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Jamie Campbell Bower: avevo un grande vuoto al centro dell'anima
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Jamie Campbell Bower: avevo un grande vuoto al centro dell'anima

Una casetta vista Oceano in California, i colibrì in giardino. L’attore e musicista Jamie Campbell Bower, un passato complicato, oggi dice d’aver preso le misure ai demoni. Imparando a convivere con il suo lato oscuro: «Il buio non è il male, bensì una necessità vitale, e non bisogna averne paura. Perché non c’è giorno senza notte»

4 minuti di lettura

«Prima che il diavolo si presenti a te, sii certo d’aver pagato tutti i tuoi debiti». Recita così l’inciso dell’ultima canzone dell’attore e musicista inglese Jamie Campbell Bower, che appare il punto d’arrivo di una vita lunga 33 anni, e una carriera di 15, dove l’oscillare più o meno volentieri sull’oscurità è il tratto distintivo di una sempre sfiorata apocalisse. 
Nato a Londra e cresciuto nelle campagne dell’Hampshire, figlio di un dirigente del brand di chitarre Gibson e di una manager musicale, ha studiato da internista al collegio di Bedales, edificio gotico e lacustre proprio come la Hogwarts di Harry Potter, non a caso uno dei colossal in cui Jamie ha recitato nei panni del giovane Grindelwald sia ne I Doni della Morte che nello spin-off Animali Fantastici. Poi il vampiro Casius in Twilight e ora il mostruoso Vecna nella quarta stagione di Stranger Things, distruttore dal tragico passato (e per questo, mai univocamente colpevole delle proprie azioni) che dal mondo del “Sottosopra” uccide adolescenti e cerca la via per insinuarsi tra gli umani e insediare la sua perversa rivoluzione. 

In tutto il servizio: abiti e accessori Saint Laurent by Anthony Vaccarello.
In tutto il servizio: abiti e accessori Saint Laurent by Anthony Vaccarello. 

«Un senso di risentimento senza fine, che suppurava dentro di me e mi ha fatto ammalare», dice Bower, seduto nel piccolo patio della sua casa californiana, «ecco l’eredità dei miei anni più neri che ho portato dentro il personaggio di Vecna». Skater da ragazzino, è stato frontman della punk band Conterfeit prima di un crollo nervoso dovuto all’abuso di alcol e sostanze, il ricovero in una clinica riabilitativa, la decisa risalita. In parallelo, una serie di canzoni che sembrano gironi se non dell’inferno quantomeno del purgatorio, dal più basso al più vicino alla luce: Paralyzed, Start The Fire, Devil in me. E la più recente di tutte: I am, quella dei debiti da pagare al demonio. Perché arrivare a dire “io sono”, in fondo, è il percorso di redenzione più difficile che ci sia.

Per trovare il silenzio più vero, si è mai immerso in una vasca di deprivazione sensoriale?
«Sì, decine di volte. Ho cominciato otto anni fa, prima del grande cambiamento, e all’inizio è stata una tortura: solo con i miei pensieri, mi sentivo malissimo. Poi pian piano, esplorando la meditazione e la mindfulness, ho iniziato a trovare il centro. E tutte le volte è un’esperienza differente: che sa muovere emozioni fino alla commozione, portarmi in uno stato di pace o di profonda esplorazione. Solo pochi giorni fa mi hanno offerto di partecipare a una cerimonia con l’ayahuasca, ma ho rifiutato: da tempo so bene che non c’è bisogno di sostanze psicoattive, per connettersi col trascendente».  

Che pensieri la perseguitavano?
«Di colpa e vergogna per gli errori immensi che commettevo. Ne faccio ancora eh, ma molti meno. E in caso, sono immediatamente in grado di scusarmi, dire: “Guarda, non so perché l’abbia fatto, perdonami”. Per anni il sentimento di sconfitta non l’ho saputo processare».  

Un successo cui però non può nemmeno brindare.
«Esatto: non bevo da 7 anni e mezzo. E non mi concedo neppure un goccio per il compleanno di un amico».

L’alcol a cosa le serviva?
«A scacciare la parte del mio mondo interiore che mi faceva paura. Col risultato che la bottiglia mi aveva trasformato in una versione diminuita di me stesso».

Fuma ancora tanto, però.
«È l’unico vizio che mi è rimasto. L’ultimo bastione di comportamento orribile che mi concedo. E che tra l’altro fa malissimo alla mia voce, che sta perdendo le sue caratteristiche tenorili per scendere verso toni sempre più bassi, quasi da baritono». 

Da cosa scappava, Jamie?
«Dalla verità».

Perché, che volto aveva?
«Principalmente il coraggio di essere onesto con me stesso e gli altri, senza il bisogno di compiacere tutti a ogni costo. Soffrivo di una cosa che si chiama spiritual malady, un grande buco al centro dell’anima e una sete che cercavo di soddisfare, nella disperazione di veder nel frattempo andar tutto fuori controllo. E il bello è che la guarigione inizia proprio quando capisci che nulla si può controllare, e cominci a lasciare andare. Quando comprendi che esprimendoti con fragilità, al posto di peggiorare, l’opinione degli altri verso di te s’accresce, e anche la conoscenza dell’altro migliora. Avevo perso la connessione con la mia voce, con la bellezza, con la spiritualità».

La sua sembra una casetta piuttosto umile.
«È piccola. Ma nel posto più bello del mondo, con vista sull’oceano tra le colline di Santa Monica. Ci sono un paio di stanze, la cucina, un posto per lavorare al piano di sopra. Non è certo una mansion in stile Kardashian». 

Quando vede le ville dei colleghi lungo Ocean Drive cosa pensa? Ci si immagina dentro?
«Quando avevo 20 anni l’idea dei possedimenti materiali, della stravaganza e dell’opulenza, mi affascinavano molto. Oggi son felice per chi sceglie questa vita, ma personalmente non nutro desiderio alcuno per certi status. Il massimo, per me, sarebbe abitare in una casa di legno prefabbricata, coi pannelli solari e un orto per essere autosufficiente. Così come sceglierei tutta la vita un film da 20mila dollari d’ingaggio, che mi impegni anche per un anno intero, ma pieno di potenza, piuttosto che un progetto da 5 milioni di dollari, ma senza significato alcuno per me. L’idea stessa di “volere”, di inseguire il potere e tutte le sue rappresentazioni, è pericolosa».

In questa parsimonia come nutre il suo sex appeal e la sua inevitabile vanità?
«Restando sempre un po’ sporco. E occupandomi del mio aspetto esteriore il meno possibile».

Quando avremo finito di parlare, oggi, cosa farà?
«Andrò a fare un giro con la mia Triumph Trident, che starà con me ancora un paio di mesi perché, nel frattempo, ho fatto l’upgrade alla Bonneville T120. Poi finirò di guardare Un treno per Yuma. Mentre stasera uscirò a cena con la mia compagna (la manager di fotografi e make up artist Jess Moloney, ndr) ma solo dopo essere andati a comprare del mangime per i colibrì, che amiamo attirare nel mio giardino».

Le ho sentito dire che non le va a genio la gente che appare sempre felice. Non la preoccupa l’idea di essere diventato così anche lei?
«Se così fosse mi spaventerei davvero. Ma non credo stia succedendo, perché io non ho problemi con la tristezza, sinceramente. Non fatico più a capirla e a uscirne. E soprattutto, non ho problemi nel comunicarla».

Perché la figura del diavolo è così presente nel suo immaginario?
«Per un bisogno provocatorio, ma reale, di giustizia e compensazione. Perché a causa dell’iconografia religiosa abbiamo fatto coincidere il concetto di buio col concetto di male. Ma per me non è così. Il buio non è il male, bensì una necessità vitale, e non bisogna averne paura. Perché non c’è giorno senza notte, e la luna e il sole hanno bisogno l’uno dell’altro per coesistere. E la storia di Lucifero, l’idea stessa di un angelo caduto, è interessante, perché andando a fondo si comprende come sia anch’egli messaggero di verità, come i suoi soprannomi indicano: “Portatore di luce” e “Stella del mattino”. Il diavolo è il dio dell’umanità tanto quanto lo è dei dannati. E quest’idea, questo equilibrio, fa sempre più parte di ciò che sono». 


Hair: Shinichi Morita per R+CO.; Make-up: Mio Iguchi; Fashion Assistant: Kevin Thomasch