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L’acquerello I due pini di Carol Rama (1941). © Archivio Carol Rama, Torino.
L’acquerello I due pini di Carol Rama (1941). © Archivio Carol Rama, Torino. 
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Melania Mazzucco: "Il mio nuovo libro è un'antologia di sommersa ribellione femminile"

In un libro, la scrittrice si ribella alla grammatica visiva dominante. E rilegge la storia attraverso le opere (e le vite) di 36 artiste, creature spesso rimaste nell’ombra, figlie e mogli di artisti più riconosciuti di loro, oppure vite perdute e spese all’insegna di una vocazione che è stata anche una maledizione. Troppo poche? «Forse ci vuole un secondo volume»

3 minuti di lettura

Nel 2013, su 52 artisti che Melania Gaia Mazzucco scelse per comporre il suo pregevole Museo del mondo (Einaudi) le donne erano solo due: Artemisia Gentileschi e Georgia O’Keeffe. Artiste celebrate che da tempo avevano rotto il soffitto di cristallo del mondo dell’arte. «Quando me ne sono resa conto è stato uno choc», racconta oggi, «persino io, che credevo di battermi per la valorizzazione del talento femminile, ero caduta in trappola. Come era potuto succedere?».
La risposta arriva ora con un nuovo libro, Self-Portrait. Il museo del mondo delle donne (Einaudi, 248 pagine, 30 euro) dove le 36 artiste che ha scelto l’autrice non sono le star delle mostre blockbuster, ma creature spesso rimaste nell’ombra, figlie e mogli di artisti più riconosciuti di loro, oppure vite perdute e spese all’insegna di una vocazione che è stata anche una maledizione. Ci sono figlie dallo sguardo severo, adolescenti inquiete, corpi vinti dalla gravidanza o dalla vecchiaia, un’idea di bellezza che sfugge stereotipi. Capitolo dopo capitolo il libro tiene insieme questa antologia di sommersa ribellione dove le immagini combattono la loro battaglia contro una grammatica visiva di forme e tecniche create da uomini per altri uomini. E in copertina ecco un’opera di Pauline Boty, grande interprete del Pop anni Sessanta ribattezzata dai suoi colleghi la “Bardot di Wimbledon”. Un’eccezionale pittrice e performer che ebbe la colpa di essere troppo bella e di morire troppo giovane. Fu subito dimenticata, i suoi quadri finirono in un fienile nella casa del fratello. Ci son voluti quasi cinquant’anni per vederla riscoperta come pioniera, fondatrice della Pop Art inglese e qui simbolo di un museo dell’altra metà del mondo.

Annunciazione di Plautilla Nelli. Da Self-Portrait. Il museo del mondo delle donne (Einaudi). P. Nelli: Palazzo Vecchio © Musei Civici Fiorentini 
Annunciazione di Plautilla Nelli. Da Self-Portrait. Il museo del mondo delle donne (Einaudi). P. Nelli: Palazzo Vecchio © Musei Civici Fiorentini  

Non ci sono i soliti nomi di artiste, tantomeno i soliti quadri, e molte opere sono inquietanti, respingenti. Come è nato il libro?
«Quando ho cominciato ad elaborare il progetto era il 2020, durante il lockdown. Chiusa in casa e prigioniera del mio spazio, non mi restava che lavorare sulla memoria e su quello che avevo: ritagli, cataloghi, cartoline di opere che avevano avuto un forte impatto su di me. E sono emerse le immagini che mi avevano più turbato, non quelle che mi avevano sedotto. La Anunciación di Antonia Eiriz, ad esempio, quadro visto all’Avana e mai dimenticato dove l’angelo appare come un demone e la Vergine come vittima terrorizzata. Non è un’Annunciazione: è uno stupro, una fecondazione subita e non scelta. Lettura terribile eppure latente che solo una donna poteva rivelare portando con sé la riflessione sul lato oscuro della maternità. Da lì sono partita nel chiedermi cosa avrei potuto dire con l’aiuto di queste opere sull’infanzia delle donne, sul loro lavoro o sull’erotismo. E ho quindi costruito un impianto concettuale che mi aiutasse a dare ordine. Anche se poi questo impianto si scontra con la potenza delle immagini».

Lei ha scelto di raccontare anche le vite di queste donne, dominate da una vocazione che funesta la loro stessa esistenza. 
«Sì, ma la loro motivazione era talmente forte da resistere all’esclusione sociale, alla povertà e al silenzio. Molte di queste vite sono nell’oblio e anche le più fortunate, come le russe esuli, sono state conosciute più come scenografe o costumiste che come artiste. Eppure non hanno mai smesso di sperimentare. Hanno osato, contraddetto se stesse, non sono rimaste ferme. Anche per questo ho scelto opere meno rappresentative. Louise Bourgeois, che tutti conosciamo per le sue grandi installazioni, la vediamo qui in un raro dipinto degli anni Quaranta di sapore surrealista: Femme maison, figura sincretica dove un corpo femminile mutilato di braccia mostra, al posto della testa, una casa dall’architettura severa».  

A Sunny Day di Elin D. Gambogi. Da Self-Portrait. Il museo del mondo delle donne (Einaudi). E. D. Gambogi: Turku Art Museum 
A Sunny Day di Elin D. Gambogi. Da Self-Portrait. Il museo del mondo delle donne (Einaudi). E. D. Gambogi: Turku Art Museum  

Anche le biografie l’hanno guidata? 
«Riflettere sulla storia degli artisti è necessario per capirne l’opera. Nell’aspetto narrativo, proprio della grande tradizione italiana da Vasari in poi, la letteratura genera visioni e le visioni generarono a loro volta letteratura. Un movimento circolare, prezioso. Ma in questo caso anche utile, dal momento che alcune costanti ricorrono in queste vite legandole attraverso i secoli e le geografie: donne che hanno accesso al mestiere grazie ai padri e alle botteghe di famiglia, madri che svalutano il sogno artistico della figlia perché non lo ritengono adatto a una vita borghese...».

O la frustrazione delle femmes d’artiste...
«E però ci sono state anche delle alleanze con uomini che hanno creduto in loro. Plautilla Bricci in pieno Seicento trova in un abate un improbabile sostenitore che la rende la prima “architettrice” della storia moderna. Il grande fotografo Alfred Stieglitz contribuì a liberare le energie creative di Georgia O’Keeffe che forse senza di lui sarebbe rimasta una pittrice di provincia. È una storia più complessa di quel che si crede».

Last Self-Portrait di Helene Schjerfbeck. Da Self-Portrait. Il museo del mondo delle donne (Einaudi). H.Schjerfbeck: Helsinki Villa Gyllenberg
Last Self-Portrait di Helene Schjerfbeck. Da Self-Portrait. Il museo del mondo delle donne (Einaudi).
H.Schjerfbeck: Helsinki Villa Gyllenberg 

Una storia che il mondo vuole conoscere a giudicare dall’interesse sulle donne artiste.
«Non è solo una moda. L’epigrafe del libro è un omaggio a Lea Vergine perché la sua mostra L’altra metà dell’avanguardia è stata l’inizio di un processo. Anche se nel 1980 molte artiste rifiutarono di partecipare perché temevano il ghetto. Oggi siamo a un rovesciamento. È il frutto di una riflessione generazionale per far vedere ciò che c’era, ma non era stato visto». 

Trentasei nomi però non sono pochi?
«Per me trentasei è un numero magico, ma penso che, sì, dovrebbe crescere... forse ci vuole un secondo libro».