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L’esploratrice olandese Arita Baaijens (oggi, sessantaseienne) nel deserto egiziano ai confini con il Sudan.Foto di Joanna B Pinneo
L’esploratrice olandese Arita Baaijens (oggi, sessantaseienne) nel deserto egiziano ai confini con il Sudan.
Foto di Joanna B Pinneo 

Arita Baaijens avventuriera e femminista: "Fin da ragazzina sognavo le dune"

Biologa assai risoluta ("Posso diventare un diavolo"), ha conquistato deserti, foreste e crateri abitati dagli spiriti naturali. Andando contro i luoghi comuni maschili che non la credono in grado di sfidare il mondo

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La voce del deserto mi ha chiamato, e non ho saputo resistere». Dopo aver lavorato per sette anni come biologa, Arita Baaijens ha sentito il richiamo dell’avventura e ha lasciato la sua vita ad Amsterdam per diventare un’esploratrice. Oggi è membro della Royal Geographical Society ed è l’unica donna ad aver attraversato il deserto occidentale dell’Egitto in solitaria, a dorso di cammello. Alla ricerca della leggendaria Shambala, ha aggirato a cavallo l’intera catena dei monti Altai, 1500 chilometri in aree selvagge tra Kazakistan, Cina, Mongolia e Russia. E più recentemente ha attraversato la fitta giungla della Papua Nuova Guinea per raggiungere un vulcano dove il tempo si è fermato.

Stampa dell’Ottocento tratta da Le Tour du Monde: un paesaggio del Kazakistan.Foto Getty
Stampa dell’Ottocento tratta da Le Tour du Monde: un paesaggio del Kazakistan.
Foto Getty 

Quando e come è nata la sua vocazione per l’avventura?
«Fin da ragazzina sognavo il deserto. Mi affascinava l’idea di sparire in quegli orizzonti sconfinati e solitari. Dopo la laurea in biologia, nel 1978, andai in vacanza nel Sinai e mi innamorai dello stile di vita dei beduini. Ci tornai più volte, e nel 1988 – quindi nell’avventurosa era pre-Gps – decisi di attraversare il deserto occidentale egiziano. Un egittologo tedesco, che aveva già viaggiato in quei luoghi a dorso di cammello, accettò di accompagnarmi. Ma dopo un mese di traversata, non ne potevo più di lui e dei suoi modi da “re del deserto”. Era diventata una continua lotta di potere tra lui, maschilista, e me, femminista. Avevo con me un revolver e sentivo che ero a un passo dal premere il grilletto».

Non lo fece, spero.
«No, no. Chiesi al mio compagno di viaggio di riportarmi indietro. La notte prima di partire, però, la luna piena salì in cielo e fece risplendere le dune. Era tutto troppo bello: non potevo rinunciare, né arrendermi. Allora decisi di continuare la traversata, ma da sola. L’egittologo, preoccupato, mi spiegò che avrei rischiato la morte se avessi mancato i pozzi lungo il tragitto, e mi fece firmare un foglio nel quale mi assumevo la responsabilità di tutto ciò che avrebbe potuto accadermi. Lo feci senza pensarci due volte. Presi una delle sue mappe, un cammello, una bussola e lo salutai, per affrontare a viso aperto il grande Nulla del deserto. Nei primi giorni ebbi momenti di panico ma imparai presto a guardare negli occhi le mie paure e a rimanere lucida e razionale anche nelle situazioni di emergenza». 

La sfida più grande?
«Conquistare la mia mente. Perché quando sei da sola, è più difficile controllare i tuoi pensieri, come “Se non trovo acqua… se i cammelli si ammalano… se faccio errori di orientamento sono morta”. Eppure tutto questo ti rende viva al 200%: è difficile dire quanto possa essere spaventoso e al tempo stesso meraviglioso. Vivi come non hai mai fatto prima, perché tutto quello che fai conta, e nessuno può vederti».

Nel mondo delle esplorazioni, quanto conta il genere?
«I miei colleghi avventurieri amano magnificare le loro esperienze, dire “Quella volta stavo quasi per lasciarci le penne…”. Si autopromuovono con gusto. Noi donne non lo facciamo. Per questo a volte ho incontrato persone che non credevano che io – così umile e silenziosa – avessi davvero fatto quello che ho fatto.. Prendiamo il leggendario The Explorers Club: è un bastione maschile, non prende sul serio le donne, per questo ne sono uscita. Nelle mie spedizioni però coinvolgo spesso uomini come guide, o portatori. Di solito all’inizio va tutto bene, ma può arrivare un momento in cui io prendo una decisione e loro sono contrari, pensano che magari, da signora gentile quale sembro, cambierò idea. E invece si sbagliano e se si spingono oltre posso diventare un diavolo. In realtà amo questi conflitti, ogni volta che c’è bisogno di battere i pugni sul tavolo lo faccio. E puoi puntarmi una pistola, ma non cederò di un millimetro. Però bisogna scegliere le proprie battaglie: con le persone devi innanzitutto costruire relazioni, devono sentire che tu le rispetti. E devono capire che non voglio essere il boss per vanità, ma perché c’è una missione da portare a termine».

Stampa dell’Ottocento tratta da Le Tour du Monde: un villaggio in Nuova GuineaFoto Getty 
Stampa dell’Ottocento tratta da Le Tour du Monde: un villaggio in Nuova Guinea
Foto Getty  

 

A proposito, che ricordi ha delle sue due lunghe missioni in Papua Nuova Guinea?
«Nelle Southern Highlands c’è il Mount Bosavi, un vulcano estinto da 250.000 anni. Con un cratere profondo un chilometro, dalle pareti molto ripide. Mancando connessioni con il mondo esterno, l’evoluzione è andata per conto suo: esistono specie animali che non si trovano in nessun altro posto. Sono andata nel cratere insieme ai membri della tribù Soabesi. Quando ti avventuri in quel luogo, devi parlare un altro linguaggio: quello del cratere. Non puoi menzionare gli animali e le piante che vivono sui versanti esterni della montagna. Non puoi parlare ad alta voce. Ci sono tutta una serie di regole, perché è considerato un luogo sacro, che contiene ancora gli spiriti che hanno generato la vita. Per i Soabesi non esiste la natura come realtà separata da noi, ma esistono gli “esseri naturali” o “spiriti naturali”. E per loro ogni roccia, ogni posto che abbiamo superato per raggiungere il cratere ha una storia, che solo i locali possono raccontare. Mi hanno detto che ora raccontano anche quella di una strana donna risoluta e amichevole venuta da lontano…».

Ma è vero che in Papua Nuova Guinea gli indigeni parlano con gli animali?
«Nella mia prima spedizione in Papua Nuova Guinea, nel 2017, dopo due mesi di vita nella foresta iniziavo a odiare tutti quegli alberi così fitti. Allora chiesi alla mia guida, Albert, come facesse a cacciare gli animali senza luce. Lui mi rispose che al mattino, prima di prendere arco e frecce, ascoltava gli uccelli. Il Nene, per esempio, gli diceva quale preda avrebbe ucciso quel giorno – cinghiale, serpenti... –, così lui sapeva cosa cercare e lo trovava sempre. Stupita gli domandai se c’erano altri uccelli rivelatori e lui mi parlò della Balia neoguineana. “Oggi volava vicino al fiume, cosa che normalmente non fa, e questo significa che il fiume domani strariperà”. E poi è accaduto. Abbiamo sentito un altro cinguettio: “Sta chiamando il mio nome. È mia moglie, defunta: la sua anima usa questi uccelli per mandarmi dei messaggi”. Ci tornerò presto in Papa Nuova Guinea, perché voglio imparare quella lingua segreta».