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CASAMATTA
Un semplice testacoda
CASAMATTA

Un semplice testacoda

Sempre più chiaramente trovo che farmi un regalo sia restare sola

2 minuti di lettura

Pensavo di farmi un regalo in delicata memoria di quel tempo in cui certe ricorrenze si celebravano con amorose sorprese, doni inattesi, colpi di testa a volte e di cuore, tipo raggiungere qualcuno lontano, o lasciarsi raggiungere. Quelle cose che sembrava fossero il senso stesso della vita e invece erano momenti, folate di desiderio, libertà e magari davvero pienezza a dispetto di tutto – di tutti. Quelle che quando le ripensi dici: incredibile, è davvero successo, che meraviglia, che pazzia. Di recente, quando le persone mi dicono fatti un regalo, prenditi cura di te vedo che intendono cose come vai in piscina, cammina dieci chilometri, fai un bagno turco. Glielo chiedo, e rispondono così: esci, vedi gente. Al contrario, sempre più chiaramente trovo che farmi un regalo sia restare sola. Ascoltare musica, studiare cose che non so. Immaginare a cosa vorrei dedicarmi se dovessi cominciare adesso. Leggere, annotare, sottolineare. Mettere in vaso i tulipani. Scrivere, certamente. Scrivere, sì, come sempre: fare case di parole. 
Da bambina avrei voluto disegnare. Ma non ero brava, mi sono intestardita tanto: non avevo quel talento, per niente. Così, credo anche per questo non sapere, mi incanta – chi sa farlo – più di ogni altra prodezza. 
Ho deciso dunque, dicevo, di farmi un regalo e ho chiuso tutto: ho messo su la musica, ho disposto sul tavolo i libri di Manuele Fior. Uno accanto all’altro, sulla scrivania dove lavoro. Io Manuele Fior non lo conosco. Non di persona, intendo. Ho cercato le sue foto, perché ora si può e finisce che lo fai, anche se in fondo non vorresti. Ho visto quanti anni ha, dove vive. Ma non conta. Conta che quando guardo i suoi disegni e leggo le sue storie vado via. Parto, proprio. Ci finisco dentro, ci resto a vivere. Non so cos’è. Una svagatezza precisa, una sfocatura esatta. Come una specie di miopia che vede il pulviscolo nell’aria, le particelle sospese. Racconta delle storie larghissime e strette, va per sentieri sinuosi, non capisci mai la meta ma ci vuoi andare lo stesso, assolutamente, subito, anche tu. 
Così sono caduta nella vita di Teresa, che è un po’ rotonda e forse piccola di statura e ha occhi grandi dentro occhiali più grandi, è diffidente e precisa, ha molta paura e molto coraggio e studia le civiltà remote, specie gli egizi, e va a Berlino a lavorare. Sono finita con lei nella Valle dei Re: nel 1922, a ottobre, guarda te, non c’è stata solo la Marcia su Roma. È arrivata a Luxor la spedizione che ha scoperto la tomba di Tutankhamen, morto a diciannove anni. Diciannove. Teresa non dorme. Di base, non dorme la notte. A Berlino incontra Ruben, ed è una storia d’amore così dolorosa e perfetta che non vi so dire. Teresa sabota quel che di bello le succede, ma lo sa e resiste – almeno prova. C’è un fiore, che intitola il libro: Hypericon (Coconino press). È giallo. Cura l’ansia, l’insonnia. Hyper-eikon. Ti mostra il futuro. Scaccia i demoni. La regina lo sapeva, ne ha messa una corona in fronte allo sposo – 3.500 anni fa. Il passato è davanti a noi, il futuro è dietro le spalle. È ovvio: vediamo quel che sappiamo. Un semplice testacoda. E poi un fiore. Un Fior.