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È CHIARO CHE SIAMO NOI
La regola universale
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La regola universale

Quando l’improvviso disastro economico di un nostro amico ci viene a far visita, si apre la zavorra del giudizio collettivo

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Non so se i più ricchi non si pongano mai il problema dei più poveri per inconsapevole esorcismo o per superficialità, ma so per certo che quando l’improvviso disastro economico di un nostro amico ci viene a far visita, più che l’unico paracadute che serva, il bonifico, si apre la zavorra del giudizio collettivo. Giudizio che è parente della riprovazione perché tutto si perdona al fratello del giorno prima tranne la caduta o del sollievo perché nello sprofondo non siamo precipitati noi. Il cantautore più sottovalutato d’Italia, Edoardo Bennato, aveva già tradotto il sentimento in versi a tempo debito: “È stata tua la colpa e allora adesso che vuoi?”. E ora tra cattivi e sapienti, quello che al mio amico farebbe davvero bene è un po’ di pace. Non la trova perché da un giorno all’altro non ha più un euro in tasca, perché si è appena lasciato con la sua compagna e lei ha tutta l’intenzione di colpirlo, perché ha litigato con il suo migliore amico e l’ha fatto per soldi. 
Avevano un’attività insieme: un allevamento di cani in campagna legato ai tantissimi cuccioli abbandonati di Roma. Sembrava poetico, bucolico e improbabile, come sono loro. Le cose non sono andate secondo i piani e uno dei due ha fatto fuori l’altro imputandogli ancor più che una cattiva gestione – i cani erano in salute, felici, sani – una cattiva condotta. Un’accusa vaga e burocratica, subito frullata nel gorgo del rinfaccio che ha prodotto fatture legate al Ciappi e recriminazioni. Gli amici dei due amici, i giurati popolari, chiamati a prendere parte al dibattito, si sono allineati alla sentenza già scritta più per pigrizia che per vigliaccheria, ma il mio amico si è trovato in minoranza, circondato da mille parole e neanche l’ombra di una soluzione. Esiste una sola regola universale alla quale non derogare: non fare mai affari con gli amici. Ma come tutte le regole, ricordarla a danno già avvenuto, è un esercizio inutile. Io sono amico di entrambi i contendenti e volevo che trovassero una mediazione. Ho parlato con l’uno e con l’altro. Ho cercato di rimanere equidistante, ma alla fine, forse per pregiudizio (uno dei due amici è incomparabilmente più benestante) o forse per sentirmi migliore ho scelto di stare dalla parte di chi mi pareva più debole. 
Una sera, mentre con Ilaria cercavamo di sfuggire al traffico provocato da una partita di coppa di una delle squadre cittadine: «Gioca la Roma tra un’ora e ti sei messo in macchina? Hai pure il coraggio di definirti maschio?» le ho raccontato la vicenda e le ho chiesto cosa ne pensasse. Non si è accontentata di uno sciatto riassunto, ma ha iniziato a fare domande. Più ascoltava, più cambiava espressione. Alla fine non ha giocato a Guelfi e Ghibellini, ma mi ha raccontato a sua volta una storia. Una sua amica, qualche anno prima, si era trovata in seria difficoltà economica. Lei le aveva prestato dei soldi. Le sembrava la cosa giusta da fare pur avendo messo in conto di non rivederli più. L’amica aveva poi risalito la china, ribaltato il quadro e trasformato l’abisso in emersione. Si erano riviste mesi dopo e la beneficiata non aveva fatto cenno alla restituzione. «Non era quello che volevi?». Ilaria ci ha pensato: «Mi sono scoperta peggiore di quel che credevo. Non desideravo che mi restituisse il denaro, ma mentre le parlavo non potevo fare a meno di non pensare al suo menefreghismo. Le sorridevo, ma i miei sentimenti non erano più così benevoli». Le ho chiesto il perché e Ilaria ha detto soltanto: «Perché le avevo voluto bene. Costa, volere bene. Molto più di qualsiasi assegno». Era passata mezz’ora ed eravamo fermi nello stesso punto. Abbiamo parcheggiato. L’aria era ancora estiva e ci siamo fermati nella prima pizzeria che abbiamo trovato. «Sai cos’altro costa?» – ha aggiunto – «sapere che avere ragione somiglia ad avere torto». È arrivata una pasta già fredda. «Te l’avrei consigliata sopra ogni altro piatto». Ha riso. Ho riso. Ognuno ha pagato la sua parte. L’indipendenza di Ilaria non è un numero. Sostiene da sempre che i conti non si debbano fare. Né all’inizio, né alla fine.  n