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#MeToo. Uomini e donne: a 5 anni dalla nascita del movimento, qualcosa è cambiato?

Asia Argento e Rose McGowan durante una manifestazione del #MeToo a Roma nel 2018. Entrambe denunciarono il produttore americano Harvey WeinsteinFoto: Giuseppe Ciccia/Pacific Press via ZUMA Wire
Asia Argento e Rose McGowan durante una manifestazione del #MeToo a Roma nel 2018. Entrambe denunciarono il produttore americano Harvey Weinstein
Foto: Giuseppe Ciccia/Pacific Press via ZUMA Wire 
Abbiamo chiesto a due scrittori italiani - Elena Stancanelli e Francesco Pacifico - di aiutarci a riflettere su questi cinque anni, sui successi e gli insuccessi del movimento #MeToo, sui diritti conquistati e sulle lotte ancora in corso per giustizia, potere e uguaglianza. Ne è uscito un quadro in chiaro-scuro. Ma anche buone ragioni per immaginare un futuro in cui le differenze di genere saranno un pallido ricordo
5 minuti di lettura

di Francesco Pacifico

Che anni sono stati? Appassionanti, di vero conflitto e di cambiamento. Io ovviamente li ho vissuti dal mio punto di vista, di uomo che vive con una donna. Ma se devo riassumerli, partirò da un aspetto secondario e forse perfino assurdo: i cambiamenti positivi che il #MeToo ha prodotto proprio nella vita di noi uomini. Recuperando e proseguendo il lavoro fatto durante le altre ondate, i movimenti femministi - sia politici che di comunicazione, con tutte le loro differenze - hanno lavorato insieme per mostrare agli uomini che il mondo patriarcale, se da un lato opprime le donne, dall’altro concede poche possibilità esistenziali e relazionali agli uomini, cioè ai cosiddetti privilegiati. 
Il motivo è che l’educazione sentimentale che abbiamo ricevuto come uomini ci porta a trattare il mondo, la donna, gli altri, le altre culture, le altre esperienze, come puri oggetti. Il mondo è ai nostri piedi e noi esigiamo questi oggetti. Li compriamo o li rubiamo. Invadiamo e saccheggiamo. Un tempo erano le colonie, adesso una maglietta prodotta dove il lavoro costa meno; e allo stesso modo le donne: ci erano dovute, e non dovevamo entrarci in relazione più di tanto, ma limitarci a possederle. 


In questo senso l’emersione decisa della voce della donna in questi 5 anni ha aiutato molti uomini, tra cui me, a scoprire una maniera diversa di conoscere il mondo e di entrare in relazione con le altre persone. Ci è stato raccontato, per la prima volta in modo tanto pervasivo, dalla letteratura, dalla tv, dal cinema, dalle piattaforme, dai social, dalle manifestazioni in piazza, dalle campagne di comunicazione, dalle storie delle influencer, un mondo dove l’oggetto del desiderio viene riconosciuto come soggetto capace di entrare in relazione con noi. La donna quindi non più come mistero, ma come soggetto contrapposto, che non si limita a essere conquistato o scartato o fischiato o deriso o picchiato o sedotto o ucciso, e che invece ci fa sentire - con la sua controstoria - che ci sta venendo incontro attivamente, o che ci sta rifiutando attivamente. Nel sesso il cambiamento è evidente: la donna non è più quella che va “convinta a peccare”, e non è quella che se dice no “è perché non capisce il sesso”. Ritrovare tanti personaggi di donne nelle narrazioni che consumiamo ogni giorno ci ha educati a vedere che esiste quest’altro soggetto. E che non c’è una conquista da coloni, ma una contrattazione tra liberi.
Questo è il lato meraviglioso del #MeToo, il lato che mi pare facile da accettare per qualunque uomo che apra davvero le orecchie. È vero che così si vive meglio. Quando, invece di vivere in un mondo di solitudine, dove tutto è un oggetto alla nostra portata o che si ostina a sfuggirci, entriamo in un mondo di soggettività, e usciamo dalla forma mentale della conquista e dell’invasione, la nostra vita diventa più ricca e più sorprendente. 
Ma secondo me gli uomini che rifiutano questo cambiamento epocale non lo fanno perché hanno paura dei propri sentimenti. Lo fanno per un altro motivo: le donne stanno rivendicando il diritto di competere con gli uomini per le posizioni sociali migliori. Le donne vogliono stipendi e posizioni che prima ci contendevamo solo tra noi. Questa secondo me è la vera battaglia, che per un uomo convinto dai femminismi diventa una sorta di guerra civile interiore. Se le donne entrano in competizione con noi per prendersi il famoso “posto al sole”, vuol dire che se prima ogni uomo doveva competere con metà dell’umanità, ora la sua competizione è raddoppiata. E cosa fa l’uomo che vuole cambiare il mondo? Accetta di perdere un po’ della sua fetta di mondo?
Bisogna sforzarsi, anche se fa male, di guardare a questo elemento di conflitto fondamentale, reale, realissimo, perché è lì che l’uomo si arroccherà, per non perdere i privilegi. Inutile rinfacciare agli uomini di non voler vivere una vita più vera, bella, di relazione, di scambio, se nel fondo vogliono solo tenersi tutti i privilegi. Chi molla facilmente i privilegi? I San Francesco che si spogliano volontariamente delle proprie ricchezze sono pochi, al mondo. È su questa lotta per il predominio sociale che si gioca la vera guerra del #MeToo. Noi uomini dovremo capire, andando avanti in questo mondo in cambiamento, cosa significherà dividersi il piatto con il mondo intero invece che con la sola metà del mondo. Dovremo capire se saremo disposti a cedere o se sarà vera guerra. E le donne dovranno semplicemente strapparcelo.


Harvey WeinsteinDrew Angerer/Getty Images
Harvey Weinstein
Drew Angerer/Getty Images 

di Elena Stancanelli

Che cosa è stato il #MeToo? Un hashtag, un’occasione sprecata, un delirio collettivo oppure un miracolo, la fine del Novecento e del patriarcato, una rivoluzione antropologica e linguistica. Le battaglie femminili, proprio perché d’avanguardia, soffrono sempre di difficoltà di interpretazione. E scontrandosi con fortezze di potere inespugnabili (considerate tradizionalmente inespugnabili) sollecitano quel fenomeno che gli inglesi chiamano gaslighting. Grazie al quale la vittima - manipolata psicologicamente e screditata - finisce per convincersi di avere torto, di essersi inventata tutto, compresa un’aggressione. 
Immaginate un processo di gaslighting collettivo, per mezzo del quale la denuncia di molestia si trasforma sistematicamente nel delirio di una donna delusa, arrabbiata, invecchiata. In Italia, disincantati e provinciali quali siamo, il #MeToo lo abbiamo buttato un po’ in vacca. Si è detto che si trattava di un femminismo da salotto, che coinvolgeva solo attrici scarse che accorciavano la gavetta passando dai divani dei produttori, che non si può denunciare una molestia a distanza di anni… Gaslighting all’amatriciana, condito dalle critiche sagaci di maschietti nichilisti, dei quali potete facilmente andare a recuperare i nomi.
Il clamore mondano nel quale il movimento era immerso, che era stato fondamentale per tirarlo fuori dall’angolo, da noi si è trasformato in un perfetto antidoto, screditandolo tanto da renderlo inefficace. Il #MeToo italiano è stato soprattutto Asia Argento e le chiacchiere sul suo rapporto con Harvey Weinstein che avrebbe preceduto o seguito, non mi ricordo, lo stupro da lei denunciato. E giù a ridere, come sappiamo fare meglio di tutti. 
Da che parte stare, è sempre il nostro problema. Sarebbe semplice: si sta sempre, senza esitazione, dalla parte della vittima. Ma la difficoltà del #MeToo, non solo in Italia, è stata proprio quella di mantenersi saldi nel riconoscere le responsabilità e i ruoli. Confondere vittima e carnefice era un meccanismo ipnotico, fauci di squalo che si aprivano e si chiudevano davanti ai nostri occhi: è vittima l’attrice ricca e famosa che grazie alla risonanza della denuncia si è accaparrata anche il favore delle donne, è carnefice chi ha chiesto prestazioni in cambio di favori - un comportamento legittimo secondo i suoi standard - e poi è stato denunciato, perdendo il lavoro e la faccia? 
La molestia purtroppo è un reato senza prove e senza testimoni, che può essere messo in discussione da un abito, una parola, uno sguardo di intesa. La vera forza del #MeToo è stata la sua formula: anche io. Facciamo massa, spingiamo tutte insieme così da rendere più difficile il gaslighting. Sono passati 5 anni da quando Time scelse il movimento come “persona dell’anno” mettendo in copertina Ashley Judd, che denunciò il solito Harvey Weinstein, Susan Fowler, l’ingegnere di Uber che ha fatto saltare una catena di maschi molesti fino ad arrivare al Ceo, Adama Iwu, Taylor Swift e Isabel Pascual, una raccoglitrice di fragole che ha coraggiosamente raccontato delle minacce ricevute dopo aver denunciato le molestie. Negli Stati Uniti sembra essere cambiato molto. Ci sono nuovi regolamenti da rispettare sui posti di lavoro, un galateo linguistico che ha imposto di abbandonare le frasi offensive, persino una prossemica dei corpi che impone la distanza. I detrattori sostengono che il #MeToo ha ucciso o ucciderà il sesso, che la molestia ha molti gradi e in molti casi è soltanto una specie di galanteria o corteggiamento. Guardano all’Europa con nostalgia, come la patria di un più tradizionale e dunque comprensibile rapporto tra i sessi. Da noi poco è cambiato. Non è aumentato il numero delle donne che guidano imprese, i giornali e le tv sono quasi tutti presieduti da maschi. 
Il #MeToo è la risposta del XXI secolo al celebre aforisma di Oscar Wilde: Everything in the world is about sex, except sex. Sex is about power. Come si fa quindi a tranciare questo legame morboso, come possono le donne smontare la gestione ancestrale del potere degli uomini senza considerare che, appunto, il sesso è una questione di potere? Bisognerebbe riuscire, adesso che è stata data la spallata, a stare là dentro. In un mondo sessuato, difficile e competitivo, nel quale si combatte a armi pari. Bisognerebbe che il #MeToo ci avesse insegnato che ogni cosa è consentita fin quando negarsi o offrisi è possibile per tutti, uomini e donne, e non prevede conseguenze. Difficile, ma non impossibile.