CASAMATTA
Il passaggio di Narnia
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Il passaggio di Narnia

I segreti dell’armadio della nonna

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È arrivata la stagione della vita in cui si vendono le case dei nonni. Non tutti, ma quasi tutti i nonni avevano una casa. Che ora è un rudere in campagna, il fico è cresciuto dentro la stanza del camino e c’è da rifare il tetto che è venuto giù, costa troppo, vedremo. È un appartamento di una palazzina di pietra al centro del paese, il paese si trova a 740 chilometri dalla città dove la terza generazione vive e ci si va una volta all’anno d’estate, i genitori volentieri perché sentono gli odori, i figli protestando perché la casa è buia, è umida, le lenzuola sono ruvide e in paese non c’è niente da fare. Talvolta è all’estero, la casa, perché siamo tutti figli del mondo e soprattutto per i rami materni (che non si considerano mai nelle genealogie) esistono rotte di provenienza che, vuoi o non vuoi, sai o non sai, ritornano. Il tempo fa dei giri. Le case dei nonni quando i genitori sono giovani non si toccano. Resta tutto com’era, perché i loro figli – i nostri genitori – fanno troppa fatica a separarsi dal luogo dove sono nati. Fatica pratica, soprattutto emotiva. Le stanze restano così, le cucine non si ammodernano, le trapunte dei letti e i quadri non si toccano. Per la nostra vita intera le case dei nonni sono rimaste intatte, ferme a un altro tempo. 
Poi i nostri genitori diventano nonni a loro volta, nascono i nostri figli e crescono, talvolta precocemente fanno famiglia e se ne vanno. I figli dei nostri nonni, cioè i nostri genitori, diventano bisnonni. Hanno ottant’anni, più o meno. È maturo il tempo dei congedi, o per lo meno del pensiero di come mettere in ordine le cose per dopo. Perciò ecco: arriva il momento in cui si vendono le antiche case. Si fa una riunione di famiglia, talvolta in videochiamata, si fa la tara dei pensieri e delle parole che si incagliano, si prova a capirsi nel lessico familiare e si decide che sì, d’accordo, ci sono questi stranieri che la vogliono, vendiamola. Sono due soldi, di solito, che fra tasse e distribuzione fra gli ormai tanti eredi sono niente. A volte meno di niente. 
Ma ci sono le cose. Non bisogna mai dimenticare le cose. È arrivato all’improvviso a casa mia l’armadio di mia nonna. Stava in camera sua, un tempio inviolabile. La stanza dove all’ombra riposava il pomeriggio, dove potevi entrare solo se ti diceva: entra. L’armadio aveva due ante a specchio, era prezioso e fragile, non si poteva toccare. Il passaggio di Narnia. Un posto misterioso e magico, che custodiva dolci, regali, fettucce per i rammendi e scialli per uscire la sera. Quando ero stata molto brava, o lei era molto malinconica e dunque generosa, mi diceva – dal letto – apri il secondo cassetto. No, non quello, il secondo – non vedeva, sentiva. Prendi la busta a destra, aprila. Dentro c’è un uccellino di legno, stai attenta non lo rompere. Vieni, ti faccio vedere come funziona: ha questa pallina attaccata al filo, sotto, vedi? Se la fai girare l’uccellino si muove. Ti piace? Un meccanismo. Un piccolo uccello di legno con una testa mobile, un filo con un peso che nella rotazione gli faceva fare il gesto di beccare. Una meraviglia. Ora ho a casa l’uccellino, da cinquant’anni, e l’armadio, da cinque giorni. Ora devo pensare di cosa riempirlo, a chi lasciarlo, quando.