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Quando Sebastián Matta scese dalla Buick

2 minuti di lettura

Agli inizi degli anni Cinquanta un artista cileno già molto noto in Francia arriva a Roma guidando una bellissima Buick. Si chiama Sebastián Matta, è laureato in architettura, a Parigi ha lavorato con Le Corbusier prima di diventare l’assistente di Picasso. Qualche anno prima, a casa degli zii a Madrid, aveva conosciuto Federico García Lorca. Il poeta si era avvicinato, lo aveva fatto ballare e poi gli aveva scritto una lettera di presentazione sul risvolto di un libro. Salvador Dalí, che lo ricevette mentre si faceva la barba, gli confessò che García Lorca era stato il grande amore della sua vita. André Breton comprò un suo disegno e lo fece entrare nel giro dei surrealisti francesi, che comprendeva Duchamp, Balthus, Giacometti, Éluard, Bataille… Poi ci fu l’America, l’incontro con Pollock, “un simpatico ubriacone morto troppo presto” e infine, dicevamo, l’Italia. Nel 1939 Sebastián Matta, “uomo accidentale”, scese dalla sua Buick e nello studio di Corrado Cagli a via del Circo Massimo conobbe subito una bambina di dieci anni che si chiamava Luisa. 
È uscito in questi giorni un libro intitolato Matta. Lettere a Luisa (edizioni Treccani). Contiene una prefazione scritta da quella bambina che sarebbe diventata poi la moglie di Giuliano Briganti (nel libro c’è un testo di quest’ultimo intitolato L’Italia Matta) oltre all’intervista, strepitosa, che all’artista fece Antonio Gnoli e le riproduzioni della lunga corrispondenza del titolo. Non è una storia d’amore: o forse sì? Come definiremmo la storia di un artista adulto, di fascino e successo, che affida le sue opere a una giovane donna che ha visto crescere, del cui gusto e della cui intelligenza si fida come fossero le proprie? 
Questo libro è pieno di meraviglie, tra cui il miracolo della reciproca fiducia. Luisa Laurenti nel 1965 aveva aperto una libreria a Roma in via dell’Oca, che sarebbe diventata un ritrovo degli artisti romani. Matta aveva sposato una giovane donna siciliana da cui ebbe un figlio, allora Paino adesso Pablo Echaurren, scrittore, artista e fumettista. Luisa non aveva alcuna competenza come libraia, e per la scelta di titoli si affidò agli amici, Gastone Novelli, Valerio Zurlini ed Ennio Flaiano. Voleva occuparsi d’arte e lo confessò a Matta. Così un giorno, mentre era all’hotel Plaza insieme alla nuova moglie Malitte Pope, e in partenza verso la loro adorata casa di Panarea, Matta le offrì di diventare la sua mercante italiana. Le avrebbe affidato le sue opere perché lo rappresentasse in Italia, a patto che riuscisse a venderle al prezzo che il suo mercante ufficiale stabiliva sul mercato internazionale. Il fascino di questo libro è in quel legame, e non solo. Nei tanti legami che tenevano insieme, in quegli anni, la scena dell’arte, del cinema della letteratura. 
Gli incontri, gli scambi, le opportunità. E quella furia, l’aspirazione immensa e i desideri infiniti, lo scorticarsi vivi per andare a cercare chissà cosa. Ma soprattutto quella dialettica tra appartenenza e disagio che è alla base di ogni creazione. Bisogna avere legami da cui divincolarsi e tempo per farlo. Già, il tempo. Dentro tutte queste storie di quasi amore, o di ur-amore, c’è l’idea di spreco. Uomini e donne che sapevano vagare, scontrarsi, ripartire. Non è nostalgia, e non ho neanche illusione, ricostruzione di un passato che non è mai stato mitico. È lo spazio vuoto che è scomparso. Sostituito dalle decine di apparati che ci permettono di essere velocissimi, ubiqui e sempre assenti. Bene? Male? Boh. Diverso, diciamo. Da questa nostra nuova tecnologica disincarnazione faremo cose orribili e strepitose, come abbiamo sempre fatto. E avremo storie d’amore tremende, brevi e lunghissime, luminose o tetre. Ma abbiamo un compito, se non vogliamo disperarci: ridefinire la parola incontro. Da qui, da dove siamo. Che non somiglia neanche un po’ a dove eravamo allora.