, stiamo bene, ma abbiamo chiuso definitivamente. “Perché?”, ho domandato. “Perché non siamo instagrammabili, e non possiamo fare debiti per diventarlo. Le abitudini delle persone sono cambiate. I bar come il nostro sono passati di moda”.