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Foto di Steve Gullick
Foto di Steve Gullick 
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Graham Coxon: «La musica ci rendeva cool»

Il cofondatore dei Blur ricorda la “battaglia delle band” con gli Oasis, mentre si prepara a tornare a suonare: l'appuntamento è per Wembley, 2023

3 minuti di lettura

C’erano l’ottimismo e il laburismo, Tracey Emin e lo shoegaze. E poi Alexander McQueen e Damien Hirst, Vivienne Westwood e TopShop, felpe Stussy e polo Fred Perry, c’erano Camden, girlband spicy e boyband insipide. C’era tutto, a Londra, 25 anni fa capitale con la stoffa giusta nel momento giusto. Cool Britannia 1997: il primo primo ministro giovane e non conservatore saliva al governo del Paese che governava il mondo con leggi di stile, mode, mood, arte. E musica, tanta musica. Il Britpop aveva fatto la resistenza contro l’avanzata Usa di rockstar uggiose e tristanzuole, e Seattle era espugnata. A colpi di hit, Pulp, Supergrass, Elastica, Suede con Brett Anderson che dal magazine Select ammoniva: Yanks Go Home! Perché ai Brits bastavano Blur e Oasis, pesi massimi nella “battaglia delle band” – ennesima citazione anni 90 dei fab 60, quando dovevi prendere posizione: Beatles o Rolling Stones, Girls and Boys o Wonderwall? La Union Jack vinceva sempre, con l’entusiasmo di 30 anni prima, ma più soldi, cocaina, file all’entrata dei locali, il Met Bar. Nel ’97 la swingin’ London bis era battezzata da Vanity Fair con Liam Gallagher e Patsy Kensit, la coppia più “cool” del momento (o forse l’unica al momento disponibile). «Già, ricordo quella copertina. Ma più che simbolo della “cool Britannia”, la vedo come un’opportunità data a due tizi che stavano insieme, funzionali su quel numero. Su quello dopo non so». Non c’è acrimonia nelle parole di Graham Coxon, che di quel periodo non era solo un testimone, ma un protagonista. Con i Blur. Il cofondatore, chitarrista, polistrumentista e coautore di Song 2 e Park Life, The Universal e Coffee & Tv. Lo incontriamo su Zoom per l’uscita del suo memoir, in cui ripercorre vita e carriera con e senza Damon Albarn, Alex James e Dave Rowntree. Verse, Chorus, Monster! (per Faber, anche in versione deluxe) non è l’ennesimo prodotto del Covid, una pagnotta sfornata per riempire l’horror vacui casalingo. «L’idea l’avevo da anni», racconta. «Ma nel 2020 ho avuto il tempo di sedermi qui al computer e dedicarmici tre ore al giorno, per settimane, con Bob». Cioè Bob Young, giornalista che lo ha aiutato a riavvolgere il nastro e riordinare il groviglio di ricordi. «Il mio subconscio è perennemente occupato nel lavorìo musicale». 

Alcune copertine degli anni 90 dedicate ai Blur
Alcune copertine degli anni 90 dedicate ai Blur 

Coxon è a casa sua a Londra. Capelli da mod, T-shirt da baseball e i suoi occhiali da nerd che sposta avanti e indietro, dal monitor a punti imprecisabili della stanzetta, un seminterrato, con scaffali, spartiti, scartoffie, strumenti accatastati, solo una chitarra ha l’onore di essere appesa al muro: più che lo studio di un brit-cool sembra la camera di nostro fratello a 16 anni. Graham ne aveva 5 quando tornò in Inghilterra, il padre era clarinettista della Royal Army orchestra, fino al ’74 di stanza a Berlino. Nell’Essex si appassionò al disegno (dinosauri, mostriciattoli, monsters), per continuare si iscrisse al Goldsmith College, dove il subconscio creò nuove associazioni «tra Debussy e Degas, Chopin e Bonnard». Fece amicizia con giovani creativi dell’East End assetati di musica e birre, Damien Hirst, Alex James e Damon Albarn. Tutti suonavano in qualche band. «Di tutte le professioni, la musica era quella che ti rendeva più cool», dice, « e la dimostrazione erano i Jam». Anche per questo, una volta al bivio seguì il suo “tarlo”, l’earworm di cui parla dalle prime pagine del libro. Paul Weller sarebbe stato fiero dei Blur, che dal 1995 incarnarono la coolness Uk. Coxon era il più riservato, malinconico e schivo («mi fossi conosciuto da ragazzo, mi sarei trovato di una noia mortale»), il meno dipendente alle droghe ma il più dipendente all’alcol, per questo il più criticato – la Cool Britannia perdonava la coca, non le stout. «Sono stato due anni in terapia, ho attraversato periodi difficili, anche dopo la reunion nel 2008. Poi la pandemia… Ho scritto per lasciarmi alle spalle il passato. Beh, dopo questo libro spero di averlo sepolto». Verse, Chorus, Monster! è quindi il suo funerale? Sorride: «Magari». 

Anche James nel 2007 pubblicò un memoir, Bit of Blur: ma per raccontare ciò che avveniva “fuori”, mentre Graham scrive di ciò che gli avvenne dentro. In modo ispirato, lucido, senza rimpianti e, dopo tutto, ottimista: un funerale anni 90, di cui ha conservato l’autoironia, ma in quantità non sufficiente per smorzare l’autocritica. Che è implacabile nei confronti di se stesso, rapportato a quella decennale leggerezza. Dovrebbe capire che si può essere intelligenti anche se cresci nello stesso periodo in cui il tuo Paese ha lanciato i Teletubbies. 

Graham Coxon, classe 1969, musicista e cofondatore dei Blur, ha pubblicato vari album da solista, firmato colonne sonore per serie tv (The End Of the F***g World), creato il duo The Waeve, scritto il libro Verse, Chorus, Monster! (faber.co.uk).
Graham Coxon, classe 1969, musicista e cofondatore dei Blur, ha pubblicato vari album da solista, firmato colonne sonore per serie tv (The End Of the F***g World), creato il duo The Waeve, scritto il libro Verse, Chorus, Monster! (faber.co.uk). 

«Quando Blair divenne premier c’era euforia, ottimismo. Ma quello tipico dei bambini, in cui non ci si fanno domande, “sono cool?”. Non è che uno slogan, inventato da chissà chi». Probabilmente dai giornalisti. «Non avevamo l’esperienza. Un sacco di gente diventava popstar senza essere pronta. La celebrità mi ha rovinato, scrivevo brani che non mi sembravano all’altezza, quindi mi venivano apologetici». È una fissazione degli inglesi chiedere scusa, ma un inglese come lui non ha motivo di giustificarsi. E il successo, i Grammy, i tour, le copertine, i giudizi entusiasti di così tante persone? «Perché dovrei fidarmi di qualcuno che si fida di me?». 

I Blur hanno appena annunciato che torneranno a suonare insieme: Wembley, 2023. Non dice se la reunion sarà definitiva, ma gli chiediamo se la Gran Bretagna avrà una terza swingin’ era. «No, gli inglesi sono cambiati, annientati da decenni di Tories, la Brexit… C’è rabbia asfittica, chiusa nei social». Funerali anche per la Cool Britannia? «No, quella esiste ancora! Ma è ovunque, lì a Milano, Berlino, nei club underground...». 
Ha due figli che l’hanno cambiato «come uomo, non come musicista», l’ultimo da Rose Elinor Dougall, collaboratrice di Mark Ronson ed ex Pipettes. Con lei ha formato The Waeve, un album in uscita. «Conoscevo già la Rose artista e fare coppia anche nel lavoro era naturale». E lo dice come scusandosi di essere felice.