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È CHIARO CHE SIAMO NOI
Peccato di superbia
È CHIARO CHE SIAMO NOI

Peccato di superbia

Il giorno in cui l’idealismo fu buttato in un cassonetto.

2 minuti di lettura

La cartolina era arrivata a tradimento poco dopo la fine dell’estate. Tenevo in mano quel foglio leggero e mi pareva pesasse un quintale. Avevo fatto domanda per il servizio civile, ma qualcosa, la cartolina era lì a dimostrarmelo, era andato storto. Passai alcuni giorni distopici vedendomi già proiettato a Trieste in un battaglione a servire la patria e poi, dopo aver messo le tende al distretto militare di Roma per una lunga settimana, l’avevo miracolosamente scampata precipitando in una Ong non lontano da casa che si occupava fumosamente, almeno così mi pareva, di rapporti con la Palestina. Mesi di rara infelicità in cui fermo in una stanza senza una vera mansione da svolgere ogni tanto mi domandavo se avessi fatto la scelta giusta smarrendo, con l’esodo friulano, la possibilità di un’esperienza vera. Non c’è fatica che abbatta di più di non fare nulla.
I mesi picchiavano con la loro inutilità, tutti uguali tra loro ed era ormai evidente che a parità di furto legalizzato del bene più prezioso che abbiamo, il tempo, quel servizio civile senza ratio, senza controllo e senza scopo somigliasse più a una punizione che a un ozio gaudente. A un certo punto, qualcuno ci destò dalla noia prendendola alla lontana. Venimmo convocati in una stanza, io e i miei due compagni d’avventura, per ricevere le prime indicazioni dal responsabile della Ong. Non si trattava di volantinare o di scrivere uno straccio di documento, ma di fare qualcosa che l’imbarazzo del nostro interlocutore non riusciva a rivelare fino in fondo. «Dovreste andare al cassonetto» disse «ma mi raccomando, non a quello qui sotto, a buttare dei farmaci che purtroppo sono scaduti». Ci informava dunque che la campagna per portare i medicinali in Palestina, pubblicizzata per un lungo periodo sui giornali d’area era miseramente fallita e a noi toccava il lavoro sporco, in tutti i sensi, a cui non dare risalto né visibilità. 
Non posso dirlo con certezza, ma sono abbastanza sicuro che la mia storia con l’idealismo sia terminata quel giorno. Buttare dei medicinali raccolti per una nobile causa era di per sé ripugnante, farlo fare a noi, la manovalanza, all’oscuro degli ignari donatori, era anche peggio. Ma almeno – forse per la prima volta – cresciuti in una città in cui abbandonare televisori guasti e materassi macilenti vicino alla spazzatura era, e in certi casi è ancora, la regola, facemmo la nostra conoscenza con la differenziata. All’epoca del tema green non ci importava nulla. Avevamo ascoltato distrattamente le preoccupazioni di Roberto Roversi e Lucio Dalla in un antico disco lamentandoci – ingrati – per la verbosità dei testi. 
Consideravamo sostenibilità una parolaccia e i verdi – neanche fossimo stati i protagonisti di un episodio di Boris, anni dopo  –un partito di parolai ed esibizionisti senza peso né sostanza. Avevamo alzato un poco il sopracciglio, per conformismo credo e perché ci piaceva la maglietta giallo canarino di Greenpeace, solo quando Jacques Chirac aveva ripreso a baloccarsi con il nucleare a Mururoa. A nessuno di noi veniva in mente di separare i rifiuti, l’umido era un tipo di cottura per pollo e coniglio, nel sacco della spazzatura tra pile, carta, plastica e bottiglie di vetro finiva qualsiasi cosa e ci sentivamo in diritto di gettare con voluttà le sigarette in ogni angolo senza pudore. 
Ora ci dicono che l’ambiente è in pericolo, che i ghiacciai si sciolgono, che l’aria è irrespirabile e che il mondo, per come l’abbiamo conosciuto fino ad oggi, rischia di sparire. Con onestà non possiamo considerarci innocenti né stupircene. Non possiamo dire che non sapevamo o dare la colpa ai costruttori di macchine e palazzi. Guardare sempre e solo al nostro rapido passaggio e considerare eterno solo ciò che coincide con la data della nostra dipartita è stato un peccato di superbia. Adesso è tardi, diceva il cantautore che più amo, anche per chiacchierare.