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Intervista

Quel che Kaja direbbe a Giorgia (Meloni): intervista con la prima donna premier dell’Estonia

Kaja Kallas, nata a Tallinn nel 1977, è premier dell’Estonia dal 26 gennaio 2021.
Kaja Kallas, nata a Tallinn nel 1977, è premier dell’Estonia dal 26 gennaio 2021. 
Kallas è (dal 2021) la prima donna premier dell’Estonia. A d racconta gli stereotipi con cui deve scontrarsi ogni giorno, ancora oggi. Ricorda perché ha imparato a non fidarsi della Russia. E spiega cosa si aspetta dal “Signor presidente” Meloni
5 minuti di lettura

Il potere lo frequenta da quando è nata. Suo padre, Siim Kallas, è stato premier dell’Estonia, ministro del Tesoro, ministro degli Esteri e commissario europeo. Il nonno, Eduard Alver, è uno dei fondatori della Repubblica estone. Ha conosciuto il dramma dei gulag dai racconti diretti di sua madre, Kristi, che a sei mesi fu caricata su un carro bestiame e deportata in Siberia. Di fatto il percorso di Kaja Kallas, prima premier donna dell’Estonia, si intreccia profondamente con la trasformazione del suo Paese: da Stato cuscinetto dell’Urss a esempio di progressismo europeo. La piccola repubblica baltica, diventata indipendente nel 1991 con la dissoluzione dell’ex potenza sovietica, si distingue oggi per essere all’avanguardia su tanti fronti. A cominciare dai diritti civili (primo Paese del blocco ex-Urss a introdurre le unioni civili per gli omosessuali) per arrivare alla transizione tecnologica. È infatti lo Stato più digitale d’Europa, dove il 99% dei servizi pubblici sono disponibili online (si vota anche via Internet) e con il più alto numero di startup pro capite: più di 30 ogni 100mila abitanti (la media europea è di appena cinque). Nel 2019 il Partito riformatore estone, guidato proprio da Kallas, si è affermato come prima forza politica e da gennaio 2021 è lei la prima premier nella storia del Paese. 
Laurea in giurisprudenza, due mariti (il primo era l’ex ministro delle finanze Taavi Veskimägi) e un figlio, europeista convinta, Kallas è stata deputata sia a Tallin che a Bruxelles. Oggi, questa 45enne che per i tabloid assomiglia a Naomi Watts, è nota come la “Dama di ferro” per la sua fermissima posizione pro-Ucraina nel conflitto contro la Russia. Kallas è anche membro del Council of Women World Leaders, rete indipendente di cui fanno parte 86 donne ex o attuali capi di Stato o di Governo. Abbiamo parlato con lei di leadership femminile e di pace. E di piatti sporchi lasciati nel lavandino.

In Italia abbiamo la prima premier donna, anche se chiede di essere chiamata “Signor Presidente”. Indipendentemente dall’appartenenza politica, un elemento di novità. Crede che le donne al potere abbiano uno stile diverso rispetto agli uomini? 
«Non essendo un uomo, conosco un unico modo di essere leader: il nostro. Anche se i paragoni, ovviamente, ci sono sempre. Penso però che in assoluto le donne non siano migliori degli uomini o viceversa. Ma esperienze di vita diverse influiscono nel modo in cui vediamo le cose. Ecco perché, per prendere decisioni equilibrate, servono entrambe le voci. Mi è stato chiesto se il fatto che metà dei ministri del mio governo siano donne sia stato pianificato a tavolino. No: i miei ministri sono stati nominati perché persone preparate e competenti, indipendentemente dal genere di appartenenza. Se però ripenso al mio percorso politico, una differenza nel modo di governare tra uomini e donne c’è. Le donne sono concentrate sul portare a termine le cose, mentre gli uomini lo sono di più su chi ottiene il punto, chi si prende il merito. Credo che raggiungere gli obiettivi sia la base da cui partire per governare la “cosa pubblica”. E se, all’interno di un Governo, si riesce a condividere questo senza lo stress su chi se ne prenderà il merito, è un beneficio per il Paese». 

La mediazione, la capacità negoziale, la cosiddetta “arte del possibile” delle donne è un vantaggio nel fare politica?
«Sì è vero, su questo fronte donne e uomini sono diversi. La neuroscienziata Louann Brizendine, nel suo bellissimo libro Il cervello delle donne (in Italia edito da Rizzoli, ndr), spiega che è la nostra storia evolutiva di donne a spingerci a focalizzarci sul compromesso per evitare i conflitti visto che, storicamente, venivano risolti con confronti fisici, dove eravamo sfavorite a priori. Oggi però le controversie sono per lo più verbali e con le parole noi ragazze ce la caviamo bene. Una differenza già evidente nell’infanzia: le bambine sono le più precoci nel discutere di relazioni e del rapporto che hanno con gli altri. Quando miri a evitare un conflitto, trovare una mediazione tra punti di vista diversi è più facile per noi. Non si devono però spingere le ragazze a evitare protagonismi. George Bush Senior spiegava che in politica non troverai mai nessuno che suoni la tromba per te e sei tu che devi raccontare e difendere il tuo punto di vista. Insomma, se ti concentri sul fare la cosa giusta, ma nessuno sa che sei tu a prendere le decisioni, non dimostri a chi ti ha votato che ha scelto bene».

Nel 2021 a darle l’incarico di formare il Governo fu la Presidente Kersti Kaljulaid e per quasi 10 mesi l’Estonia ebbe un “ticket” tutto al femminile. Come reagirono i vostri concittadini? 
«In realtà vincemmo le elezioni nel 2019, ma i leader dei partiti di centrodestra si allearono contro di noi, ma quella è un’altra storia. In merito al “ticket” di donne, mi ricordo che alcuni giornalisti chiesero alla presidente Kaljulaid che cosa sarebbe successo a quel punto con due donne al comando. Lei rispose con una domanda: e cosa sarebbe accaduto se invece sia Presidente che Primo ministro fossero stati entrambi uomini, come in tutti gli anni precedenti? Pochi colsero il senso della replica. Spero però che il nostro esempio sia servito a rompere un po’ di soffitti di cristallo».

Come concilia il ruolo di Primo ministro con l’essere madre?
«Altra domanda ricorrente che ai colleghi maschi non si fa mai: quando finirà questa cosa? La prima volta me lo hanno chiesto nel 2018, appena ottenuta la direzione del mio partito. E lì mi sono resa conto del doppio standard che separa uomini e donne. Se un uomo lasciava un meeting che si prolungava troppo tardi nella notte per raggiungere la famiglia, le sue quotazioni come family man aumentavano. Se io facevo la stessa cosa mi veniva chiesto perché avessi accettato un incarico che non potevo onorare. Allora ho imparato a dire: “Ho un altro appuntamento”. Mio marito e i miei figli hanno scelto di non apparire pubblicamente e per loro sono come tutte le altre mogli/madri che lavorano. E quando torno a casa la sera tardi trovo comunque i piatti sporchi nel lavandino della cucina».

Nella corsa alla Casa Bianca a Hillary Clinton chiesero quale fosse il suo stilista preferito. A lei fanno domande del genere? 
«Quando ho preso la guida del mio partito ricevevo molti consigli spontanei, anche per e-mail, sul mio taglio di capelli e inviti a indossare più spesso i pantaloni, mettere gli occhiali e abbassare il tono di voce. Ma soprattutto mi dicevano che dovevo ingrassare. Così mi sono resa contro che il problema era che la mia immagine non corrispondeva allo stereotipo che avevano di un leader. Idea che in realtà è più vicina a uno di quegli omini di pan di zenzero dei biscotti di Natale che ai Capi di Stato maschi in carne e ossa. Ma non ho cambiato look né altro e la questione è superata. Da quando sono Primo ministro non ho più ricevuto commenti non richiesti. Ho però fatto tesoro di quest’esperienza: quando parlo a delle bambine, soprattutto ai padri e alle famiglie, li esorto a non gratificarle troppo per la bellezza. Ciò che lodi è ciò che fai crescere. Magari lo si fa con le migliori intenzioni, ma se la principale fonte di apprezzamento è il suo aspetto, inconsciamente si spinge una ragazza a investire su quello piuttosto che a sviluppare altre competenze. E la bellezza appassisce se non la si nutre da dentro». 

Lei è la “Dama di ferro” per le posizioni anti-Russia. Una donna deve essere più “falco” di un uomo per non apparire debole?
«La posizione estone sulla Russia è basata sulla nostra storia. Quando agli inizi degli anni 2000 decidemmo di entrare nella Nato, molti chiesero perché non preferissimo restare neutrali. Ieri come oggi, la risposta è che conosciamo i nostri vicini. I ritratti che può ammirare qui nella Sala degli Anziani della Stenbock House, che ospita la Presidenza del consiglio, raffigurano le persone che hanno contribuito a fondare questo Paese. Se osserva le date di morte, vedrà che coincidono con l’inizio dell’occupazione sovietica. Basandoci sulla nostra storia recente, sappiamo che forse ci sarà una tregua nel conflitto, però non sarà la fine delle atrocità contro gli ucraini. Nel resto d’Europa fate fatica a comprenderlo, perché dopo la Seconda guerra mondiale avete avuto la pace e la libertà di ricostruire i vostri Paesi e le vostre economie. In quegli anni da noi c’erano le deportazioni, le torture e la cancellazione della classe dirigente. E questo è lo stesso copione al quale assistiamo in Ucraina. Ora però la Russia non è solo un problema per i vicini, perché tollerare la sua aggressione a un Paese sovrano significa infrangere il diritto internazionale. E deve preoccupare tutti».

Quali sono le condizioni per la pace?
«Sta agli ucraini indicarlo. Ciò che posso dire è che sarebbe meglio se la Russia tornasse nei confini precedenti al conflitto. Ogni altra soluzione farebbe sembrare che è conveniente aggredire un altro Paese. Spero che la vostra nuova Premier sappia vedere come la maggior parte dei problemi di oggi – dal caro energia alla carenza di materie prime – siano connessi con una guerra assurda nel cuore dell’Europa. Che non pensavamo possibile nel 2022».