È CHIARO CHE SIAMO NOI
Perché il caldo non mente
È CHIARO CHE SIAMO NOI

Perché il caldo non mente

Viaggio sentimentale (e ritorno) a Nord del Nord

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Sono partito per un luogo lontano, a nord del nord, dove la notte si confonde con il giorno e il sole si alterna alla pioggia nel volgere di un soffio. Ho preso freddo e ho finto di stare benissimo, ma sono stato veramente felice solo quando lei si è ricordata di me. Nella città in cui vivo, una città che amo (e della quale ignoro volutamente ogni difetto respingendo le provocazioni della mia amica più intelligente: «Roma sarebbe meravigliosa se solo non ci fossero i romani, aspetto il foglio di via per te e per i tuoi simili in modo che possa finalmente diventare il parco divertimenti a pagamento che merita di essere») faceva molto caldo e c’era una persona che avevo appena incontrato. È una ragazza misteriosa: ascolta più di quanto non racconti. È timida (o almeno sostiene di esserlo il che farebbe sospettare gli arguti). Ci siamo visti per un paio di caffè, promessi qualche fuga metropolitana inseguendo l’irripetibile vuoto estivo, donati un paio di libri (in realtà li ho regalati io – non due, ma cinque, in una disperata bulimia che non trova mai la misura – ma rimarcarlo sarebbe una piccineria), cercato corrispondenze con tutte le prudenze, le incertezze e i timori di chi dell’altro ignora quasi tutto. Lei mi piace. Non soltanto perché ha avuto la pietà di accettare i volumi ai quarantuno gradi di mezzogiorno senza chiamare la polizia. Ma perché sembra danzare sulle cose. Avanza e si ritrae. Pare crederci e poi – come la Magnani con Fellini in una strada di Trastevere mezzo secolo fa – ti chiude il portone in faccia: «A Federì, nun me fido». 
Mi piace, come d’altra parte mi è sempre piaciuto il caldo. Non ti tradisce. Non ti sorprende. Non cancella odori e sensazioni. Sono partito per l’esilio come se fossi Amundsen, ma camminando bardato da sciarpe e cappelli per le strade di questo meraviglioso avamposto di frontiera a un metro dal Circolo Polare Artico tra le case di lamiera, le foche, i vulcani, le pecore e i paesaggi lunari osservo uomini e donne in maniche corte e penso che non esista maglione che mi possa salvare. Non ho bisogno di un vento che mi agiti: dentro ho una tempesta. Non c’è mai tempo quando cerchi il tempo e di tempo per vedere di che vento si trattasse non ce n’è stato. Poche ore insieme a lei e quella promessa di futuro, quella proiezione e quel sogno già non c’erano più. Valigie. Biglietti. Aerei. Ci scriveremo, mi sono detto. Poi sempre più pretenzioso ho pensato – ma grazie a dio quest’ultimo passaggio non l’ho verbalizzato – tenderemo un filo. Faremo come Philippe Petit e le parole saranno i nostri piedi, il nostro equilibrio sul nulla, il nostro talento. Ne invertiremo il senso cercando un’altra poesia come diceva Vecchioni, senza mai dimenticare la lezione di Zavattini: «Il poetico viene da sé, ma l’utile bisogna volerlo». Cos’è utile adesso a quattromila chilometri di distanza? Sparire? Dare notizie? Chiederne? Mandare fotografie? Cosa vorrei io? Cosa vuole lei? Dov’è la fantasia? Ce l’hai mai avuta?  Ottant’anni fa le lettere partivano e arrivavano a gente abituata ad aspettare. L’attesa valeva più del contenuto o forse era semplicemente il contenuto stesso. Mi conterrò, mi ero ripromesso prima di staccare da terra. Ma i buoni propositi sono precipitati al decollo. Come al solito ho esagerato. E illuminandomi al ritmo di ogni suo messaggio sullo schermo le ho risposto con qualche tragico eccesso numerico ed eccessiva enfasi. Ho rischiato di rovinare tutto, ho contato le ore che mi separavano dal ritorno e infine, stremato da un paio di prolungate assenze assorbite in silenzio, ma con maturità notevolmente inferiore alla figlia sedicenne che mi accompagnava, mi sono rivelato con lei. «Papà, mi sono accorta di tutto. Non c’è niente di sbagliato». Poi ha guardato il mare e ha detto soltanto: «Hai fatto ottomila chilometri in dieci giorni, non hai voglia di tornare a casa?». L’ho abbracciata forte. Non volevo più lasciarla. Chissà se era lei a voler lasciare me. Non l’ho domandato. Meglio così: troppe verità in una volta sola.