È CHIARO CHE SIAMO NOI
Intensamente solo: cronaca di un Ferragosto del passato
È CHIARO CHE SIAMO NOI

Intensamente solo: cronaca di un Ferragosto del passato

Ferragosto in una Roma deserta

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È stato l’agosto più intenso della mia vita. L’ho trascorso in città. Immobile o quasi. Ad aspettare un segno, una telefonata, un messaggio nella bottiglia, una sorpresa. Ho tradito gli amici che mi aspettavano per trascorrere con loro qualche giorno in mezzo al mare: «Ragazzi, ho un improvviso problema familiare», saccheggiato la retorica più bieca per ingentilire la menzogna: «fa più male a me che a voi, perdonatemi, mi mancherete», deluso i genitori ai quali, dopo averlo usato fino alla consunzione, non è riuscito il trucco del ricatto funerario: «Potrebbe essere l’ultima estate che passiamo insieme, non ti fa visita il rimorso?», registrato la lezione dell’avvocato di Asti: “Tanto di noi/ si può fare senza/ e chi vuoi, che noti mai, la nostra assenza?”. Ma almeno, abbracciando l’egoismo, non ho ingannato me stesso. Mi ero dimenticato, da astemio, quanto stordisse “la bottiglia che ti ubriaca anche se non l’hai bevuta”. Avevo scordato che sensazione restituisse addormentarsi con qualcuno nella testa e risvegliarsi pensando alla stessa persona. Mi è capitato. E con quel segreto a cui non ho voluto dare un nome sono voluto restare. 
Ho quindi espletato con sentimento i doveri paterni, saldato con minore letizia le pendenze con lo Stato, osservato emigrare i vicini al ritmo della fuga come se il destino di Roma somigliasse a quello profetizzato da un capolavoro di Romero del ‘73 e visto chiudere uno a uno attorno a me ristoranti, tabaccherie, edicole e cinema. Un po’ ovunque, attaccati alla bell’e meglio, sono spuntati sulle saracinesche cartoncini di ogni foggia ad annunciare la ripresa dell’attività a settembre. L’aria si è riempita di cicale, le strade si sono svuotate, i manifesti elettorali sono rimasti a ingiallire al sole e le notti sono diventate palcoscenico per sirene e antifurti. 
Poi finalmente, alla vigilia di Ferragosto, sono rimasto solo. E con lei, ma senza di lei, con lei vicina e lontana, altrove e nella mia stanza, sono stato felice. Non c’è niente di più soggettivo della tristezza. Nulla di più arbitrario della malinconia. E non esiste sentimento più partigiano di uno stato d’animo. Piega le convinzioni, cambia i colori alle cose, spalanca l’immaginazione. Rincoglionirsi, in certe condizioni, è l’unico destino sensato a cui ci si possa votare. Passando di fronte al residence in cui Dino Risi trascorse con anarchia e sprezzo delle consuetudini una rilevante parte della sua esistenza mi sento più vicino al regista che al suo Gassman impegnato a inseguire sigarette e cabine telefoniche per bruciare il filo che lo tiene legato alla città in pieno agosto. «Non andate in vacanza d’estate: troverete soltanto gente di cattivo umore» diceva Dino, uno di quelli che a forza di essere perquisito alla ricerca del paradosso, sapeva nascondere verità che nessuno, proprio come avrebbe voluto o meglio preteso, riusciva a prendere sul serio. 
Nelle nostre fortunate e prolungate adolescenze accadeva spesso che tra un viaggio e l’altro precipitassimo in città a Ferragosto. Non piovevano ancora gli stolidi auguri in batteria via whatsapp, ma forse, anche se per conformismo amerei disegnarmi migliore e ricordare il contrario, ce li saremmo meritati. Di tutto quel vuoto soffocato con il Nintendo non sapevamo che fare. E il dialetto lo usavamo male, quasi come tutto il resto: «A fratè, che palle, ma quanno ripartimo?». Non è vero che il cinismo appartenga agli adulti, ma sulle sospette apologie dei vent’anni, Guccini – che è Guccini – si era espresso a suo tempo. Prima che lei partisse avevamo raggiunto un parco al limitare dell’Appia Antica. Proiettavano Caro Diario e quel grande spaccato di cinema che è Nanni Moretti in Vespa nella città deserta. Moretti è salito sul palco, cazziato un adepto colto a riprendere l’evento, parlato del film. Poi si è eclissato e si sono spente le luci. Io l’ho guardata. Lei non si è girata. Avrei voluto farle leggere l’incipit di quel libro, L’ultima estate in città: “Del resto è sempre così. Uno fa di tutto per starsene in disparte e poi un bel giorno, senza sapere come, si trova dentro una storia che lo porta dritto alla fine”. Ma non c’era una storia. Non c’era un inizio e non c’era una fine. C’eravamo solo noi davanti a noi e in silenzio, mentre agosto sussurrava, stavamo benissimo.