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Me Too: il movimento è più forte di un hashtag

Tarana Burke, attivista, ideatrice del movimento Me Too
Tarana Burke, attivista, ideatrice del movimento Me Too 
Il #MeToo lo ha inventato Tarana Burke, in tempi non sospetti. Così quando è scoppiato lo scandalo Weinstein, le donne si sono rivolte a lei per dare forza alle loro battaglie. Oggi dice: «Ripartiamo dai giovani»
3 minuti di lettura

L’istituto americano Pew Research Center registrò come solo nel suo primo anno di vita l’hashtag #MeToo fosse stato usato più di 19 milioni di volte. E solo su Twitter. Erano passati 12 mesi (e tanta cronaca, tante denunce) da quando l’attrice Alyssa Milano aveva twittato quelle due parole. E quell’hashtag in poche ore era diventato virale. Succedeva all’indomani dell’inchiesta pubblicata dal New York Times (datata appunto 5 ottobre 2017 e firmata da Jodi Kantor e Megan Twohey) che accusava il produttore cinematografico Harvey Weinstein di violenza sessuale. Quell’hashtag fu il primo atto di un fenomeno che avrebbe avuto un effetto dirompente. Agli occhi del mondo era nato un nuovo movimento: il #MeToo, appunto. 

Ma le cose non stavano esattamente così. Fu la stessa Milano con un nuovo tweet a dare a Cesare ciò che era di Cesare: «È stata la grande @TaranaBurke ad avviare tutto questo e più di un decennio fa. Io l’ho solo amplificato». Nel suo libro Unbound. My story of liberation and the birth of the Me Too Movement, pubblicato nel 2021, la Burke racconta quanto tutto ciò la colse alla sprovvista, mettendola in crisi. Attivista afroamericana, 48 anni, originaria del Bronx, era stata lei a fondare già nel 2006 il Me Too Movement, mentre era in Alabama, per aiutare le ragazze di colore ad affrontare i postumi dell’abuso e della violenza. «Lavoravamo con pochi strumenti a disposizione, ma con una visione: rendere le nostre comunità libere dalla violenza», ci spiega. Da allora Tarana impronta il suo lavoro seguendo la teoria dell’«“empowerment attraverso l’empatia”: un percorso che mette al centro chi è sopravvissuto, liberandolo  da un ruolo passivo di sconfitta, restituendogli potere e opportunità». Un’empatia racchiusa in quelle due parole: me too, anche io. Che lei, sopravvissuta a sua volta, non era riuscita a pronunciare per anni. «La nostra società affronta il problema della violenza come una priorità della giustizia sociale. Ma la riduce a una vicenda individuale, abbandonando chi l’ha subita nella vergogna e nel trauma, in un totale isolamento». Un paradigma che Tarana è determinata a scardinare.

È il 25 ottobre 2017 e al Parlamento Ue compare per la prima volta l’hashtag durante un dibattito
È il 25 ottobre 2017 e al Parlamento Ue compare per la prima volta l’hashtag durante un dibattito 
La velocità con cui il mondo reagì ai fatti di quell’ottobre 2017 la mise comunque in crisi, fornendole però anche un’occasione di riflessione: «Stavamo assistendo a un momento diventato virale. Ma cosa c’era oltre quell’hashtag?», chiede. «Sapevo che sarebbe stato disastroso non rispondere a quel grido d’aiuto da ogni angolo del mondo, ma ero travolta dai dubbi. Chi avrebbe creduto che un’afroamericana del Bronx stava lavorando da anni a questo progetto? Con quali strumenti rispondere alla richiesta di aiuto di una comunità all’improvviso diventata globale? E soprattutto come conciliare l’esperienza del trauma delle ragazze nere dell’Alabama, senza mezzi né privilegi, con quella delle star di Hollywood, bianche, ricche e privilegiate, senza tradire la nostra causa?».

La risposta arrivò dopo notti insonni e fu una profonda presa di coscienza: «La violenza sessuale non discrimina», spiega oggi. «La discriminazione è nella risposta: se sei povero e nero, o se sei bianco, ricco e privilegiato». Bisognava, allora, cambiare la risposta renderla egualitaria e inclusiva, e poi offrire soluzioni su scala globale. Così nella primavera del 2018 fonda il Me Too International. “Un movimento più grande di ogni hashtag e di ogni fenomeno virale”, si legge sul sito dell’organizzazione non profit. La Burke, che dallo scorso anno è anche Chief Vision Officer, chiarisce che non si tratta di un movimento per sole donne: «Sopravvissuti possono essere anche gli uomini. E non dimentichiamo che la violenza colpisce più frequentemente trans, queer, disabili. E le persone di colore indipendentemente dal genere». Oggi il movimento concentra i suoi sforzi per colmare lo spazio #BeyondTheHashtag, con iniziative come il Survivors leadership training, gli Healing Circles, le Survivors healing series (finalizzati alla guarigione dalle esperienze negative, da soprusi e violenze) e uno spazio in cui si offrono pratiche e strumenti per superare i traumi, costruendo un senso di sicurezza, di gioia e trovando una via di uscita. «Un sistema necessario per far guarire dai traumi passati appunto, smantellando la cultura dello stupro, che normalizza la violenza sessuale e colpevolizza la vittima, riportando al centro del discorso il tema del consenso, dell’autonomia del corpo che è e deve restare un diritto inalienabile», precisa Tarana.

Gadget dedicati al #MeToo
Gadget dedicati al #MeToo 
Le sfide sono tante. Non ultima la restrizione dell’accesso all’aborto negli Stati Uniti: «Siamo in prima linea», ci dicono dal movimento. «Evitiamo traumi che si aggiungano ad altri traumi. Inoltre limitare l’accesso all’interruzione della gravidanza senza fornire un’adeguata educazione sessuale e al consenso, senza servizi sociali all’altezza del compito, è ancora più deplorevole».

C’è, infine, una narrazione del movimento condotta in particolare da parte dei media mainstream troppo spesso concentrata sull’aspetto scandalistico, sul coinvolgimento delle celebrities e delle loro vicende processuali (da Harvey Weinstein in poi), «che continua a dare troppo spazio ai predatori», aggiunge Burke. «L’abuso e la violenza domestica sono stati invece spesso ridicolizzati, come durante il processo che ha visto coinvolti Johnny Depp e la ex moglie Amber Heard. È un fatto molto grave, sottovalutare le violenze di ogni giorno è pericoloso. Ridurlo a una guerra tra due star anche: è come se avessimo subito una diffamazione. La verità è che lo stato di salute del movimento non si misura con le vicende di celebrities, in auge o cadute in disgrazia. È importante che la giustizia faccia sempre il suo corso», conclude Tarana, «ma una vera guarigione è possibile solo se sradichiamo la cultura della violenza sessuale, a partire dalle giovani generazioni. È questo il nostro obiettivo».