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Un drink con D

Laura Bosetti Tonatto: chi è la più grande esperta italiana i profumi

Laura Bosetti Tonatto: chi è la più grande esperta italiana i profumi
Dai Musei Vaticani alla Regina Elisabetta: Laura Bosetti Tonatto è la maggiore esperta italiana di essenze su misura. Alle sue allieve dice: «Lavorate per essere libere. E non rinunciate mai al vostro cognome»
4 minuti di lettura

Quando la Milano degli anni Ottanta era impregnata di Drakkar Noir di Guy Laroche o di Anaïs Anaïs di Cacharel, una ragazza che lavorava in Via Brera, nella boutique Profumo, suggeriva a Bettino Craxi, allora presidente del Consiglio, come ampliare la sua collezione di essenze su misura. Consigliava il tono di muschio a Valentina Cortese, i cipriati a Ornella Vanoni, i bouquet floreali a Carolina di Monaco e le ambre a Giorgio Armani. 
Laura Bosetti è stata l’antesignana di una tendenza mai davvero sopita, quella della profumeria d’autore, pensata in memoria di un luogo, di una stagione della propria vita, di qualcosa di più intimo e personale. Poi si è sposata, è tornata nella sua Torino, ha iniziato a firmarsi Laura Tonatto e per 25 anni ha alimentato con il suo naso il successo di un brand di nicchia che ha sedotto anche la regina Elisabetta II. «Nelle mie lezioni alla Facoltà di Farmacia dell’Università di Ferrara, alle ragazze racconto sempre due cose. Lavorate per essere libere e avere la forza economica dell’indipendenza. Ma, soprattutto, non rinunciate mai al vostro cognome. Farlo è stato il più grande errore della mia vita». 
Così, mentre la luce dorata di Roma penetra dalle alte finestre della caffetteria di Villa Medici e scioglie il ghiaccio del suo Café Blanc, Laura al solo accennare ai suoi figli si commuove: «Non credo esista rapporto più difficile di quello madre-figlia. Diletta oggi ha 35 anni, Andrea 22. Dopo il divorzio, nel 2012, lui aveva solo 12 anni e non l’ho più visto fino alla maggiore età, malgrado avessi l’affidamento congiunto. È stata una sofferenza immensa. Sono uscita di casa con due valigie, spogliata di ogni cosa. Ho perso l’azienda, il marchio, l’identità, mi sono sentita come una deportata. Tutto quello che avevo costruito è andato perso».

In tutto questo dove ha trovato la forza per ricominciare?
«Nessuno riesce ad abbattere la sostanzialità di Roma, città perennemente criticata, ma che è abituata ad accogliere l’arte e le sperimentazioni e a farle proprie, per raccontarle al mondo. Qui ho ritrovato le emozioni per tornare a sentire i profumi. Scendo per strada e trovo la bellezza di cui ho bisogno. Quell’idea estetica che si è trasformata nella mia rinascita. Ogni portone del centro ha una storia di almeno cinquecento anni. Ogni palazzo ha sotterranei che sprofondano fino a duemila anni fa. I miei profumi hanno trovato un’energia, una vitalità, una scelta di materie prime che raccontano anche tutto questo».
Per esempio?
«Durante i giochi al Colosseo, per superare il cattivo odore della massa di pubblico, animali, sangue e terra, distribuivano una pomata con una cannuccia. Una specie di primo diffusore. Ho riprodotto quel profumo di rosa e zafferano. Oppure l’incenso, che per tutte le religioni è introduzione al misticismo e alla contemplazione, nelle basiliche della città assume un sentore particolare.  Così è nato Incenso delle chiese di Roma, un profumo per nulla cupo, anzi freschissimo. Poi ancora la collaborazione con i Musei Vaticani, che mi hanno cercata per creare le loro collezioni di essenze».
Dopo quasi dieci anni di questa immersione capitolina è ancora così presa?
«Vicino alla boutique di Via dei Coronari, c’è una scuola elementare. Io aspetto i bambini che passano e li profumo. Facciamo un percorso olfattivo: fiori, agrumi… La loro curiosità mi entusiasma. Cerco di lasciare loro un imprinting. E come sono felice che molte madri cerchino un profumo da regalare ai figli, che poi arrivano a sceglierne di nuovi».
È stato così anche per lei?
«Mia nonna Ippolita aveva tre sorelle. Due delle quali si chiamavano Ippolita come lei. Erano tutte figlie di donne diverse. Sì, una vena di follia evidentemente c’è. Lei mi ha sedotto con le sue regole sui profumi: mai essenze cipriate prima delle otto di sera, solo dopo quell’ora una donna può lasciare la scia di femminilità. Lei era del 1909 eppure predicava che, in fatto di profumi, la distinzione uomo-donna fosse artificiosa. I dignitari sauditi ostentano il loro potere profumandosi della rara rosa di Taif, la cui raccolta è appannaggio della famiglia reale».
Questo è il seme della passione. E poi?
«Finito il liceo classico andai a trovare mia cugina in Egitto. La sorella di mia madre, sessant’anni fa, aveva sposato un ingegnere egiziano, conosciuto al Politecnico di Torino. Allora pareva quasi un gesto scandaloso. Fu lui che mi portò a Khan el Khalili, il bazaar del Cairo. Da quel momento passavo le mie giornate nella via degli essenzieri. Mi fermai un paio di mesi, fino all’inizio delle lezioni di Giurisprudenza. Dopo sei esami lasciai. Visto che i miei mi avevano tagliato i viveri andai a lavorare da Fragonard a Grasse. Ho avuto due straordinari maestri: Serge Kalouguine e Guy Robert, che mi hanno insegnato a non abusare di decine e decine di materie».
Ma i profumi su misura li fa ancora?
«Sempre. Mentre prima cercavo di capire cosa il cliente si aspettasse e provavo ad accontentarlo, ora faccio dei veri ritratti olfattivi per i quali non bastano un paio d’ore. Servono le prove, come per un abito. Invio delle proposte, me li immagino intenti a riconoscersi. Propongo materie prime che non conoscono. Solo una parte infinitesimale del mondo olfattivo è noto ai più. Senza contare che poi c’è quell’ingrediente unico: la reazione della nostra pelle che può cambiare tutto».
Invece il suo “nuovo brand”?
«Nel 2012 l’ho chiamato Essenzialmente Laura. Una grafica quasi farmaceutica e materie prime certificate Ifra. Ho imparato la lezione da Jackie (Kennedy Onassis, ndr), che diceva che i nomi restano, sono i cognomi che cambiano». 
Si ricorda quando la chiamarono da Buckingham Palace?
«Mandai dodici creazioni, tre per ogni stagione, al castello di Balmoral, rispondendo all’incarico di interpretare la proverbiale gioia di vivere di Elisabetta II. Lei ne selezionò quattro. La composizione dei miei profumi è segreta e criptata da un codice numerico. Diciamo che rispettai il fatto che nello stemma dei Tudor c’è una rosa, che lei apprezzava il mughetto e che le fragranze inglesi fanno riferimento ai fougère, ovvero le note agresti: lavanda, rosmarino, salvia, cespugli…».
Invece, ha mai collaborato con realtà più mass market?
«Sì e ho imparato alcune lezioni fondamentali. In L’Oréal ho conosciuto una donna straordinaria: Simona Cattaneo (oggi General Manager del Gruppo Tod’s, ndr). Mi disse: “A parità di competenze, mai permettere a un uomo di dirti cosa fare”. In Unilever compresi la centralità della soddisfazione del cliente e la genialità di un prodotto come la saponetta Dove: una stessa forma, una texture e un profumo che funziona in tutto il mondo».
Quando il Covid provocava la perdita dell’olfatto cosa ha pensato?
«Vivere in anosmia deve essere un incubo. Il naso è posizionato tra occhi e bocca proprio per amplificare la vista e il gusto. Senza, perdiamo una parte sostanziale dell’esistenza. Vuol dire non avere un approfondimento emozionale. L’olfatto risiede nell’ipotalamo, il luogo più ancestrale del nostro cervello, che ha una memoria preziosissima. Ogni volta che si inala si ha una sensazione e un’emozione che sono difficili da raccontare. Per questo un profumo è una scelta personale. C’è un istinto personale che non può essere condizionato».
È molto suggestivo, ma non le sembra un po’ accademico?
«Allora le racconto cosa mi è successo quando ho tenuto un corso nel carcere femminile Lorusso e Cotugno di Torino. Io non ho voluto sapere cosa avessero commesso quelle donne. Sapevo che vivevano senza profumi, per questione di sicurezza. I flaconi sono di vetro e il liquido può essere infiammabile. Alla seconda seduta abbiamo iniziato a testare le essenze. Una carcerata è svenuta dopo aver annusato i fiori d’arancio. Erano 20 anni che non sentiva l’odore della sua Sicilia da libera. In un secondo è tornata indietro. Ecco come un profumo può contribuire a cambiarti la vita e farti intimamente sognare».